Recriminazione sul dissesto idrogeologico

Ora, il cambiamento climatico è un fenomeno reale – sostiene Vito Antonio Ayroldi (1) che però aggiunge: Presentarlo quale giustificazione del dissesto idrogeologico è un atteggiamento semplicemente stupido.

Almeno un paio di considerazioni.
Il cambiamento climatico divenuto purtroppo realtà è bene che diventi consapevolezza comune – così come la sempre minore rilevanza che, ormai nel medio-breve periodo, sono destinati ad avere eventi definiti ‘epocali’ come il recente accordo USA-Cina sulle emissioni di gas-serra.

Questa consapevolezza, e la tragica constatazione del come e in quale misura i tempi di questo maligno cambiamento si stiano accorciando, rendono relativamente oziosa la recriminazione, sia pure estesa ad un periodo a sua volta breve come ‘gli ultimi vent’anni’.
Vent’anni fa, benché fosse imminente la stipula del protocollo di Kyoto sulle emissioni (1997, l’Italia firma nel ’98, per ratificare nel 2002), l’Occidente era ancora incerto sul credito che i sostenitori del riscaldamento globale realmente meritassero…
Questo non soltanto per la conclamata malafede che portò una serie di Paesi, tra cui gli USA, a sottoscrivere ma non a ratificare il protocollo – ma, nella percezione comune, per il semplice fatto che gli effetti del cambiamento climatico non si erano, allora, ancora pienamente dispiegati.
Il Mediterraneo, venti, ma ancor più quaranta anni fa (per non parlare dei tempi in cui scriveva il giovane Calvino), non era ancora un mare tropicale, e il suo clima si percepiva ancora, appunto, come ‘mediterraneo’. I profeti di sventura tendevano a restare inascoltati…

Con questo, non si vuole ‘salvare’ la speculazione edilizia – ma disinnescare il solito meccanismo inquisitorio che a tutti i costi deve trovare un colpevole da dare in pasto alle masse.
La portata di quanto è successo in queste settimane e ancora sta succedendo tra Liguria, Piemonte e Lombardia, oggi, non può essere ascritta ne’ alla speculazione ne’ ai condoni – per quanto entrambi i ‘fenomeni’ siano senz’altro da combattere e da evitare.
Quello che drammaticamente appare come messo in gioco (a rischio, e tale destinato a restare) è la stessa potenzialità insediativa delle regioni che un tempo ospitavano il c.d. triangolo industriale dei tempi del boom: quanto – anche in termini di edilizia pubblica e/o sociale – quanto si è costruito, a quei tempi?, quanto è stata ‘colpa’?

Quando però le nazioni hanno cominciato a confrontarsi attorno a tavolo di Kyoto – giusto vent’anni fa, per l’appunto – le avvisaglie c’erano tutte, e il tempo era ancora sufficiente alla prevenzione.
Sappiamo chi ha governato, con brevi interruzioni, negli stessi vent’anni in Italia. Sappiamo che cosa ha fatto, che cosa non ha fatto e che cosa ha distrutto via via che il Paese accresceva la propria fragilità, assoluta e relativa, e la sua popolazione, a poco a poco, entrava senza saperlo nell’aera di rischio.

Più o meno da quei tempi, a riprova che i termini del problema non erano ignoti, contribuiamo (ma lo facciamo davvero?, e in che misura?) con provvedimenti di controllo delle emissioni industriali (più o meno efficienti) e, fatto più sensibilmente avvertito dall’opinione pubblica, con provvedimenti di limitazione crescente all’uso dell’auto privata delle aree urbane (anch’essi dall’efficienza dubbia).
“Questo”, lo abbiamo fatto. Sul fronte delle emissioni. E delle sanzioni che la loro repressione ha permesso e permette di introitare.

Ci si chiede con amarezza retorica che cosa invece nello stesso lasso di tempo sia stato fatto (o appunto non fatto o distrutto) sul piano operativo della cura del territorio inteso come supporto fisico, sul contenimento del rischio, sulla cura del reticolo idrografico superficiale.

Ci si chiede anche (a fronte della minacciosa ondata di piena che rischia di gonfiare, complice la riforma degli estimi catastali, le tasse sulla casa, che spesso è la prima ed unica casa) che cosa mai si sia fatto per rendere quella cura obbligo cogente e seriamente sanzionato da parte dei proprietari assenteisti degli ex fondi agricoli in cui sono ritagliati i versanti montani in tutta Italia.

Non è solo il suolo ‘consumato’ dall’edilizia il responsabile (fisico) di quanto accade – è anche il suolo intatto e magari paesisticamente ‘panoramico’ e ‘bello’ a gonfiarsi d’acqua che non trova canali di sfogo, fino a quando non è costretto a franare e ad uccidere come negli ultimi giorni…

Nota

(1) V. A. Ayroldi, Alluvioni: inadeguatezze pubbliche e responsabilità private, Millennio Urbano, 18 ottobre 2014

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