Quando la città si prendeva cura

Il complesso immobiliare Porta Nuova, la vetrina più scintillante di un’idea di trasformazione di Milano secondo logiche finanziarie, sta a pochi passi dall’edificio che ospitò per circa novant’anni , a partire dal 1883, le Cucine Economiche, oggi sede di un centro di aggregazione  gestito dal comune.  Si tratta di uno dei primi esempi di servizi sociali della Milano industriale del XIX secolo, un’Opera Pia che ogni giorno distribuiva 160 pasti di buona qualità a prezzi calmierati ad operai e famiglie indigenti.

 

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Le ex Cucine Economiche. Foto: M. Barzi

Ispirate alla prima cucina per gli ammalati poveri, aperta nel 1879 su iniziativa di Alessandrina Ravizza, le cucine economiche furono una di quelle iniziative, finalizzate a curare i corpi e le anime dei poveri dai mali dell’estremo bisogno, che culminarono in quel progetto complessivo di elevamento della condizione del proletariato che fu la  Società Umanitaria,  della cui Casa di Lavoro Ravizza fu direttrice fino alla morte nel 1915. La fondazione dell’Umanitaria fu possibile, nel 1893, grazie al lascito di Prospero Moisè Loria,  che – ricordava nel 1928 Carlo Emilio Gadda nel suo romanzo La meccanica –  visse a Milano negli anni del più grande fermento sociale  e «l’ambiente operosamente caldo della conclusiva città gli suggerì un bene operoso.». Gadda, in questo ritratto della Milano operaia  alla viglia della Prima Guerra Mondiale, descriveva Alessandrina Ravizza – una delle figure di riferimento in Italia del movimento per l’emancipazione femminile – come dedita, con  «tutte le sublimi forze dello spirito suo» alla causa della «Disperazione» , la forza che spingeva dentro la grande città i «miserabili di ogni risma e provento».

Ma l’Umanitaria non si limitò a contribuire al soddisfacimento del bisogno fondamentale di guadagnarsi di che vivere. «E ci fu l’iniziativa delle case popolari, costruite secondo un piano decente, con alloggi da una a tre camere: e cadauno il suo proprio cesso, non in sulle scale o su’ ballatoi buono per cento in comune; oh gioiosa meraviglia d’una latrina secreta, e tutta sua, e non d’altri! col suo “campanello”, con l’acqua! Evidentemente la città s’avviava a diventar metropoli. E cadauno il condotto delle immondezze, luce, gas, riscaldamento! Ne’ locali di pianterreno i bimbi degli inquilini venivan raccolti per le ore diurne a una specie d’asilo.». Nel racconto di Gadda  viene evocata la realizzazione, tra il 1906 e il 1909, dei due quartieri di case popolari che estendono e completano l’opera multiforme della Società Umanitaria, opera che per vie diverse e in vari modi tende sempre al fine ultimo di assistere, elevare ed educare le classi meno favorite dalla fortuna, si legge in una pubblicazione dell’ente.

Il modello di uno degli appartamenti realizzati nel complesso di via Solari fu esposto nel padiglione dedicato alle iniziative realizzate dall’Umanitaria nella sezione Previdenza dell’esposizione universale che Milano ospitò nel 1906. Si trattava di un bilocale composto da cucina, soggiorno e camera da letto, fornito di acqua potabile e di illuminazione a gas, arredato secondo requisiti di solidità, durabilità e praticità e corrispondere ai bisogni di una famiglia operaia di medie condizioni e composta di tre persone.  Si trattava di dimostrare che l’Umanitaria era stata in grado di individuare un’emergenza sociale, di discuterne e di attuare le possibili terapie, di mettere in pratica realistiche soluzioni per lenire, in parte, le sofferenze dei lavoratori, coniugando assistenza, lavoro e solidarismo.

Nella grande fucina dell’Umanitaria migliaia di lavoratori piccoli e adulti, uomini e donne, si ritrovavano per imparare e svolgere un mestiere, per richiedere assistenza,  per studiare  e ricrearsi. Dare un’abitazione dignitosa a chi ne aveva bisogno, all’interno di un quartiere che ospitasse servizi come la Casa dei Bambini con Metodo Montessori,  lo spaccio di generi alimentari – che la Cooperativa Proletaria di Consumo e Produzione gestiva insieme al Ristorante Cooperativo –  la Biblioteca e la Università popolare significava non solo dare un contributo alla soluzione del problema economico che maggiormente affliggeva la massa dei lavoratori giunti a lavorare nelle fabbriche della città, ovvero l’impossibilità di accedere ad una abitazione dignitosa, ma perseguire l’elevazione morale del proletariato.

«E ci furono gli Uffici di Collocamento, gestiti in cooperazione con gli enti sindacali di allora; e poi la Cassa di disoccupazione. Ci fu l’Ufficio del Lavoro, ce anticipo quello istituito dal Governo italiano, e il Museo Sociale. L’Umanitaria s’interessò altresì a tutto il “complesso problema” dell’emigrazione (…) nel 1906 venne aperta, dietro la Stazione Centrale, una “Casa degli Emigranti” nell’intento di assistere i lavoratori italiani in transito per la Mediaeuropa: quelli che il Moncenisio e il Sempione e il Gottardo e il Brennero pompano su dal vivaio del dispregio e della miseria (…)». Qui – sottolineava ancora Carlo Emilio Gadda –  «vi furono possibilità di refezione e dormire: e docce gratuite (…)».  L’Umanitaria, così come le altre istituzioni milanesi solidaristiche, espressione del cooperativismo mutualistico,  nei luoghi della città che esse aveva modificato per effetto della sua opera si prendevano cura «dei malati di ogni male e di ogni miseria».

 

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Le torri di Garibaldi-Repubblica viste dal quartiere Isola. Foto: M. Barzi

Sembrano enormi le differenze tra la Milano attuale, una delle città mondiali a più alta valorizzazione del capitale immobiliare, secondo un recente articolo di The Economist, e quella di cento anni fa. Eppure le grandi disparità economiche e sociali della più ricca tra le grandi città italiane sono ben rappresentate, nel paesaggio urbano, dall’irrompere nel vecchio quartiere operaio dell’Isola delle superfici curtain wall e delle torri del complesso Garibaldi-Repubblica. La povertà nella capitale finanziaria d’Italia si manifesta, ad esempio, nelle occupazioni abusive di alloggi di proprietà pubblica, segno dell’acuta emergenza abitativa. Essa ha ancora bisogno di risposte e il welfare conosce una crisi di risorse che dura da qualche decennio. E’ una povertà molto diversa, per coordinate geografiche, da quella del passato: effetto della  globalizzazione che spinge nella metropoli i malati di ogni male e di ogni miseria da ogni angolo della terra. E tuttavia che la città sappia prendersi cura  dei propri cittadini più bisognosi non ha smesso di essere importante.

Riferimenti

C.E. Gadda, La meccanica, Milano, Garzanti, 1991.

I testi in corsivo sono tratti dalle notizie storiche contenute nel sito della Società Umanitaria.