Scenari urbani a chilometro zero

2014-03-12 11.47.24
Foto: M. Barzi

Le mode, nella maggioranza dei casi fenomeni innocui e passeggeri, a volte possono avere ricadute disastrose. La prima bolla finanziaria conosciuta nella storia del capitalismo è stata innescata dai tulipani e dalla stratosferica ascesa del prezzo dei bulbi, il cui possesso era considerato uno status symbol.  Quasi quattro secoli dopo, e con una perdurante crisi economica scatenata da un’altra bolla finanziaria, la moda è ancora ampiamente in grado di orientare certi tipi di consumo, anche se nel caso dei prodotti agroalimentari a chilometro zero la preferenza accordata da un numero crescente di consumatori dipende da una maggiore sensibilità ambientale e sociale. Sensibilità che rende preferibile spendere il triplo per i fagioli prodotti in Italia rispetto a quelli del Madagascar, al minor prezzo dei quali corrisponde un maggior impatto ambientale, per non parlare delle pessime condizioni socioeconomiche che spesso riguardano le popolazioni coinvolte nei processi produttivi.

Diminuire le distanze

Che sia un’assurdità ambientale far viaggiare il cibo per migliaia di chilometri lo sappiamo da tempo ma sappiamo anche che è difficile rinunciare ad alimenti che nulla hanno a che fare con la vocazione produttiva del luogo in cui viviamo. Se riusciamo a produrre le fragole nell’orto di casa o nel vaso sul balcone lo stesso non può valere per quel numero non piccolo di prodotti che semplicemente hanno bisogno di altre condizioni climatiche rispetto a quelle in cui viviamo. La vocazione produttiva dei suoli è quindi il vero scoglio contro il quale s’infrange il mito del chilometro zero, perché un conto è l’assurdità delle ciliegie cilene acquistate in Europa a Natale, un altro è la rinuncia ad agrumi ed olio d’oliva per coloro che non vivono nella regione mediterranea. E tuttavia, se è di agricoltura vicina alla città che si parla quando si usa la formula chilometro zero, ben vengano gli ortaggi e la frutta prodotti dall’azienda agricola che è riuscita a trovare un po’ di terra libera tra le lottizzazioni suburbane, o il formaggio di capra della valle che aveva perso popolazione ed attività economiche.

Avvicinare città e campagna

Insomma va tutto bene se si accorciano le distanze tra luogo di produzione e città, se l’agricoltura urbana e periurbana serve a preservare il suolo da altri usi, tipicamente dall’edificazione. Va bene fare la spesa dal contadino fuori città o in uno dei tanti mercati  a chilometro zero, appunto. Benissimo, se si hanno tempo e voglia di sporcarsi le mani con la terra, di fare un po’ di fatica, di affrontare qualche insuccesso, ma di avere in cambio la soddisfazione di mangiare qualcosa che non provenga dal supermercato ma dall’orto del giardino di casa o degli spazi a gestione comunitaria. Ottimi persino i vasi sul balcone con dentro qualche vegetale commestibile. Tutte validissime strategie per mettere qualche granello di sabbia nell’ingranaggio della produzione agroalimentare corrente, che ha reso il cibo una merce come un’altra e svincolato il suo consumo da qualsiasi relazione con il territorio che lo produce. Ma quando si legge di un kit di lampade a LED che serve a generare la luce di cui ha bisogno una pianta ed a produre l’insalata direttamente in casa non si può fare a meno di pensare che la moda del chilometro zero serva sostanzialmente ad altro.

Oltre il chilometro zero

prezzemolo
Foto: M. Barzi

La startup che sta proponendo l’agricoltura dentro le mura domestiche si chiama, forse in onore della moda olandese del Seicento, Bulbo. Il sito internet illustra raffinati complementi d’arredo dai quali spuntano ciuffi di lattuga e graziosi pomodorini. Al di là del design accattivante e dell’ambientazione glamour viene subito da sorridere nel leggere quel farm different scritto sotto il logo. Il primo significato del verbo to farm dell’Oxford Dictionary è Make one’s living by growing crops or keeping livestock, traducibile in ottenere di che vivere coltivando la terra o allevando bestiame. In questo caso si tratta in partica della possibilità di produrre basilico, ad esempio, con un investimento compreso tra i 150 ed i 300 euro. Basta aggiungere il costo dell’energia elettrica  e si può fare il pesto tutto l’anno e per sempre. A di là del fatto che quel tipo di lampada sia poco energivora, salta all’occhio la prima assurdità e  cioè il fatto di consumare energia, magari prodotta da fonti fossili, per produrre qualcosa che di solito cresce grazie alla luce solare. Tuttavia che la produzione alimentare non sia l’obiettivo della startup sono gli stessi giovani imprenditori a dichiararlo: con il loro kit intendono più che altro spiegare a coloro che hanno sempre abitato in città  come funziona il ciclo di vita di una pianta, insomma avvicinarli alla natura. Il sorriso per queste dichiarazioni si trasforma in altro quando nel servizio che Repubblica dedica a Bulbo, si legge che in fondo l’invenzione della startup bolognese è in piccolo ciò che al Mit di Boston progettano in grande, ovvero la delocalizzazione della produzione alimentare dalla campagna alla città grazie alle fattorie verticali.

Tutto il potere alla tecnologia

Se la campagna non serve più a produrre cibo inevitabilmente servirà a qualcos’altro. Magari a sostenere l’espansione urbana futura, quella che conterrà il 75 % della popolazione mondiale nei prossimi 20 anni. Uno scenario ampiamente previsto ma che forse avrebbe bisogno di una gestione diversa da quella tecnocratica che giunge dalle proposte del Mit o da personaggi come Dickson Despommier, del quale questo sito si è occupato in altre occasioni. Aspetti che l’articolo di Repubblica non coglie minimamente, anzi,  che tende ad enfatizzare come modernizzatori rispetto all’agricoltura che ha bisogno di quella risorsa non rinnovabile chiamata suolo, piuttosto scarsa ormai nei paesi ad economia post-industriale. Di mezzo c’è una questione non da poco: il suo uso  anche in relazione al modo in cui cresceranno le città del futuro. Decisamente troppo grande per essere contenuta in un grazioso vaso di pomodori.

Riferimenti

R. Rijtano, La coltivazione si fa in casa: frutta e verdura sono a centimetri zero, La Repubblica, 1 luglio 2014.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *