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Parigi, o cara, noi lasceremo

WP_001213Le metropoli sono un concentrato di opportunità di lavoro, studio, cultura, relazioni sociali. Sono però spesso anche i luoghi delle più alte concentrazioni di inquinanti,  soprattutto quelli atmosferici. Le cronache giornalistiche sovente ci restituiscono immagini di pedoni muniti di mascherine che si aggirano tra le strade delle grandi città cinesi, dove la cappa di smog è diventata una costante ed un serio problema per la salute pubblica. Se le condizioni geografiche e la meteorologia non sono favorevoli, le altissime concentrazioni umane, la vicinanza delle attività produttive e la motorizzazione di massa rendono l’aria irrespirabile. Ciò che sta succedendo nelle metropoli cinesi, ed in generale in quelle delle altre nazioni  asiatiche ad alti tassi di sviluppo, è noto anche in Europa, dove la diffusione di misure per contenere gli inquinanti ha restituito alle aree centrali dei grandi agglomerati urbani e metropolitani la possibilità di essere abitate senza il rischio di respirare sostanze pericolose.

Sorprende abbastanza quindi constatare ciò che sta succedendo in questi giorni a Parigi, dove le condizioni climatiche hanno favorito un accumulo preoccupante di inquinanti nell’aria, come le pericolosissime polveri sottili visibili anche ad occhio nudo, in forma di velo grigiastro che avvolge gli inconfondibili profili della Ville Lumière. Sorprende perché si tratta di una metropoli dotata di una capillare rete di trasporto pubblico, e dove la mobilità sostenibile è stata particolarmente incentivata da misure come un efficiente sistema di bike sharing. Malgrado ciò i flussi di traffico generati dalla dozzina di milioni di abitanti della regione metropolitana, uniti a una primavera che non ha aspettato per manifestarsi lo spegnimento secondo calendario dei caloriferi, hanno riproposto il problema dei rischi sanitari  che da sempre sono correlati alle grandi città.

La questione, da questo punto di vista, è infatti tutt’altro che nuova, dato che, per così dire, è in agenda da oltre un secolo e mezzo, da quando è stata affrontata con le grandi trasformazioni che hanno fatto di Parigi la capitale del XIX secolo, secondo la famosa definizione di Walter Benjamin. Ancor prima dei Grands Travaux  del Barone Haussmann il problema di un polmone di vegetazione che facesse respirare la città era già stato affrontato con la progettazione di un vasto spazio a verde pubblico lungo gli Champs Elysées. Poi le grandi trasformazioni attuate durante il Secondo Impero hanno introdotto viali alberati, giardini pubblici di quartiere su modello degli square inglesi, quattro grandi parchi urbani alle porte della città storica, due dei quali, il bois de Boulogne e il bois de Vincennes, con una forte valenza naturalistica.

Sappiamo che i grandiosi lavori dai quali la capitale francese riemergerà radicalmente cambiata, sono stati intrapresi con il principale scopo di migliorare l’igiene pubblica, dato che insieme al nuovo assetto stradale fu realizzato un moderno sistema fognario e di distribuzione dell’acqua, e che l’ampliamento delle sezioni stradali serviva a migliorare l’insolazione degli edifici e la circolazione dell’aria, oltre a quella dei veicoli e dei reggimenti di cavalleria. D’altra parte, come molte grandi città europee, e come ci ricordano ad esempio le vicende che fanno da sfondo ai Miserabili di Victor Hugo o alla Traviata di Verdi, Parigi era il luogo delle epidemie e del contagio.

Sappiamo anche però che il piano urbanistico del Barone Haussmann servì alla crescita della città oltre i limiti della cinta daziaria. A partire da quel piano Parigi si è estesa sull’Ilê de France, ovvero l’ambito geografico dove si è formata la cappa di smog che oggi rende difficilmente distinguibile persino la Tour Eiffel. Il problema è che in quella regione una dozzina di milioni di parigini dentro e fuori il dipartimento della Senna continuano a spostarsi usando l’auto e le infrastrutture realizzate per la mobilità individuale motorizzata. La soluzione è quindi una limitazione dell’uso del mezzo di trasporto individuale ed è ciò che sta effettivamente accadendo sotto forma dell’introduzione dell’obbligo a diminuire la velocità sulle autostrade, dell’uso gratuito dei posteggi d’interscambio e del trasporto pubblico.

