Resilienza: se New York impara da Venezia

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Foto: M. Barzi

Piove ormai da troppo tempo in questa anomala estate 2014, e ci si chiede se si tratti di anomalia una tantum, di quelle che appartengono alle statistiche metereologiche, o se siamo invece davanti al segno evidente del cambiamento climatico. Provando ad immaginare situazioni come questa, protratta nel tempo e con precipitazioni a volte molto intense e ricorrenti in ogni stagione, si arriva inevitabilmente alla conclusione che prima o poi saremo costretti a convivere con le strade sempre più  percorse dall’acque , oltre che dal traffico veicolare.

In termini più generali, però, ciò vorrebbe dire sperimentare sul campo il concetto di resilienza, che poi vuol dire testare la capacità dell’ecosistema urbano di ripristinare più o meno spontaneamente la sua omeostasi. Più semplicemente si tratta di capire quanto sarà naturale l’adattamento ai cambiamenti climatici, ma anche quali modifiche andranno apportate alla forma urbana.  

Resilienza

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Foto: M. Barzi

Una città come Venezia convive da sempre con la possibilità che l’acqua invada gli spazi dedicati ad ai flussi di persone e merci, e tuttavia è stato un evento eccezionale come l’alluvione del 1966 ad allarmare riguardo alle condizioni che garantiscono l’equilibrio nei rapporti tra terra, acqua e popolazioni. Un progetto molto discusso come le barriere mobili del MoSE, poste ai varchi tra la laguna ed il mare, dovrebbe appunto servire a mitigare gli effetti della combinazione tra abbassamento del livello del suolo ed innalzamento delle maree innescate dal cambiamento climatico. E’ la preoccupazione per la capacità di essere ancora resiliente rispetto all’invadenza dell’acqua, aspetto sul quale si fonda la millenaria storia della città, la ragione delle opere di regimazione dello scambio tra mare e laguna alla quali appartiene il MoSE. Venezia è una città modello di convivenza con l’acqua al quale non a caso guarda New York nel pianificare le strategie di difesa dopo eventi come l’uragano Sandy del 2012. Un anno dopo,  il sindaco Bloomberg, alcuni tecnici della sua amministrazione e la direzione dello Storm Recovery dello Stato di New York, erano a Venezia per capire come attrezzarsi nel cas odi eventi analoghi e per informarsi sul funzionamento delle paratie mobili all’interno del progetto complessivo di salvaguardia della laguna. L’uragano, che ha consentito alla metropoli di testare la propria resilienza,  è stato quindi l’occasione per avviare una riflessione complessiva sulle strategie di adattamento a lungo termine ai cambiamenti climatici.

Scenari a breve termine

A questo riguardo il settore Housing and Urban Development dell’amministrazione newyorchese ha promosso il concorso “Rebuilt by Design”, finalizzato alla ricerca di risposte che si discostino dagli interventi standard di gestione dei postumi di una catastrofe naturale. Da un anno dieci gruppi di progettazione interdisciplinare stanno elaborando soluzioni innovative per la regione urbana che è stata interessata dal passaggio dell’uragano. Il Big U, ad esempio,  è un sistema di opere attorno alla parte meridionale di Manhattan composto da terrapieni coperti da vegetazione e barriere in muratura. Esso garantirebbe una protezione dall’innalzamento dell’acqua della baia fino al 2050. Si tratta quindi di uno scenario che dal punto di vista dei processi ambientali può essere considerato di breve termine e che trasformerà notevolmente il disegno urbano del settore più esposto agli effetti devastanti dell’acqua. Anche New Orleans negli anni Sessanta si era dotata di argini che hanno resistito fino al 2005, anno della devastazione di Katrina. Klaus Jacob, ricercatore scientifico presso il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University,  invita però a prendere in considerazione i modelli d’innalzamento del livello del mare al 2100: forse non vale la pena spendere decine di milioni di dollari per interventi che dopo mezzo secolo potrebbero essere  inutili.

Imparare da Venezia…

Per capire davvero come si convive con l’acqua – sostiene Jacob – New York dovrebbe prevedere, almeno nelle zone soggette alle inondazioni attuali e future,  “infrastrutture sommergibili”. Ciò significherebbe spostare dal piano strada a quelli superiori ed ai tetti i sistemi di accesso agli edifici ed eventualmente collegare i grattacieli con High-line, come quella riconvertita in parco ricreativo non lontano dal fiume Hudson. Insomma entro il 2100 New York avrebbe  bisogno di trasformare molte strade in canali simili a quelli di Venezia, per il bene delle attività economiche e per consentire che i flussi di merci, servizi, rifiuti e persone non incontrino ostacoli, ma possano usufruire di metropolitane a tenuta stagna, e, se necessario, di chiatte, traghetti e taxi d’acqua. Lo scenario che Jacob suggerisce prende quindi in considerazione un innalzamento tale del livello dell’acqua da rendere necessario che con essa si impari a convivere per sempre. Esattamente quello che Venezia fa dalla sua fondazione e che ora viene preso a modello per ridisegnare una metropoli resiliente nella quale, alla fine del secolo, la popolazione potrebbe aver superato i dieci milioni di abitanti (un incremento di un milione di abitanti rispetto agli attuali 8,3 è atteso nei prossimi 15 anni).

…ma anche da New York

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Foto: M. Barzi

Così come New York  è inseparabile dalla sua baia, Venezia coincide con la sua laguna. Alla luce degli scenari che, indipendentemente delle suggestioni di Jacob, prevedono a breve termine l’1% della superficie della metropoli americana interessata dalle inondazioni,  a Venezia ridurre la questione della protezione dall’innalzamento dell’acqua del mare alla mera regolamentazione dello scambio con quelle della laguna avrebbe davvero poco senso. Scegliendo il MoSE, invece delle alternative possibile di riduzione sostenibile dell’afflusso di acqua marina, si è preferito sostituire le leggi della natura che regolano l’ecosistema lagunare con quelle della tecnica su cui si basa il progetto ingegneristico delle barriere mobili  (i cui costi elevatissimi e la corruzione costituiscono una sorta di beffa oltre al danno). Allora se per immaginare se stessa fra poco meno di un secolo New York guarda a Venezia, forse Venezia potrebbe guardare ai progetti per migliorare la resilienza al cambiamento climatico che New York  sta adottando.  Magari riflettendo sul fatto che essere un modello di capacità di adattamento ai mutamenti di un particolare sistema ambientale può essere di per se una buona base per le strategia di sopravvivenza futura.

Riferimenti
K. Jacob, Climate Scientist: Manhattan Will Need “Venice-Like Canals” to Stop Flooding, Next City, 25 giugno 2014.
E. Salzano, La Laguna di Venezia e gli interventi proposti, Eddyburg, 15 gennaio 2008.

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