Expo: ultima chiamata

C’è una sensazione diffusa che abbatte gli entusiasmi per Expo 2015. Sgradevole e difficile da definire; l’immagine più immediata che potrebbe rappresentarla è quella di una cittadella militare della quale si sa poco sulla guarnigione che la presidia e delle attività che vi si svolgono e da cui ogni tanto viene catapultato “al di là del muro” un problema da gestire.
Di solito quando ormai è troppo tardi; quando il danno è deflagrato e da considerarsi ineluttabile. Quando ormai lo spazio di manovra per rimediare non c’è più e non rimane altro che l’esercizio della critica ex post, dell’avremmo dovuto “farci carico”, del “bisogna condividere scelte, responsabilità” ecc. Tutte considerazioni corredate da suggerimenti finalizzati a maneggiare con cura il tema, a limitare i danni e a dare un senso e una proiezione positiva alla sua evoluzione ma che poi rimangono regolarmente disattesi (si sa….si vive nell’urgenza, nell’esercizio straordinario ….. col poco tempo che abbiamo non pretenderete mica che ci si metta anche ad ascoltare tutti!).
Fino ad oggi si è condiviso poco o nulla, se non la gestione delle “grane” derivanti da un insieme di decisioni maturate in un contesto poco permeabile e disposto a socializzarne i contenuti.
E’ accaduto per le Vie d’Acqua, per il sistema di gestione degli appalti e, con un tempismo straordinario da “dark comedy”, nel pieno della bufera degli appalti truccati con la questione dell’affidamento fiduciario senza gara da 750.000 € per l’ideazione e la curatela di una mostra. Probabilmente questo non sarà neanche l’ultimo degli “incidenti” con cui dovremo confrontarci.
Eppure in questi anni non sono mancati interventi “a tempo debito”, di chi ha proposto le proprie riflessioni critiche evidenziando il potenziale devastante e pericoloso degli scenari che si andavano profilando.
Solo per stare “sulla rete” vale la pena ricordare i contributi di MIllennioUrbano, di Eddyburg, di Arcipelagomilano, per citare solo i più “specializzati”.
E’ il caso, per esempio, di un articolo di M.Cristina Gibelli dello scorso 17 maggio che sviluppa un ragionamento urbanistico in ordine al futuro riutilizzo delle aree del sito, stimolato a seguito della recente approvazione del relativo “Masterplan” e di alcuni scenari di intervento promossi da forze politiche e associazioni imprenditoriali.
Al di là della condivisione personale dei contenuti e delle questioni poste, ritengo che l’articolo di M.C.Gibelli abbia il merito di diradare, in parte, la cortina fumogena che caratterizza le proposte e gli slogan sul futuro delle aree Expo.
Partiamo da lì e vediamo appunto come stanno le cose a proposito degli scenari in corso di approntamento.
In ordine alle esigenze di predisposizione del sito per l’evento del 2015 e alla successiva valorizzazione è stata costituita nel giugno 2011 Arexpo S.p.A., la società partecipata da Regione Lombardia e Comune di Milano che ne detengono ciascuno il 34,67%, dalla Fondazione Fiera di Milano che detiene il 27,66%, dalla Provincia di Milano e dal Comune di Rho che detengono rispettivamente il 2,00% e l’1,00% del capitale.
Tra gli scopi della società è prevista “la valorizzazione e la riqualificazione del sito espositivo, privilegiando progetti mirati a realizzare una più elevata qualità del contesto sociale, economico e territoriale, anche attraverso la possibile alienazione, mediante procedura ad evidenza pubblica, del compendio immobiliare di proprietà della Società nella fase post-Expo.” (1)
In merito a quest’obiettivo, Il primo passaggio svolto da Arexpo è stato quello di emettere nel corso del 2013 un Bando Consultivo con la finalità di far emergere “manifestazioni di interesse” rispetto alla platea dei soggetti potenzialmente motivati all’acquisizione e allo sfruttamento delle aree, con le relative proposte di riuso.
La risposta al bando ha visto la presentazione di 15 proposte, alcune delle quali provenienti da tradizionali stakeholders (Camera di Commercio, Assolombarda), altre per lo più dal mondo dei dipartimenti universitari e dell’associazionismo.
A seguito della chiusura del Bando (settembre 2013), la società AC Milan ha presentato una manifestazione di interesse per l’acquisizione di quota parte delle aree afferenti al sito e la relativa realizzazione di un nuovo stadio di proprietà della stessa società calcistica. Questa manifestazione è stata ritenuta da Arexpo accoglibile previo approfondimenti in merito alla fattibilità tecnica dell’intervento proposto.
Nel febbraio 2014, a seguito degli esiti del Bando Consultivo, la stessa Arexpo ha predisposto un Masterplan per l’utilizzo delle aree nella fase post Expo (105 ha.), definendo criteri guida per il dimensionamento e l’articolazione del mix funzionale nonché l’assegnazione dei parametri urbanistico-edilizi che prospettano quindi un contesto  caratterizzato da una rilevante densità in termini di volumetrie (stiamo parlando di più di 1.500.000 di mc. edificabili su un’area di concentrazione volumetrica di 23 ha.),  di cui una quota minima per housing sociale (30.000 mq) e infine un parco tematico che non dovrà essere inferiore a 44 ha.
Nello stesso documento di sintesi, il Masterplan viene presentato come “estremamente flessibile” (2); ne consegue che l’utilizzo che ne sarà fatto non sarà impostato in modo prescrittivo ma elastico in funzione delle opportunità che eventualmente si determineranno.
Questa non è una bella notizia, sia per i carichi urbanistici definiti in partenza che sono di per sé elevatissimi e soprattutto considerando il potenziale asimmetrico che presumibilmente caratterizzerà la relazione tra Arexpo e gli eventuali portatori di proposte di valorizzazione immobiliare del sito.
Al momento attuale non sono emerse “idee forti” in merito al futuro utilizzo delle aree e l’ipotesi ad oggi più concreta in campo (anche se parziale) rimane quella della realizzazione dello Stadio AC Milan che potrebbe godere anche delle opportunità offerte in termini di insediamento di funzioni accessorie, derivanti dalla evoluzione del testo della “Legge sugli stadi”.

