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Spazio pubblico a compartimenti stagni

Organizzare le città per funzioni separate è ciò che l’urbanistica novecentesca ha saputo fare meglio. Ci è talmente riuscita a mettere da una parte le abitazioni, da un’altra i posti di lavoro e da un’altra ancora le attività commerciali e di servizio che alla fine l’abitante medio della città contemporanea trova la separazione del tutto normale.  E poiché, nella maggioranza dei casi, l’abitante medio non vive nel nucleo centrale di antica formazione ma in quelle parti di città che – secondo la più classica delle espressioni urbanistiche –  sono cresciute per ambiti funzionalmente omogenei, l’organizzazione della città contemporanea ha finito per influenzare il comportamento dei suoi abitanti.

Quanto pervasiva sia questa influenza può essere verificato anche senza possedere nozioni di urbanistica o di antropologia. L’uso massiccio dell’auto, non importa quanto breve o lungo sia il tragitto, è un ottimo esempio perché negli spostamenti obbligati dalla separazione funzionale ce ne sarà sempre uno che necessita – magari perchè è difficilissimo compierlo con i mezzi pubblici –  di essere svolto sulle personali quattro ruote. Alla lunga quindi l’auto finisce per essere un’abitudine molto di più che una necessità, e ad influenzare il modo in cui si vive nell’ambiente urbano.

Ciò che resta tra una funzione e l’altra

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Foto: M. Barzi

L’anello debole di questo schema organizzativo è lo spazio pubblico poiché esso può meno facilmente essere organizzato per funzioni omogenee. Ancora una volta è l’auto il trait-d’union tra gli ambiti funzionalmente omogenei  e quella specie di spazio di risulta, tra una funzione, e l’altra che sono le strade, le piazze e le aree all’aperto in genere,  spazio che finisce per essere prevalentemente occupato dai veicoli, sia che si muovano sia che stiano fermi. In questo schema il verde pubblico diventa un ulteriore luogo da raggiungere nei tragitti obbligati dal funzionamento della macchina urbana, dove si va a fare tutto ciò che è precluso negli ambiti a funzione predeterminata: muoversi, giocare, sostare, eccetera. Azioni che si svolgono senza una gerarchia e secondo logiche casuali che dipendono dagli utilizzatori. Capita quindi che esso diventi teatro di conflitti appunto perché, divieti dichiarati in appositi cartelli a parte, non esiste un codice d’uso come ad esempio per il transito su strada.

Le cronache locali spesso raccontano quanto sia difficile, nello spazio pubblico in genere, la convivenza tra gruppi di persone diverse, per età, comportamenti, culture, abitudini. L’episodio accaduto in una periferia milanese dove una donna che ha usato lo spray al peperoncino contro dei bambini che giocavano in una piazza fa parte di simili notizie. Chi desiderasse approfondire meglio l’accaduto però, dando magari un’occhiata con Google Street View al luogo dove l’anziana signora ha compiuto la spropositata azione difensiva, vedrà che essa è in realtà uno spazio verde pavimentato nella sua parte centrale, a sua volta circondata da panchine. Non il classico parco urbano con l’area giochi ben delineata, ma nemmeno la tipica piazza più o meno invasa dalle auto (peraltro molto presenti lungo le strade che la circondano, una delle quali di scorrimento veloce).

Separazione uguale segregazione

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Foto: M. Barzi

Se le diversità di chi utilizza quel tipo di spazio aperto – sul quale, nel caso in questione, si affacciano i grandi complessi residenziali del quartiere – fanno fatica a convivere, se la persona anziana che vuole starsene in pace seduta sulla panchina mal sopporta i bambini chiassosi che giocano qualche metro più in là, la soluzione potrebbe essere un po’ troppo facilmente individuata: separare il luogo dedicato a questi ultimi. Magari con una bella rete metallica, come d’altra parte si fa sempre più spesso con l’area destinata ai cani, ed ecco che la segregazione di un particolare uso dello spazio pubblico diventa la soluzione del problema. Conclusione: funzioni separate e usi segregati dello spazio pubblico sono conseguenze della stessa logica.

In realtà i termini andrebbero invertiti e bisognerebbe dirsi che la segregazione è parte del problema e non  la soluzione. Certo, gli spazi per i giochi e l’esercizio fisico sono utili ai ragazzi e tuttavia – sostiene Jane Jacobs nel suo famosissimo Vita e morte delle grandi città di oltre mezzo secolo fa – essi hanno bisogno anche di una generica «base» all’aperto, situata nei pressi di casa, alla quale far capo per i loro giochi e ozi e che li aiuti a formarsi una nozione di mondo. A questa generica funzione di gioco provvedono, a volte magnificamente, gli animati marciapiedi cittadini. Evidente la differenza tra le due tipologie di luoghi: nella prima i ragazzi possono andarci a patto che ci sia un adulto a sorvegliarli, mentre nella seconda la presenza di adulti è costante e la funzione di controllo si integra con le altre che lì si svolgono normalmente. La separazione ha bisogno di supervisione mentre l’integrazione no.

Il gioco del Mondo

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Foto: M. Barzi

Eppure l’urbanistica contemporanea ha fatto di tutto per allontanare i bambini dalle strade e dalle piazze, per impedire che questi spazi fossero la base dei loro giochi, come quello famosissimo che si fa saltando sulle caselle numerate che si disegnano con il gesso sulla pavimentazione stradale. Gli adulti maturi di oggi se lo ricordano senz’altro per averlo fatto. Non così per le nuove generazioni, le quali forse hanno memoria della sua forma surrogata di tappeto Ikea che avranno avuto nella loro cameretta. Anche senza possedere nozioni di urbanistica, sono evidenti i vantaggi di una organizzazione urbana dove ai bambini viene lasciata la possibilità di gestire lo spazio per l’esercizio di ciò che sanno fare meglio: meno posto per le auto e più vivibilità per tutti. Una situazione che possiamo bene immaginare attraverso una galleria fotografica proposta da The Guardian e che rimanda al soggetto della recente conferenza di Bristol Making The City Playable. Un modo di vedere la città concretamente centrato sulle possibilità relazionali che essa possiede e che fa da contrappunto a quello di Smart City, dentro la cui vaghezza finisce per entrare di tutto meno che la vita dei cittadini.

Riferimenti

Guardian readers, Chalk and chess: your playful street drawings from cities around the world, 19 settembre 2014.

Qui la notizia di cronaca pubblicata da MILANOTODAY.

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.