Quando la strada appartiene alla folla

La grande manifestazione, che l’undici gennaio scorso ha portato due milioni di persone tra le strade di Parigi, tra le molte letture a cui si presta potrebbe annoverare anche quella che riguarda le caratteristiche spaziali del contesto in cui si è svolta: che i boulevard dell’urbanistica haussmanniana fossero il luogo della folla lo aveva raccontato Baudelaire mentre il loro procedere nel corpo della vecchia città era ancora segnato da cumuli di macerie. Ora, a distanza di un secolo e mezzo, la più grande manifestazione della Francia repubblicana ci consente di domandarci se il peculiare carattere urbano della sua capitale continui ad incarnare lo spirito di una civilizzazione. Qui  provo a fornire qualche spunto di riflessione a partire da qualche elemento della ricca letteratura disponibile sulla prima, grande e complessiva trasformazione di una città ad opera dell’urbanistica moderna.

La città come strumento

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Foto: La Stampa

Françoise Choay ha evidenziato quanto l’intento di Haussmann, al di là di imporre alla città l’ordine della società capitalista, fosse quello di portare alla luce l’essenza dell’idea di spazio che vi è sottesa e che ha nella circolazione – di merci e di persone –  «il segno della nuova società economica e tecnologica». Il Prefetto della Senna è quindi «il primo a trattare la città come uno strumento», lo spazio utile al pieno sviluppo delle idee e delle forze della società che esso interpreta. Ma egli non si limitò ad operare in nome e per conto del potere che lo aveva incaricato di quella gigantesca opera di trasformazione: la haussmanizzazione diventerà un processo destinato a durare oltre il Secondo Impero e a riguardare numerose città travolte dalle conseguenze del progresso capitalistico.

C’è però un altro aspetto della haussmanizzazione che travalica i cambiamenti del corpo della città e che ha a che fare con la sua carica simbolica. Secondo David Harvey «il deliberato piano di far assumere a Parigi il manto della Roma imperiale e diventare la testa e il cuore della civiltà in Europa ed oltre era centrale per gli sforzi di Haussmann». E’ la spettacolarizzazione della vita urbana  la più grande invenzione della capitale del XIX secolo, per usare le parole di Walter Benjamin. «L’ideale urbanistico di Haussmann erano gli scorci prospettici attraverso lunghe file di viali. Esso corrisponde alla tendenza che si osserva continuamente nell’Ottocento a nobilitare necessità tecniche con finalità artistiche. Gli istituti del dominio mondano e spirituale della borghesia dovevano trovare la loro apoteosi nella cornice delle grandi arterie stradali. Certe arterie erano ricoperte, prima della loro inaugurazione di una tenda, e quindi scoperte come monumenti».

Lo spettacolo della nuova Parigi dei boulevard sta in primo luogo nella grande possibilità di consumo che essi offrono. Una possibilità che inscrive nell’ordine spaziale il dato economico della divisione in classi.  Gli occhi dei poveri di Baudelaire,  fissi sullo scintillante café –  nuovo quanto lo è l’arteria del sistema circolatorio urbano che lo ospita e che è appena stata costruita –  osservano riflessa nelle sue vetrine l’immagine di una città che non conoscevano per essere stati, fino a quel momento, chiusi nel miserabile quartiere demolito dai Grands Travaux.

Marshall Berman nel suo Baudelaire: il modernismo per le strade ha descritto molto bene il dato ultimo, forse l’effetto meno previsto, dei piani del regime bonapartista: «I boulevard di Napoleone e Haussmann posero le nuove basi – economiche, sociali ed estetiche – per l’aggregazione di una enorme quantità di persone». E’ la vie parisienne fatta di negozi, botteghe caffè e ristoranti che hanno reso così animati i marciapiedi dei grandi viali, progettati in modo da creare ampi scorci prospettici anche grazie a filari di alberi che convergono nei punti di fuga delle piazze monumentali. E’ la modernizzazione dello spazio urbano che si produce sotto gli occhi di Baudelaire: la forma di una città può cambiare più velocemente del cuore di un mortale.

Modernità versus modernismo

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Foto: Moma.org

Le immagini della grande manifestazione di Parigi restituiscono la carica simbolica di una città che per la generazione di Berman è stato l’esempio, tanto a cui riferirsi come da demolire, del conflitto tra modernità e modernismo. Se l’idea di uccidere la strada fosse riuscita a compiersi pienamente, se il Plan Voisin di Le Corbusier fosse stato preso sul serio e l’autostrada, che ha dominato l’urbanistica novecentesca, avesse plasmato interamente lo spazio urbano, riuscendo a separare quelle «forze materiali ed umane esplosive» che nei boulevard  – il segno distintivo dell’urbanistica ottocentesca – si sono rimescolate, dove avremmo visto riversarsi quella folla enorme?

Non è una domanda oziosa: è possibile manifestare coma cittadini in assenza di uno spazio le cui caratteristiche fisiche consentano grandi resamblement? Non si può fare a meno di notare che la natura moderna della città che ha ospitato la storica manifestazione dell’altro ieri ha molto a che fare con le ragioni di chi manifestava. Al contrario le proteste che hanno portato nelle strade –  malgrado gli enormi sforzi compiuti dall’urbanistica novecentesca per cancellarle  – migliaia di cittadini contro, ad esempio, la costruzione degli stadi per i mondiali di calcio nelle città brasiliane o la distruzione di Gezi Park a Istambul raccontano una diversa storia dell’urbanizzazione come processo di modernizzazione.

I regimi totalitari, come il Secondo Impero bonapartista, conoscevano bene il valore simbolico degli spazi in cui tenere parate militari o le grandi adunate di popolo. La Comune di Parigi è stata, da questo punto di vista, una sorta di eterogenesi dei fini perché ha dimostrato che la simbiosi tra spazio pubblico e privato, che fa della la città un «corpo politico», può assumere forme inaspettate. Non è un caso che Harvey abbia visto a questo riguardo dei parallelismi con quanto è accaduto a New York negli anni ’60 con il movimento dei diritti civili, quando il Moloch modernista da abbattere erano le autostrade urbane di Robert Moses. In fondo è questa l’esperienza della modernità che ha raccontato Marshall Berman e i due milioni a Parigi ci hanno confermato che se «la strada, lo spirito moderno, continuano a dissolversi nell’aria» è ancora possibile sentirci a nostro agio nel mondo della modernizzazione.

Riferimenti

F. Choay, Le città. Utopie e realtà, Torino, Einaudi, 1973.

D. Harvey, The political economy of public space, 2005.

W. Benjamin, Parigi. La capitale del XIX secolo, in Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1962.

M. Berman, Baudelaire: il modernismo per le strade , in Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, Bologna, Il Mulino, 1985.

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