Donne e città nuove

Nel ventesimo secolo la fine della reclusione nella vita domestica ed il conseguente contributo femminile allo sviluppo economico hanno avuto un grande impatto sulla dimensione delle famiglie e sulle tipologie abitative. A parità di superficie, i membri di un nucleo famigliare di 4 persone potevano avere più spazio rispetto alle condizioni di affollamento del secolo precedente.

Le politiche abitative pubbliche sono dapprima intervenute sulle carenze sanitarie e poi su quelle morali degli alloggi, ritenendo la promiscuità un male da estirpare come le condizioni che favorivano il diffondersi del colera o della tubercolosi. Separare i figli dalla stanza dei genitori, i maschi dalle femmine, dotare le case di bagni per facilitare l’igiene e garantire la privacy è stato parte del programma riformatore dal quale sono scaturiti i grandi piani per la realizzazione di abitazioni accessibili e salubri che hanno mutato il volto delle città contemporanee dei paesi industrializzati.

Per Virginia Woolf  il senso della vita di un’anziana signora –  vista attraversare una di quelle lunghe strade di periferia le cui interminabili case sono infinitamente popolate – poteva essere riassunto con la consapevolezza che tutti i pranzi sono stati serviti, i piatti e le tazze lavati, i bambini sono andati a scuola, poi si sono sparsi per il mondo. E tuttavia, da quando scrisse quelle parole, molte donne sono state in grado di uscire dalla prigionia della vita domestica lì evocata.

Le donne sono riuscite a portare la realtà dentro le stanze in cui finalmente potevano chiudersi ad esempio per coltivare il loro talento, diversamente da quanto era toccato in sorte a Jane Austen  o alle sorelle Brontë, divise tra la scrittura e le cure domestiche. In effetti, almeno nella classe media, la possibilità di una carriera professionale da affiancare alle cure della famiglia – meno gravose anche in virtù del minor numero di figli – aveva smesso  di essere prerogativa maschile.

Quando Virginia Woolf scriveva Una stanza tutta per se nel Regno Unito i programmi di edilizia economica e popolare, promossi attraverso l’intervento statale e il movimento cooperativo, avevano già prodotto grandi trasformazioni urbane, compresa la nascita del nuovo modello insediativo scaturito dall’idea di Città Giardino che, nel secondo dopoguerra, diede impulso alla costruzione delle new town.

 

Inversione di tendenza

 

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Foto: M.Barzi

Rispetto a quella stagione di grandi riforme, la direzione presa dalle politiche abitative della coalizione di governo attualmente in carica oltre Manica va in segno contrario. Come misura per  diminuire l’altissima domanda di case in affitto a canone sovvenzionato, l’introduzione della cosiddetta bedroom tax  propone di tagliare il contributo per gli appartamenti dove ci sia una stanza in più rispetto alle nuove norme di occupazione per tipologia e genere di abitanti.

Il risultato che si sta profilando è che una famiglia con bambini di sesso diverso al di sotto dei 10 anni sarà spinta a cercare una casa più piccola perche il contributo all’affitto verrà decurtato se i figli dispongono di una stanza a testa. In teoria liberando l’alloggio per una famiglia a reddito basso che ha i requisiti per occupare la casa più grande. In pratica però le agenzie che gestiscono l’housing sociale già prevedono una serie di demolizioni di alloggi di maggiori dimensioni, che resteranno sfitti in quanto non adatti alla tipologia di famiglia media attuale, più ridotta rispetto al passato.

D’altra parte l’iniziativa privata, che già non realizza il fabbisogno di nuovi alloggi economicamente accessibili, difficilmente sarà in grado di rispondere alla nuova domanda verosimilmente generata dalla introduzione della bedroom tax. Gli effetti socialmente devastanti di questa tassa cominciano peraltro a profilarsi: a Birmingham una donna di 53 anni che viveva da sola nella casa dove aveva cresciuto due figli di sesso diverso si è tolta la vita di fronte alla prospettiva di lasciare l’abitazione di tre camere da letto o di pagare di più.

Per far fronte a questo scenario, il governo ombra laburista ha proposto la costruzione di cinque nuove new town che garantiscano case economiche in nuovi insediamenti ispirati al modello della città giardino e collegati a Londra da una linea ferroviaria ad alta velocità. L’idea non è certo originale: si stimola l’iniziativa privata con la realizzazione di una infrastruttura che collegherà i nuovi insediamenti là dove il mercato immobiliare esprime la minore offerta di abitazioni per i ceti meno abbienti.

Anche senza considerare la quantità di suolo agricolo che verrà trasformato, l’aspetto che solleva più di un dubbio in questa proposta è il suo essere basata sul modello famigliare centrato sul reddito del maschio lavoratore, che affronterà ogni giorno un lungo viaggio per raggiungere la metropoli dove ha un impiego e dove, in ogni caso, ha molte più opportunità di trovarlo. Il decentramento di quella parte di popolazione a reddito più basso che non riesce ad affrontare i costi di una abitazione all’interno dell’area metropolitana londinese consegna le donne alla prospettiva di cercare lavoro in condizioni di mercato che offrono meno opportunità ma che meglio si concigliano con gli impegni domestici.

Le misurazioni delle differenze di genere prodotte ogni anno dal World Economic Forum ci dicono che anche nei paesi più sviluppati in gender gap che ancora non si riesce a colmare è quello dell’accesso al mercato del lavoro e dei livelli di retribuzione. Le donne sono oggettivamente più povere degli uomini perché lavorano meno e sono meno pagate e poiché sappiamo che le grandi città sono i luoghi dove s’incontrano le maggiori opportunità di partecipazione alla vita economica, la presenza di donne economicamente attive all’interno dei grandi agglomerati urbani dovrebbe diventare un indicatore della sostenibilità sociale. Ma a ben vedere in causa c’è anche la sostenibilità ambientale, dato che un ecosistema urbano in grado di sostenere la vita dei suoi abitanti è senz’altro più sano di quello che li espelle.

La proposta laburista sembra una presa d’atto dell’impossibilità di far diventare la metropoli economicamente e socialmente sostenibile ed una rinuncia a trovare soluzioni che mettano a disposizione di un maggior numero di persone le opportunità che essa offre. E’ ciò che propone invece Lord Rogers di Riverside, il notissimo architetto ed esponente del Labour che ha espresso il proprio disappunto per il riemergere di programmi di costruzione di milioni di nuove case su spazi aperti.

Sia che si tratti della generale erosione della greenbelt, proposta dal governo conservatore per realizzare 40 nuove città giardino, o delle 5 new town per il decentramento di Londra –   pensate dall’opposizione – chi proprone di usare altro suolo libero per costruire case sottovaluta quanto ancora le città esistenti abbiano da offrire rinnovandosi grazie al riutilizzo delle aree dismesse. Città nuove quindi e non nuove città, repliche delle prime che finiranno per essere dormitori per pendolari.

 

Riferimenti

S. Morris, Woman worried about bedroom tax killed herself, coroner finds, The Guardian, 14 maggio 2014.

D. Boffrey, Labour pledges to build five new towns to ease shortage of new homes, The Guardian, 24 novembre 2013.

R. Rogers, Forget about greenfield sites, build in the cities, The Guardian, 25 luglio 2014.

R. Booth, Labour architect peer says building on greenbelt ‘a ridiculous idea’, The Guardian, 8 settembre 2014.