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Suburbio addio, anzi arrivederci

1661281_1427449710832880_1177111347_nSembra che vivere nei quartieri a bassa densità, dove domina l’abitazione unifamiliare e la dipendenza dall’auto, non piaccia più così tanto. Le rilevazioni del Census Bureau, l’istituzione governativa che si occupa di elaborare i dati censuari negli U.S.A., ci dicono che la villetta immersa nel verde è sempre di meno l’abitazione ideale della gamiglia americana media. L’altra faccia della medaglia è il maggior numero di persone che abitano nei quartieri centrali, quelli dai quali, qualche decennio,  fa era partito l’esodo verso suburbio.

Indipendentemente dalle differenze che esistono tra le due sponde dell’oceano, ce ne eravamo accorti anche qui, anche se attraverso osservazioni soggettive, che vivere lontano dal posto di lavoro, dalle scuole, i servizi, il commercio, eccetera, sta inducendo molte persone a cambiare idea su dove abitare. Certo, è buona norma, prima di rendere oggettiva la soggettività delle osservazioni individuali, tenere presente che un certo numero di indizi non è detto che faccia una prova: bisogna infatti evitare di generalizzare gli accadimenti che si registrano in modo casuale e non sistematico. E tuttavia quando essi presentano qualche punto di contatto con le rilevazioni statistiche ufficiali i casi dei quali veniamo a conoscenza ci consentano di fare qualche considerazione di carattere generale e quelle rilevazioni prendono, per così dire corpo, anche se non nello stesso paese in cui sono state elaborate. Il salto geografico e culturale è notevole ma non è difficile trovare, malgrado tutte le differenze che qui risulta difficile elencare, punti di contatto con la suburbanizzazione meno dinamica e pervasiva della vecchia Europa.

C’è, ad esempio, quella giovane insegnante precaria che quando è stata in grado di essere economicamente indipendente ha scelto di vivere in un bilocale in centro, magari non proprio economico, ma alla fine più conveniente rispetto al tempo ed al carburante impiegato per gli spostamenti dalla casa suburbana dei genitori alle differenti scuole dove fa supplenza.  E, specularmente, quella signora di mezza età che decide di dire basta, dopo l’uscita di casa del figlio, ai cinquanta chilometri percorsi ogni giorno in auto per raggiungere il suo negozio in città. Singoli casi, certo, ma difficile non ricollegarli al fenomeno generale.

Negli Stati Uniti a guidare il controesodo dal suburbio sono soprattutto i giovani e i neo pensionati , cioè quei baby boomers nati, cresciuti e rimasti nello sprawl con il loro nucleo famigliare fino al momento del ritiro dalla vita lavorativa e dell’uscita dal nucleo famigliare dei figli. Insomma giovani e meno giovani che preferiscono le comodità ed il migliore sistema di trasporto delle zone centrali scegliendo di abbandonare il pendolarismo tra il luogo di lavoro e l’abitazione.

Il motivo che ha spinto moltissime persone, da una parte e dall’altra dell’oceano, a lasciare le città per il suburbio era la ricerca di un ambiente tranquillo dove far crescere i figli nella pace di una casa unifamiliare immersa nel verde, vicino a famiglie analoghe alla propria, e dove l’asilo e la scuola dell’obbligo non sono coinvolti nel disagio sociale di certi quartieri delle periferie urbane. Il tutto sostenuto da valori immobiliari inferiori a quelli della città, che in fondo, traffico permettendo, è solo ad un quarto d’ora d’auto.

Che sia la crisi economica a indurre le persone a riconsiderare il valore del posto in cui vivono in termini di opportunità e non solo di qualità ambientale, o il miglioramento della vivibilità delle zone centrali delle città, in virtù di un’attenzione maggiore alle ricadute sull’ambiente di aspetti essenziali della vita urbana come la mobilità, sta di fatto che sono in molti a riconsiderare il ritorno in città. Dalla quale se ne erano andati in cerca di aria pulita e sicurezza, salvo scoprire che l’inquinamento c’è anche lì e che tra le villette si consumano delitti efferati anche peggiori di quelli della temuta metropoli.

Allora, sempre a proposito di osservazioni soggettive, non meravigliano quei curiosi osservatori delle nuovpiazza_aulenti_ruotae architetture sorte con grande slancio verticale a due passi dalla stazione  Porta Garibaldi a Milano, dove ogni mattina si riversano centinaia di migliaia di city users provenienti dalle località suburbane.  Magari sono i figli adolescenti che dal quartierino con le vie a senso unico non vedono l’ora di andarsene, un po’ per noia,  un po’ perché costretti dai 14 anni alla fatica del pendolarismo tra casa e scuola, a spingerli a progettare di lasciar perdere la casa unifamiliare, il verde e l’illusione della campagna.  E’ assai probabile che non potranno permettersi di acquistare un’abitazione proprio lì, ma l’idea di vendere la villetta a 20-30 chilometri dalla città in cui ogni mattina tutta la famiglia si reca per il lavoro e lo studio ce l’hanno eccome. Così alla fine madre, padre, i due figli liceali e pure il cane dicono davvero addio al suburbio, magari dimezzano la superficie dell’abitazione ma senz’altro risparmiano un bel po’ di soldi e di tempo .

Ma è un addio o un arrivederci? Perché sarà assai probabile che i nuovi abitanti urbani, in particolare i giovani che stanno gettando le basi della loro esistenza indipendente, si troveranno a scegliere di nuovo la vita suburbana quando metteranno su famiglia e preferiranno il verde, la tranquillità dell’omogeneità sociale, la maggiore dotazione e  migliore qualità di asili e scuole primarie. Questo è ciò che si aspettano oltre oceano, dove le rilevazioni statistiche sulla composizione demografica delle aree urbane tiene conto delle differenze insediative, diversamente da quanto accade da noi.

Sugli aspetti che hanno spinto moltissime persone a scegliere il suburbio si basa il programma Baltimore Housing Mobility elaborato dall’autorità che si occupa di edilizia sociale nella maggiore città del Maryland.  Si tratta dell’erogazione di voucher per famiglie povere, residenti nei quartieri urbani dove si concentra l’emarginazione sociale e razziale,  da spendere per trasferirsi nei quartieri suburbani della classe media. La scommessa è rendere meno omogenei sia i quartieri urbani poveri che quelli suburbani, tradizionalmente bianchi e a reddito medio. L’esperimento ha funzionato grazie al fatto che la quasi totalità dei nuclei famigliari che hanno aderito al programma hanno una donna come capofamiglia. La consuetudine con la segregazione nei quartieri poveri messa a confronto con i migliori livelli di sicurezza e di opportunità d’istruzione delle aree suburbane ha convinto i due terzi di queste donne a rimanere lì a vivere .

L’esperienza di Baltimora potrebbe quindi fornire un indizio riguardo al motivo che ancora induce la maggioranza dei residenti delle aree urbane e metropolitane ad abitare nel suburbio anziché nella città centrale ed è la disponibilità delle donne ad accettare di allontanarsi dal loro lavoro, di rimodulare la propria vita professionale e, in molti casi, di rinunciarvi proprio, pur di offrire ai propri figli, almeno durante l’infanzia, un ambiente più sicuro e scuole migliori. Che questa prospettiva alla fine si riveli meno vera delle aspettative e non faccia i conti con i cambiamenti che attraversano le famiglie e, ancor di più, la società  infondo conta poco, almeno finché le città saranno dominante dall’accesso diseguale alle opportunità.

Il nodo è proprio questo: insicurezza e diseguaglianza sono le cause principali dell’enorme crescita delle aree suburbane dei decenni scorsi e se non si agisce su questi due aspetti, ma si lascia che siano le strategie individuali, per lo più indirizzate dalla congiuntura economica e dalle leggi di mercato, a regolare i rapporti tra città e suburbio la composizione demografica dell’una e dell’altra parte potrà anche cambiare ma pochissimo muterà la forma urbana nel suo complesso.

Riferimenti

G. Toppo, P. Overberg, See ya, suburbs: More want to live in the big city, USA TODAY, 27 marzo 2014

M. Byrnes, How to Sell Poor, Inner-City Families on a Life in the Suburbs, The Atlantic Cities, 28 marzo 2014

Di Michela Barzi

Laureata in Architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Si è occupata di pianificazione territoriale ed urbanistica per vari enti locali. Ha pubblicato numerosi contributi sui temi della città, del territorio e dell'ambiente costruito in generale e collaborato con istituti di ricerca e università. Ha curato un'antologia di scritti di Jane Jacobs di prossima pubblicazione presso Elèuthera. E' direttrice e autrice di Millennio Urbano e scrive per altre riviste.

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