Ma forse il ragionamento, oltre che sui flussi di traffico che attraversano la metropoli, va fatto anche sulle caratteristiche fisiche della sua organizzazione spaziale. Ed è qui che ritorna di attualità la questione di grandi superfici naturali come misura di protezione della salute. Perché esse funzionano come ammortizzatori del cambiamento climatico che caratterizza le aree urbane, e che in tempo di riscaldamento globale diventa ancora più acuto. Le città sono isole di calore e se si estendono sul territorio circostante, dove sopravvive qualche rimasuglio di naturalità, il risultato in termini di temperatura e di accumulo di inquinanti è quello che conoscono bene molti abitanti delle regioni metropolitane che nei decenni hanno cercato inutilmente di allontanarsi dall’aria irrespirabile essendone sempre raggiunti.

La scala alla quale va affrontato il problema è quella dell’intera regione metropolitana, dato qualche nuovo parco urbano in più ha senz’altro un benefico effetto sull’area immediatamente interessata ma aggiungere nuove aree verdi, magari recuperate da superfici dismesse, in questo contesto rischia di essere la classica goccia nel mare. Purtroppo la regione metropolitana  è esattamente ciò che manca nella riflessione sul tema che il quotidiano Le Monde affida all’architetto Philippe Rahm, evidentemente interpellato poiché sta progettando un parco da 70 ettari per la compensazione degli effetti climatici nella città di Taichung a Taiwan. L’accento delle argomentazioni cade, più o meno consapevolmente, sulle questioni immobiliari: non si vorrà per caso deprezzare il valore degli edifici della città centrale proprio ora, dopo qualche decennio dall’inizio del controesodo dal suburbio. Ci avevano pensato le vaccinazioni e gli antibiotici negli ’50, sostiene Rahm, ad eliminare la preoccupazione per i contagi urbani e a far risalire il prezzo degli immobili anche di quei quartieri medioevali, dalle strade tortuose e male illuminate, sopravvissuti alle demolizioni del Prefetto della Senna. Adesso ci pensi la politica ad evitare il rischio  di una perdita dei valori immobiliari dei quartieri centrali di Parigi, che tanti investitori e turisti attraggono, e dell’abbandono della città centrale a vantaggio delle periferie e delle campagne dove l’aria non è inquinata.Paris-Ile de France

Evidentemente non basta farsi un nome nell’ambito delle questioni climatico-ambientali che attengono l’architettura, né serve un’esperienza internazionale nel campo dei parchi urbani, per dire qualcosa di sensato quando l’oggetto è complesso quanto una metropoli. Altrettanto evidentemente, l’errore lo commette il giornale, che chiede su questa materia un parere all’architetto, ritenendolo che figura professionale competente quando si devono trovare rimedi ai problemi della città. E come sempre succede in questi casi, la parte viene confusa con il tutto, e si usano ancora in senso contrapposto concetti come città e periferia, quasi che essi non siano parte di un’unica entità, una regione urbana della cui estensione ci si può facilmente rendere conto guardando una foto satellitare.

A parte l’evocazione del ruolo della politica, non si capisce quali siano i rimedi che l’architetto auspica  come risoluzione del problema, ed è assai probabile che ritenga di non doverle proporre. In fondo agli architetti spetta di trovare le soluzioni tecnico-formali mentre i decisori sono altri. Ma se le decisioni sono banali e ripetitive come la circolazione della auto a targhe alterne agli organi d’informazione non resta molto di cui scrivere. A meno che non si rendano conto, e sarebbe il caso che lo facciano,  che forse è il caso di trovare interlocutori diversi quando l’argomento è la tutt’altro che banale questione di come si muove la seconda metropoli europea.

Riferimenti

P. Rahm, Air public : permettre à tous de respirer un air sain est la mission fondamentale de la politique,  Le Monde 14 marzo 2014.

La foto satellitare è tratta da Google Earth.

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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