Risposta al ragazzo della via Gluck, Giorgio Gaber (1966)

Contributi Musicali all’Urbanistica | Puntata 3

Perché non provare a leggere i fenomeni urbani e suburbani attraverso gli indizi lasciati dalla musica?

gluck_gaberAbbiamo già parlato dell’ingenuo ragazzo della via Gluck, che in pieno boom edilizio guarda stranito l’irrefrenabile espansione della città, con il cemento che si sostituisce all’erba. Non abbiamo però ancora parlato di un altro ragazzo, quello di cui parla la “Risposta al ragazzo della via Gluck” di Giorgio Gaber.

Giorgio Gaber, nome d’arte di Giorgio Gaberscik, nasce a Milano il 25 gennaio 1939 da padre triestino e madre veneta, emigrati in Lombardia in cerca di fortuna. Come i genitori di Celentano insomma. Di salute cagionevole, il “Signor G” incomincia a suonare la chitarra a nove anni, come esercizio di riabilitazione dopo un incidente alla mano sinistra, e se ne innamora.
Gaber comincia la propria carriera di musicista in una Milano anni ’50, invasa dalle nuove sonorità del Rock’n’Roll importato dall’America. Conosce e collabora con Celentano, Jannacci e Tenco e crea il nuovo stile ibrido del “Teatro canzone”. Tutti i brani di Gaber, da inizio carriera fino al 2003, anno della sua scomparsa, sono caratterizzati da sottile ironia e interesse verso temi sociali, senza tralasciare la città e chi la abita.

Il brano che vi proponiamo oggi è uno di questi. Tra i testi scritti e cantati da Gaber, non è né il più famoso e probabilmente non è neanche quello meglio riuscito a livello musicale, ma offre un punto di vista decisamente interessante, in quanto volutamente opposto a quello del Ragazzo della via Gluck di Celentano. Nella Risposta al ragazzo della via Gluck il problema infatti non sono le aree verdi cementificate, ma le aree urbanizzate degradate destinate alla realizzazione di aree verdi:

Ma quella casa ma quella casa ora non c’è più

Ma quella casa ma quella casa l’han buttata giù

Se Celentano nel Ragazzo della via Gluck raccontava parte della sua giovinezza, Gaber preferisce immaginarsi un ragazzo “medio”, anche lui residente in periferia, in cui qualunque ragazzo della medio-bassa borghesia milanese potrebbe immedesimarsi. Un ragazzo decisamente sfortunato.

In affitto in una piccola casa di ringhiera, “fitto bloccato e servizi di corte”, dopo la morte della madre, e sul punto di sposarsi, il protagonista della storia di Gaber si vede tolta la casa… Sfattato, ironia della sorte, perché la sua casa deve essere abbattuta per far spazio ad un prato:

Già tutto è pronto, le pubblicazioni
il rito in chiesa e i testimoni
quand’ecco arriva un tipo astratto
con barba e baffi e avviso di sfratto

e quel palazzo un po’ malandato
va demolito per farci un prato
il nostro amico la casa perde
per una legge del piano verde

Qui si ritrova tutto il gusto di ricostruire le dinamiche e le politiche urbane dal basso e dalla musica! Eh sì, perché in questa strofa Gaber fa riferimento a uno dei punti previsti dal quarto governo Fanfani,  della prima metà degli anni ’60: esecuzione del “piano verde” per lo sviluppo agricolo. Firmato il 2 giugno 1961 da Amintore Fanfani, il Piano Verde avrebbe dovuto avviare l’agricoltura nazionale verso una fase nuova, nettamente distinta dall’arretratezza che aveva contraddistinto fino a quel momento il principale settore economico del Paese. Obiettivi che vennero raggiunti solo in parte, ma che vennero affiancati anche da altre azioni mirate al superamento del degrado dato dall’industrializzazione: gli anni sessanta sono stati infatti anche gli anni in cui è cominciato il dibattito degli standard, dei servizi e delle aree verdi urbane.

Rinviando ad altra occasione una valutazione dell’efficacia del Piano Verde, non è comunque dato sapere se la storia raccontata da Gaber sia realmente accaduta o se rappresenta un caso di fantasia estrema. Di sicuro, l’ironia con cui il pezzo si chiude (“E’ ora di finirla di buttar giù le case per fare i prati”, “Io non capisco perché non buttano giù i palazzoni del centro: quelli sì che disturbano! Mica le case di periferia!”) è lontana anni luce dall’ingenuità populistica del Molleggiato, e molto probabilmente più vicina alla semplice realtà:

“I soliti problemi! Qui non si capisce mai niente”.

Riferimenti:

Giorgio Gaber – La risposta al Ragazzo della via Gluck

Marco Romano, L’urbanistica in Italia nel periodo dello sviluppo 1942-1980, Marsilio

Marcello Fabbri, L’urbanistica italiana dal dopoguerra a oggi, De Donato

Edoardo Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza

Federica Manenti, Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano (1966), Millennio Urbano