Stadi in Italia, fra ritardi e inerzie

La recente ultimazione dello Stadio Friuli di Udine, completamente rinnovato e gestito direttamente dalla società Udinese Calcio, offre uno spunto di riflessione su un tema di grande attualità in Europa: la gestione privata degli impianti sportivi. Secondo questo modello, lo stadio non ospita solamente un evento calcistico bensì rappresenta una struttura in grado di accogliere una maggiore serie di occasioni d’intrattenimento; allo stadio si affiancano spesso cittadelle del divertimento, poli congressuali, strutture commerciali e altre strutture ricettive. Spesso questo modello è considerato come una sorta di panacea in grado di risollevare le sorti di molte società calcistiche, che in diversi casi stanno attraversando un periodo di profonda crisi, o un modo per fare redditi da investire nell’acquisto di calciatori.

In Europa il caso dell’Amsterdam Arena, stadio multifunzionale dell’Ajax Football Club, ha rappresentato un riferimento per molte società italiane impegnate in progetti simili. Si tratta di un buon esempio di partnership tra pubblico e privato, in cui lo sviluppo dello stadio e la riqualificazione della zona circostante hanno innescato processi di rigenerazione urbana. In particolare per questo caso la parte pubblica ha giocato un ruolo rilevante nel finanziamento dello stadio, conducendo alla realizzazione di un impianto sportivo all’avanguardia e alla completa riqualificazione dell’area circostante, che un tempo era un degradato quartiere periferico della città sull’Amstel.

In Italia gli impianti sportivi sono in gran parte collocati nelle periferie, spesso zone degradate, in quanto da sempre considerati come fonti di problemi di ordine pubblico. Si aggiunga inoltre che molti stadi sono vecchi di parecchi decenni e i più recenti risalgono ai Mondiali di Calcio del 1990, per costruzione o restyling. In questo senso la privatizzazione degli stadi potrebbe rappresentare una opportunità se adeguatamente colta. La gestione privata degli impianti sportivi, come dimostrato in diverse città europee, può essere un perfetto starter per riportare occasioni, luoghi, forme di centralità nel tessuto periferico, prevedendo adeguate forme di coinvolgimento degli abitanti e delle popolazioni coinvolte.

È in quest’ottica che, nell’ormai lontano 2010, fu presentato un disegno di legge che prevedeva un programma straordinario per la costruzione e l’adeguamento di complessi sportivi, in particolar modo quelli destinati al calcio. Esso ebbe vita difficile fin dalla sua nascita: alle prime posizioni critiche da parte dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU), che rilevava l’eventualità di operazioni speculative mascherate dalla previsione di uno stadio o di progetti localizzati in luoghi non provvisti delle apposite infrastrutture, sono seguite altre contestazioni da parte di importanti associazioni ambientaliste come Legambiente. Rimasto per quasi due anni allo studio della Commissione Cultura e Sport della Camera, il ddl  fu poi accantonato nella scorsa legislatura.

L’attesa di nuova legge spinge molte società (e  città), a partire da quelle di Roma, Milano, Genova e Firenze, a presentare proposte. Giusto per fare qualche esempio, la Juventus Football Club è stata la prima società in Italia che ha voluto dotarsi di un impianto di nuova concezione: in sinergia con il Comune di Torino, e senza una legge ad hoc, in soli tre anni a partire dal 2009 è riuscita a costruire il suo stadio di proprietà (con annesso centro commerciale). Contestualmente è stata avviata la riqualificazione della adiacente area Continassa, che prevede la valorizzazione di circa 260mila metri quadri, attualmente di proprietà comunale Il progetto prevede la realizzazione su questa superficie di diverse attività legate al calcio, come la sede della Juventus e un centro di allenamento, ma anche di un hotel con 120-130 stanze, di un cinema multisala, di un centro benessere e di alcune residenze private. I restanti 80mila metri quadrati circa rimarranno nella piena disponibilità della città, mantenendo la destinazione attuale a servizi pubblici. Il tutto, oltre a enormi benefici economici alla società Juventus, permetterà una riqualificazione urbana del quartiere delle Vallette. I lavori sono iniziati nell’estate del 2015 e la consegna è prevista entro l’estate del 2017.

L’esempio del nuovo stadio Friuli di Udine, inaugurato pochi giorni fa e costato 35 milioni di euro per 25mila posti coperti, è alquanto significativo. Il Comune ha ceduto all’Udinese il diritto di superficie dell’area per 99 anni in cambio di 4,5 milioni di euro circa; i lavori sono durati meno di due anni, durante i quali la squadra ha sempre continuato a giocarvi. Per ora è stato realizzato solo lo stadio ma sono previste aree commerciali per 20mila metri quadrati nel prossimo futuro. Da sottolineare, in questo “modello Udinese”, i tempi rapidi e i costi contenuti, il senza bisogno di  leggi speciali sugli stadi.

Gli esempi citati, specialmente quello realizzati all’estero, dimostrano che l’investimento da parte dei privati riesce a distribuire i vantaggi anche al pubblico, come la realizzazione di opere di interesse collettivo che deve rappresentare un requisito fondamentale per i progetti di questo tipo. Un tempo i Comuni dovevano avere un ruolo centrale per quanto riguardava il progetto, la costruzione, il finanziamento e la gestione di uno stadio; venute meno le risorse economiche è ora necessario l’ingresso dei capitali privati. Il passaggio degli stadi in mani private (o partnership pubblico-privato), se opportunamente sfruttato e valutato in termini di impatti territoriali, può quindi rappresentare una chiave per la riqualificazione di vaste aree urbane, perché in parte contribuiscono a dare soluzione alle problematiche finanziarie che le amministrazioni pubbliche si ritrovano oggi ad affrontare in seguito alla sempre maggiore riduzione delle risorse a disposizione.