Parigi e la perdita dell’aureola

Il terrorismo nelle strade piene di gente della Ville Lumière sembra aver innanzi tutto abbattuto il mito di una città che per prima ha portato le insegne della modernità. Ricorda Walter Benjamin che un mattino, all’improvviso, Parigi possedette le migliori strade per automobili di tutta Europa. E tuttavia, mentre tutto ciò avveniva un secolo e mezzo fa,  persino Charles Baudelaire giudicava più dignitoso perdere le proprie insegne di poeta, nel tentativo di passare indenne attraverso il traffico dei boulevard di Parigi, piuttosto che la vita stessa.

Il fatto che ora la vita la si possa perdere semplicemente sostando in uno degli innumerevoli café, restaurant e salle de musique di questa città-specchio della modernità ha un po’ lo stesso effetto di simbolo infranto che si ottiene lanciando un sasso contro la vetrina di una banca o di un negozio di lusso: non è il contenuto che interessa ma tutto ciò rappresenta quella insegna distrutta. I boulevard della capitale del Secondo Impero realizzata dal barone Haussmann  – che, come ha sottolineato Marshall Berman, costituiscono «le basi  economiche, sociali ed estetiche per l’aggregazione di una enorme quantità di persone» – sono stati per un secolo e mezzo la vetrina della modernizzazione dello spazio urbano ora andata in pezzi.

D’altra parte però da quello stesso processo di modernizzazione sono nati gli insediamenti  della città industriale che nel caso di Parigi e non solo si concretizzano nel concetto di banlieue, secondo il primo ministro francese Manuel Valls luoghi de «l’apartheid territoriale, sociale ed etnica». Da lì, da questi ghetti che nel caso della Ville Lumière si situano in modo paradigmatico al di là dell’anello del Boulevard Périphérique, nasce la forma mentis della separazione e dell’isolamento. Ora sembra assodato che gli autori degli attacchi terroristici che hanno mandato in frantumi la vie parisienne siano l’incarnazione  di quel «tipo di isolamento prodotto dalla mancanza di inter-comunicazione che deriva dalla differenza di lingua, di costumi, di tradizioni e di forme sociali» che – secondo la definizione messa a punto nel 1928 dal sociologo Louis Wirth-  rappresentano il ghetto.

Il connubio tra ghetto e jihadismo europeo emerge quindi dalle biografie degli autori delle stragi di Parigi. Bisognerà allora pensare a nuovi modelli urbanistici e di socializzazione, sostiene Farhad Khosrokhavar, che da tempo studia il fenomeno. Eppure  il problema più che la riqualificazione urbana, materia sulla quale è stata istituita un’apposita agenzia, riguarda la mancata integrazione tra la città centrale e le cité, i comuni autonomi dove prevale l’aspetto del quartiere dormitorio tipico di molta edilizia popolare novecentesca. In altre parole finché i banlieuesard non saranno parigini a tutti gli effetti l’apartheid territoriale, sociale ed etnica continuerà ed essere l’aspetto qualificante le banlieue. Se da una parte l’aureola della Ville Lumière si è persa insieme alle vite stroncate dai terroristi, dall’altra Parigi può ritrovarsi la sua identità di metropoli europea che ha più a che fare con il sistema di trasporto metropolitano, piuttosto che con la città delineata dalla ristrutturazione amministrativa di un secolo e mezzo fa.

E tuttavia, a differenza di altre grandi città europee che sono dotate di un ente di governo metropolitano quello della Grande Parigi esisterà solo a partire dal 1 gennaio 2016. L’ostacolo sulla strada della governance metropolitana – con particolare riguardo alle politiche abitative, materia che divrebbe finalmente attenere alla pianificazione di area vasta  – riguarda il fatto che l’unico ente territoriale fino ad ora competente sull’agglomerazione metropolitana è la Regione Ile de France, che anche dal punto di vista spaziale finisce per coincidere essa.

 

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Foto C. Fissardi

Parigi è quindi, allo stesso tempo, una grande metropoli di oltre 12 milioni di abitanti, che addirittura oltrepassa i confini dell’Ile de France,  e la storica Ville Lumière che ne racchiude solo 2,3 milioni. Con l’istituzione a breve del nuovo ente territoriale intermedio tra comuni e regione solo la metà della popolazione dell’area metropolitana e  poco più di un quinto della sua superficie saranno inclusi nella Métropole du Grand Paris da  6,5 milioni. Allora se alla Grande Parigi ancora manca una identità metropolitana, che passi anche attraverso il senso di appartenenza dei suoi cittadini, il rischio è che al processo di ristrutturazione amministrativa, attuato attraverso la costituzione del nuovo ente, non faccia seguito l’integrazione dei cittadini. Si tratta di una questione da non sottovalutare se l’emergenza sociale dell’integrazione nella dimensione civile di una grande metropoli della banlieue, concetto dentro il quale vanno a finire buona parte di quei comuni che stanno al di là del Boulevard Périphérique  e che costituisce uno stigma per chi vi abita,  diventa sempre più urgente.

Riferimenti

Su Parigi e la questione delle banlieue si vedano i numerosi articoli pubblicati in questo sito.