Resilienza, o della pianificazione dell’imprevedibile

Che il cambiamento climatico stia producendo effetti sotto ai nostri occhi, e che questi ultimi riguardino soprattutto le forme dell’ambiente costruito  – ciò che per convenzione chiamiamo città – è una constatazione quanto mai facile da fare. Il rischio dell’esposizione agli allagamenti non può più essere considerato una eventualità ma, in certe condizioni,  una costante,  come sanno bene gli abitanti di Genova e di molte altre città spesso confrontate con la devastazione delle alluvioni.

A New York l’esperienza dell’uragano Sandy ha segnato l’avvio di una riflessione sulla forma della città che include la possibilità che essa cambi sulla base della quantità di spazio guadagnato dall’acqua ad ogni evento atmosferico. In questo scenario alcuni settori urbani andrebbero considerati come stabilmente sommersi, cioè  potrebbe essere più conveniente arrendersi alla presenza dell’acqua piuttosto che investire grandi quantità di denaro pubblico per difendersi inutilmente da essa.

Adattarsi ai cambiamenti

 

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Foto: M. Barzi

Se da un punto di vista della progettazione urbana la sfida della resilienza ai cambiamenti climatici offre spunti di riflessione affascinanti sulle forme che la città potrebbe assumere – molto più inclini a dialogare con gli ecosistemi naturali piuttosto che ad opporvisi – da quello delle ricadute sulla sua componente umana le cose sono assai più complicate.

Lasciare spazio all’acqua significa perderlo per gli abitanti,  vuol dire abbandonare case, attività economiche e attrezzature collettive. Chi deciderà,  quale autorità sarà in grado di determinare simili scelte che comporterebbe uno sconvolgimento permanente dei principi con i quali le città si governano? Saranno, le città, in grado di cedere il potere con il quale storicamente hanno definito la loro forma?

Il sociologo Richard Sennet è convinto che l’imprevedibilità degli effetti del cambiamento climatico richieda una capacità di adattamento difficilmente ottenibile attraverso la dimensione locale del controllo dello spazio. La natura è antidemocratica e i diritti di cittadinanza, come il voto, non servono ad adattarsi a fenomeni incontrollabili. Le città devono aprirsi a questa imprevedibilità a partire dalla loro forma – sostiene Sennet – ed assumere l’adattabilità che distingue i sistemi aperti da quelli chiusi.

Non è solo l’imprevedibilità del clima a richiedere questo cambio di paradigma, dalla pianificazione pervasiva di stampo novecentesco alla accettazione della flessibilità al cambiamento continuo. Sono anche altri tipi di flussi che, esattamente come quelli idrici, risultano poco controllabili: l’immigrazione ad esempio o il denaro che determina gli assetti finanziari ai quali da tempo risponde lo sviluppo delle città.

Città aperta

Sennet non indica il livello di governo che possa sostituirsi a quello locale per determinare le strategie di adattamento. Non dice come rimpiazzare la pretesa del controllo, che ha indirizzato la vita delle comunità ed ha storicamente sostanziato lo status di cittadino. Il suo ragionamento indica però un ambito in cui le differenze tra ciò che sta dentro e fuori la città, luogo in grado di plasmare con le sue regole anche il territorio circostante e di definire una gerarchia rispetto alla campagna dalla quale dipende per la sopravvivenza, finiscono per annullarsi.

La fine della città-stato alla quale Sennet allude, rievocando implicitamente la storia plurimillenaria della polis, evidenzia l’inutilità degli strumenti pensati per stabilire una relazione con le forze dello sviluppo della città ma non per misurarsi con quelle della sua potenziale distruzione. Una bella suggestione la sua, che l’inarrestabile progredire del cambiamento climatico fa diventare una possibilità da prendere urgentemente in considerazione.

Il suo concetto di città aperta si configura come un processo evolutivo nel senso darwiniano del termine, una precondizione per la sopravvivenza dell’organismo città. Il fatto che il cambiamento climatico riguardi già il presente non fa che aggravare l’inadeguatezza degli strumenti dell’urbanistica novecentesca che hanno fin qui regolato l’uso del suolo secondo una visione precostituita, in cui tutto occupa una certa quantità predeterminata di spazio e ogni forma di occupazione è regolata da indici e parametri precisi. Il primo passo è pendere atto dell’inadeguatezza del dogma del controllo spaziale ma i contorni che la pianificazione dell’imprevedibile potrebbe avere sono ancora tutti da immaginare.

Riferimenti

R. Sennet, Why climate change should signal the end of the city-state, The Guardian, 9 ottobre 2014.

Su come l’adattamento al cambiamento climatico si veda M. Barzi, Resilienza: se New York impara da Venezia, Millennio Urbano, 8 luglio 2014.

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