Periferie a perdere

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Foto The Pruitt-Igoe Myth: http://www.pruitt-igoe.com

Sono passati più di quarant’anni dalla demolizione con cariche di dinamite del  quartiere di edilizia popolare Pruitt-Igoe a St. Louis e la spettacolarizzazione della fine dell’architettura moderna, così l’evento fu definito, a partire dalle famose scene del film Koyaanisqatsi non ha più smesso di attrarre l’attenzione di artisti e film maker.  Tanto per citare un caso a noi noto, gran parte delle scene del film Gomorra sono state girate nelle cosiddette Vele di Scampia, in parte demolite, e comunque emblema delle periferie degradate di Napoli.

A Glasgow il complesso residenziale Red Road, il più alto d’Europa, già oggetto di alcune demolizioni puntualmente utilizzate come spunto per produzioni di arte contemporanea, è al centro di una controversa iniziativa legata all’inaugurazione dei giochi del Commonwealth il prossimo luglio. L’idea di demolire cinque edifici (il sesto è ancora occupato da richiedenti asilo) durante la cerimonia di apertura avrebbe dovuto simboleggiare ciò che un po’ pomposamente è stato definito il Rinascimento della città scozzese. L’occasione dei giochi infatti ha avuto come corollario un’estensione del vasto programma di rigenerazione urbana che ha già trasformato i quartieri dell’Est End a colpi di demolizioni, precedute da trasferimenti più o meno forzosi della popolazione.

I grandi insediamenti di edilizia popolare sono stati realizzati, a partire dalla ricostruzione post bellica, con l’intento di ridurre le condizioni di sovraffollamento dei centri urbani a vocazione industriale come Glasgow e altre città del Regno Unito. Si trattava di dare un alloggio dignitoso alla popolazione impiegata nelle numerose industrie,  a quel tempo motore dei processi di sviluppo economico e materiale, e di eliminare il grande numero di alloggi malsani che ancora esistevano, sostituendoli con edifici di grande dimensioni che lasciavano spazio alle aree verdi ed alle infrastrutture per la mobilità e decentrando parte della popolazione nelle new town.

L’aver affrontato un problema sociale, qual è quello di un alloggio adeguato, solo attraverso le soluzioni architettoniche del Movimento Moderno ed aver concentrato in alcuni casi qualche migliaio di persone in un solo edificio, corrispondente alla popolazione  di un quartiere urbano di medie dimensioni, ha generato segregazione, emarginazione,  devianza e criminalità, cioè i problemi tipici dei grandi complessi residenziali destinati alle fasce economicamente più deboli, oltre ad apporre uno stigma su quegli abitanti. In insediamenti di quel tipo si è cristallizzato un profilo sociale che rimane ancorato all’identità deprivata di quei luoghi anche quando essi hanno poi intrapreso un percorso diverso in termini di equità e opportunità.

Il complesso residenziale Red Road di Glasgow. Foto The Guardian
Il complesso residenziale Red Road di Glasgow. Foto The Guardian

I giochi del Commonwealth  per Glasgow sono l’occasione per celebrare la rinascita di questa ex città industriale scozzese dopo il degrado degli ultimi tre decenni di deindustrializzazione e soprattutto per superare gli errori delle scelte insediative del passato.  Red Road e gli altri grandi complessi di edilizia popolare, già in parte demoliti, sono l’eredità dei piani di  social housing  dei quali ha usufruito una parte consistente della popolazione urbana prima di riuscire ad acquistare una casa propria o di rivolgersi al mercato privato per affittarne una.   Non stupisce quindi l’ondata d’indignazione seguita alla notizia della spettacolare demolizione con cariche di dinamite come cerimonia di inaugurazione dei giochi  trasmessa in mondovisione.

Se è giusto cancellare gli effetti di certe sperimentazioni architettoniche, utilizzate per fallimentari operazioni di ingegneria sociale, non lo è altrettanto usare i crolli spettacolari per fare audience, sostengono i firmatari di una petizione on line che è riuscita a bloccare l’evento televisivo e a consegnare le demolizioni alla dignità che meritano le vite spese in quegli edifici. Un conto è celebrare la storia del progresso sociale della città, che è riuscita a superare l’eredità negativa di quei programmi ispirati da intenti condivisibili, un altro è offrire a spettatori che nulla sanno di quella storia immagini impressionanti come se si trattasse di giochi pirotecnici.

C’è poi un altro aspetto che tende sempre a passare sotto traccia quando l’argomento è l’edilizia residenziale pubblica e consiste nel sottolinearne i fallimenti per decretarne l’eliminazione. Meglio lasciar fare a chi sa dove vuole vivere la gente, sembra essere la conclusione alla quale giungono i sostenitori della supremazia del mercato sull’intervento pubblico. E’ d’altra parte l’idea grazie alla quale prima quei complessi residenziali sono stati abbandonati al degrado e poi definitivamente condannati alla cancellazione e non solo delle strutture edilizie. La petizione on line dimostra invece che, malgrado gli enormi difetti di quelle macchine per abitare, esiste un senso di riconoscenza alla funzione sociale che, nel bene e nel male, quegli edifici hanno svolto. I firmatari sembrano sostenere che, se non di periferie a perdere, di una città più equa c’è ancora bisogno. In fondo il problema della povertà urbana, che ogni tanto emerge in tutta la sua crudezza da indagini giornalistiche e rapporti di centri di ricerca, è tutt’altro che risolto e i grandi eventi, come quello sportivo che si terrà fra qualche mese  a Glasgow, con il loro strascico di trasformazioni anche violente, sono promossi come l’occasione da non perdere per avere nuovo posti di lavoro, nuovi equipaggiamenti, attrattività turistica e nuove opportunità di sviluppo.  Ottime cose, certo, che incontrano facilmente il favore delle popolazioni locali. Ma forse non è tutto oro quello che luccica e  sembra che se ne siano accorti anche i 17000 Glaswegian firmatari della petizione che ha costretto gli organizzatori dei Commonealth Games a cambiare la cerimonia d’apertura.

Riferimenti

R. Booth,  Glasgow Commonwealth Games scraps live ‘celebration’ of flats demolition, The Guardian, 13 aprile 2014.

Per chi fosse interessato alla storia del grande complesso di edilizia popolare di St. Louis, si rimanda al trailer del documentario The Pruitt-Igoe Myth: an Urban History.

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