La mia personale opinione è che l’obiettivo primario della rifunzionalizzazione delle aree post Expo non sia supportato da esigenze e proiezioni di tipo urbanistico in termini di “area metropolitana” (come il contesto, la dimensione dell’intervento, l’accessibilità e gli investimenti prodotti dovrebbero suggerire) quanto piuttosto dalla necessità di rientrare in termini economici rispetto agli investimenti pubblici prodotti per la realizzazione di Expo2015.

Non è ancora evidente se il percorso attuativo per la cessione e lo sfruttamento delle aree sarà impostata secondo un criterio simile a quello utilizzato per il vecchio recinto della Fiera di Milano (oggi CityLife), con una offerta di un singolo operatore per la totalità delle aree, oppure se si prevede uno “spacchettamento” per singoli lotti. Non ci sono notizie in proposito e probabilmente in questa fase non sono ancora maturate proposte che possano orientare la convenienza economica in un senso o nell’altro.

Sta di fatto che l’analisi di questo percorso, degli strumenti e degli obiettivi messi in campo, ci restituiscono un contesto nel quale sono state create le precondizioni nelle quali, con grande probabilità, vedremo la regia pubblica dell’intervento svanire sotto la spinta della Realpolitik immobiliare a scapito di un ragionamento capace di cogliere in questa occasione una vera prospettiva di riequilibrio della regione urbana milanese.
In tutto questo stupisce, ma non troppo, l’apparente disinteresse della politica con particolare riferimento ai suoi rappresentanti nelle istituzioni direttamente o indirettamente coinvolte. Chissà se si tratta di sola distrazione o di una sorta di opportunismo verso un tema “politicamente pericoloso”? Eppure, stando alle “sensibilità” dichiarate a destra e a manca da buona parte dei consiglieri di maggioranza del Comune di Milano, la sola lettura dei dati del Masterplan dovrebbe procurare loro un attacco d’asma.
L’unica voce che fino ad ora è intervenuta sul tema è stata quella del Sindaco che, stizzito, ha replicato su “il Manifesto” ad un articolo critico di Guido Viale affermando che l’eredità di Expo non sarà una colata di cemento ma “un parco di quasi 50 ha.
Non so perché ma con questa affermazione sento ripartire l’eco di un Mantra, simile a quello ripetuto per tre anni e che aveva convinto i milanesi che con Expo sarebbero stati realizzati dei “veri” canali navigabili e si sarebbe riqualificato il sistema dei Navigli. Ricordate le famigerate Vie d’Acqua?

Note:
(1) il testo virgolettato è citato integralmente dallo statuto della società Arexpo S.p.A.
(2) il testo virgolettato e i parametri urbanistico-edilizi sono riportati nel documento ALLEGATO B – Estratto: Masterplan – Principi Guida (febbraio 2014) scaricabile qui.

Riferimenti

M. C. Gibelli, Expo Milano 2015: una “zona franca” prima e anche dopo?, Eddyburg, 17 maggio 2014.
Sulla vicenda Expo ed opere collegate si veda inoltre M. M. Monte “Milano Vie d’Acqua: At Last!”, Millennio Urbano, 7 maggio 2014 e gli altri articoli sul tema pubblicati su questo sito.

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