Periferie: e se le chiamassimo semplicemente città?

busteccheDa quando è stato nominato senatore a vita Renzo Piano ha deciso di dedicare il ruolo che ricopre ad un preciso mandato, da lui definito il “rammendo” delle periferie.  Rammendare è ciò che si fa su di un tessuto strappato, bucato, logoro. In effetti se pensiamo a come si sono sviluppate le città italiane dal secondo dopoguerra in poi questi buchi li vediamo benissimo: sono aree verdi abbandonate un tempo agricole, insediamenti  produttivi dismessi, tessuti edilizi radi ed incoerenti cresciuti tra gli interstizi dei grandi insediamenti residenziali pubblici.

Attorno ai centri storici ed alla prima ondata di espansione ottocentesca e dei primi decenni del Novecento sono sorti una serie di episodi urbani che spesso, da un punto di vista della qualità degli spazi, delle funzioni insediate e della composizione sociale sono altro rispetto alla città consolidata. E’ proprio la natura slabbrata, sfrangiata e sparsa sul territorio della crescita urbana, soprattutto quella verificatasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, a suggerire la necessità del rammendo e da questo punto di vista bene ha fatto Piano ed evocarne il concetto.

L’architetto genovese per identificare meglio la natura del problema ha coniato questa definizione: le periferie sono la città che non sa di esserlo (1). Da un punto di vista spaziale ciò che è successo da oltre un secolo a questa parte non ha eguali in molto secoli di storia delle città. Solo per fare un esempio, la Milano che si estende oltre la cerchia dei Bastioni è molto più grande di quella che vi sta dentro ed anche da un punto di vista demografico la straordinaria crescita della città oltre il centro storico è rappresentata dal milione e duecentomila persone che separano gli abitanti del 1901 da quelli del 1971.

Molta parte di quella imponente crescita, che in settant’anni ha più che triplicato gli abitanti di Milano e coperto di costruzioni i due terzi del  territorio comunale, è diventata parte integrante della metropoli che oggi conosciamo e questo vale per molte altre città, soprattutto quelle che sono state protagoniste della prima industrializzazione del paese. Viene quindi da chiedersi se, rispetto alla definizione di periferie proposta da Piano, sia proprio vero che quell’80-90 per cento di popolazione urbana che non vive nei centri storici si sente altro rispetto alla città in cui risiede. Certo, l’aggiunta di nuovi settori urbani prevista dai piani di espansione dalla fine del XIX secolo in poi ha creato, insieme a nuovi quartieri, nuove comunità di abitanti legati che sono anche riusciti a sviluppare un senso di appartenenza a quei luoghi più forte di quello alla città nel suo insieme.

Allora forse più che la realtà è l’immaginario collettivo delle periferie a prevalere soprattutto nelle narrazioni giornalistiche. Bisognerebbe quindi guardare un po’ meglio cosa c’è dentro quel concetto che sembra raggruppare tutto ciò che non è città storica. In fondo per il solo fatto di essere contemporanea la città non lo è di meno, anche alla luce di ciò che è successo ai centri storici, svuotati di abitanti e di funzioni e spesso ridotti a parchi a tema per lo shopping o il turismo.

E’ vero che già dagli anni settanta del Novecento il processo di crescita delle città si è trasferito oltre i confini amministrativi, risucchiando una parte dei loro abitanti, e lo è altrettanto che a questo fenomeno si devono le estese aree suburbane che le circondano. Per descrivere le storture di questo modello di sviluppo urbano sono stati usati fiumi d’inchiostro ed anche su questo sito ne abbiamo scritto in varie occasioni. E’ la dimensione suburbana ciò che connota meglio lo sviluppo contemporaneo di ciò che un tempo si sarebbe chiamato semplicemente periferia  nel senso etimologico di portare la crescita della città intorno ad essa. Oggi si chiama dispersione urbana per indicare un ampliamento spaziale del fenomeno.

Tuttavia gettare nel calderone dell’urban sprawl, come fa lo storico dell’arte Salvatore Settis, ciò che è successo alle città italiane a partire dal XX secolo e sostenere che  l’alluvione di orridi condominî, perverse villette a schiera, scellerati capannoni, pessimi palazzi (e ville e chiese e municipi) (…) tende ad annullare l’equilibrio città-campagna, anzi infrange o nega ogni codice storico-culturale perché è al servizio dell’industrializzazione, di cui adotta pratiche e strategie, ponendo il mercato al di sopra di ogni alto valore (2) significa anche involontariamente difendere tutto ciò che è successo nel passato, compreso l’ordine sociale al quale si è adeguato lo spazio urbano.

Non si discosta molto da questa posizione quella di un altro storico dell’arte, Tomaso Montanari, che recentemente, in un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano, ha mischiato i fallimenti architettonici e sociali di alcuni emblematici programmi di edilizia residenziale pubblica con l’illimitata crescita urbana,  suggerendo che sia  la reazione ‘ordinata’ e pianificata al disastro dei palazzinari (3) e che la speculazione edilizia e lo sprawl rappresentino la bruttezza della città contemporanea in contrapposizione alla bellezza di quella storica.

I fallimenti a cui fa riferimento Montanari sono reali, al punto che in molti casi si è preferito demolire piuttosto che intervenire. Ma è sforzo inutile, affrontare il problema dei quartieri degradati consegnando la città contemporanea all’insuccesso tout court. D’altra parte qui vive gran parte della popolazione urbana, per non parlare del suburbio che ha, anche da un punto di vista demografico, contorni ancora molto sfumati ma non meno ampi.  Gli spopolati centri storici non sono esonerati dai problemi della città nel suo complesso, visto che, nota giustamente Montanari,  sono sempre di più brand da vendere e sempre meno luoghi in cui vivere. Il problema, insomma, è della città nel suo complesso e se c’è uno strappo da rammendare è quello tra passato e presente, a delineare qualche genere di futuro.

Riferimenti

(1) F. Sansa, La grande sfida di Renzo Piano: “Dobbiamo salvare le periferie”, in Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 17 marzo 2014;

(2) S. Settis, Paesaggio Costituzione cemento, Torino, 2010, Einaudi, pp. 53-54;

(3) T. Montanari, Ai margini della città. Vivere ostaggi dell’esperimento di un architetto, in Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2014.

 

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