Pascolo cittadino

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Foto http://www.imagoromae.com

Fino agli inizi del secolo scorso la presenza degli animali nelle città era un fatto normale. Ce lo ricordano, ad esempio, le pecore e le mucche al pascolo attorno ai monumenti antichi delle classiche vedute di Roma, da Gaspar Van Wittel fino all’Ottocento inoltrato. Gli animali, in primo luogo i cavalli, sono stati una componente vitale dell’economia urbana fin quando una serie di fattori tecnologici e organizzativi, come i processi di meccanizzazione nella produzione e nei trasporti, o le preoccupazioni e precauzioni di carattere igienico, hanno portato alla loro esclusione. Poi ci ha pensato lo zoning della nascente urbanistica moderna a separare definitivamente dalla città gli animali legati a qualche attività economica. Prima ci pensavano le mura, poi saranno le norme tecniche a distinguere la città dalla campagna, a consegnare le attività dominate dalla presenza umana all’ambito urbano, e a quello rurale tutto ciò che abbia a che fare con gli animali.

Separazione e integrazione

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Foto M. Barzi

Le norme per l’igiene e la sicurezza urbana hanno disciplinato anche la presenza assai familiare di cani e gatti: canili municipali e colonie di gatti controllate dalle autorità sanitarie fanno parte delle norme che vigilano sull’ordinato sviluppo urbano, secondo i principi di razionalità che connotano la città contemporanea. Prevenzione randagismo, legata alle preoccupazioni che esso genera nella popolazione, a causa della possibilità di trasmissioni di malattie come la rabbia da cane ad uomo, ma anche, nel caso dei più indipendenti gatti che pure svolgono un’azione di contrasto alla proliferazione di altre specie urbane, provvedimenti di controllo delle colonie all’interno di spazi abbandonati o non abitati, come siti monumentali ed archeologici all’interno delle città. Se le norme urbanistiche hanno definitivamente escluso la possibilità di allevare animali nelle città, anche il possesso e la gestione del più classico amico dell’uomo è rigidamente normata. Chi possiede un cane ha l’obbligo di registrarlo ad una apposita anagrafe, di tenerlo al guinzaglio e di rimuoverne le deiezioni all’interno dello spazio pubblico. La diffusa presenza di animali d’affezione in ambito urbano ha, in tempi più recenti, contribuito allo sviluppo di norme finalizzate anche al loro benessere, come il divieto di tenerli confinati in spazi angusti o la messa a disposizione di aree dedicate ai cani nel verde pubblico.

Ecologia urbana

Ci hanno pensato gli animali non domestici, almeno quelle specie che hanno trovato nell’ambiente urbano il modo di ottenere rifugio e cibo, a superare in qualche modo la rigidità dei regolamenti d’igiene  e sicurezza. Volpi, scoiattoli, aironi ed uccelli rapaci ad esempio, sono presenze costanti nei grandi parchi delle città meglio collegate agli elementi della rete ecologica, dalla cui esiguità tuttavia dipende il fatto che è diventato sempre più frequente incontrare ungulati, come caprioli, cinghiali e cervi,  addirittura su strade ed autostrade, come ci raccontano sempre più spesso le cronache giornalistiche.  La biodiversità animale è diventata un indicatore della qualità dell’ambiente urbano e porcospini, pipistrelli e rondini, specie che hanno sempre beneficiato dell’ambiente costruito ma che i comportamenti umani contribuiscono a minacciare, sono oggetto di campagne di sensibilizzazione finalizzate ad incentivarne il rispetto. In fondo l’ecologia urbana per gli abitanti delle città può anche concretamente significare il numero di specie animali che è dato osservare facilmente nei dintorni della propria abitazione.

Nodi della rete ecologica

Se da una parte è il restringersi degli habitat naturali a far sì che un numero crescente di specie animali decida di insediarsi nei parchi pubblici, o persino nel giardino di casa nostra, dall’altra sono le zone dismesse a diventare spesso rifugio o ambito di caccia per molti animali. I luoghi abbandonati, dove la vegetazione riesce a guadagnare spazio tra gli edifici in rovina, i lotti inedificati, ma anche le aree non più coltivate dell’agricoltura periurbana e persino gli ambiti di verde pubblico scarsamente gestiti, si popolano di un catalogo faunistico piuttosto articolato.  La funzione di questi luoghi come nodi della rete ecologica è da una parte positiva per la biodiversità, ma finisce per configurarsi come una limitazione quando di mezzo c’è la possibilità di fruire di quelle aree. La vegetazione che cresce spontanea negli spazi aperti delle città diventa così un altro argomento correlato alla sicurezza se tra l’erba alta è possibile che si annidino animali fastidiosi o pericolosi. La soluzione è di solito un intervento di sostituzione della vegetazione spontanea con piante da giardino, da gestire periodicamente a spese delle casse comunali. In momenti di crisi economica e di esiguità delle finanze pubbliche ciò si traduce spesso, semplicemente, in vaste superfici di verde urbano non fruibile.

Evoluzione dell’agricoltura urbana

Una soluzione spesso individuata per la gestione a beneficio della collettività degli spazi aperti in ambito urbano è la loro conversione in orti comunitari, con tanto di procedure da parte dell’amministrazione pubblica per la loro assegnazione. Ma se si guarda con un briciolo di spirito contemporaneo alle vedute delle antichità romane – in fondo anche quelle erano aree dismesse – non si farà fatica a trovare un’altra soluzione ambientalmente sostenibile: il pascolo. Nelle città d’oggi piccoli greggi di capre, animali in grado di cibarsi di qualsiasi componente vegetale, possono tenere a bada l’erba e gli arbusti che crescono spontaneamente negli spazi verdi abbandonati. Il pascolo urbano si sta lentamente diffondendo in alcune città degli Stati Uniti: a San Francisco City Grazing affitta capre a chiunque voglia liberarsi della vegetazione infestante senza usare decespugliatori o diserbanti chimici; a Seattle il regolamento comunale ha equiparato le capre ai piccoli animali da compagnia per cui si possono tenere fino ad un massimo di due esemplari e farle pascolare in città come se fossero cani che si portano a passeggio. Minor successo ha avuto il tentativo del fondatore dell’hedge fund Universa da 6 miliardi di dollari, Mark Spitznagel, di portare le capre della sua fattoria in Michigan a pascolare nel verde abbandonato di un quartiere di Detroit: l’amministrazione comunale ha imposto l’allontanamento delle capre e forse il piano di introdurre questa forma di agricoltura in una parte della città particolarmente degradata non aveva a che fare solo con la produzione di latte o carne.

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Foto M. Barzi

Al di là dei casi citati c’è poi l’esempio delle città del mondo induista, dove le vacche girano liberamente nello spazio urbano per motivi religiosi ma anche perché fanno parte di un sistema di produzione di cibo che si basa proprio sull’utilizzo degli spazi aperti all’interno delle città. In fondo, se ciò serve a migliorare la gestione del verde urbano, si potrebbe in parte riconsiderare quella visione razionalista, largamente applicata alle città occidentali, che ha espulso dalle città gran parte della presenza animale, senza necessariamente introdurre  il caos di certe città orientali.

Riferimenti

M. Singh, Goats In The City? Making A Case For Detroit’s Munching Mowers, The Salt, 18 giugno 2014