L’ossimoro dell’agricoltura urbana

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Foto M. Barzi

Accade spesso che un argomento per diventare di attualità debba prima essere mediaticamente processato, omogeneizzato per svezzare il lettore alla novità, come se certi contenuti siano indigeribili prima di essere messi nel frullatore dal quale esce la sintesi giornalistica, ovvero la semplificazione della complessità. Uno di questi argomenti è l’agricoltura urbana.

Il lancio come argomento di moda è fornito dall’immagine negativa di cui gode l’agricoltura industrializzata, ambientalmente insostenibile e dipendente dalle fonti energetiche fossili. L’orto è la soluzione fai da te, da affiancare agli acquisti di prodotti biologici ed a filiera corta, ma naturalmente, per chi può spendere di più c’è sempre il comodo supermercato ad offrire anche ortaggi e frutta senza pesticidi e fertilizzanti chimici. Tuttavia si tratta di scelte individuali che nulla hanno a che fare con le strategie di sistema.

La produzione orticola domestica è un retaggio da tempi di guerra: davanti ai razionamenti la prospettiva di qualcosa di più da mettere nel piatto poteva essere di qualche sollievo, anche se non cambiare radicalmente la situazione. Ora in tempi di crisi risparmiare un po’ sulla spesa alimentare può essere di aiuto magari a chi ha perso il lavoro, ma altra cosa è far diventare l’agricoltura urbana una strategia di sufficienza alimentare. C’è una bella differenza infatti tra l’orto domestico e il sistema agroalimentare: gli elementi  base dell’alimentazione, come i cereali, non crescono in pochi metri quadrati  ed è altrettanto difficile ottenere proteine animali in piccole superfici urbane. La produzione di alimenti dipende quindi dalla disponibilità del suolo e di altre risorse come l’acqua e l’energia, il tutto organizzato in un sistema regolato da fattori economici come l’abbondanza o la scarsità.

La differenza tra l’agricoltura, ovvero il settore produttivo primario, e l’orticoltura sta dunque nell’essere la prima un’attività economica, con imprese, posti di lavoro, eccetera, mentre la seconda, almeno nel mondo industrializzato, è un’attività hobbistica, un’integrazione casalinga dei consumi alimentari, economicamente irrilevante su larga scala. Certo, ci sono alcune esperienze che sono diventate  punti di riferimento per la riconversione di terreni urbani ad usi agricoli, come il caso delle aree dismesse di Detroit, ma in generale nelle città frutta e verdura sono coltivati per autoconsumo e non hanno un valore economico.

E’ con l’introduzione nei piani urbanistici della zonizzazione funzionale che le attività produttive vengono separate, per ragioni igieniche e di sicurezza, dagli ambiti residenziali. Le attività agricole, con le loro interferenze sull’ambiente circostante, vengono così allontanate dalle abitazioni. Da un punto di vista dell’uso del suolo, e della sua disciplina attraverso la pianificazione, gli orti equivalgono ai giardini: verde urbano che ha un valore ecologico ma non economico. Se si vuole quindi parlare correttamente di agricoltura urbana nei paesi sviluppati ci si dovrà riferire a quelle attività produttive esercitate su quei terreni che, pur essendo appena fuori dai centri abitati e sempre all’interno dei confini amministrativi della città, sono destinati dal piano alle produzioni agricole.

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Foto M. Barzi

E’ una distinzione che non fa riferimento solo ad una questione tecnica, superabile cambiando i principi sui quali si basa la pianificazione. La sostanza del problema sta nella estrema diversificazione dell’uso del suolo tipico dell’ambiente urbano ed nei possibili conflitti che si generano al suo interno. Giusto per rimanere con i piedi ben piantati a terra ed essere molto chiari, se proprio si vuole avere grane con i vicini di casa si può provare a far diventare il proprio giardino un’azienda agricola in miniatura, con il naturale corollario di rumori, odori, e spiacevolezze varie.

Dove l’uso del suolo non è disciplinato, e l’economia urbana è ancora largamente pervasa dall’informalità con la quale molte città sono cresciute, capita invece che la produzione di cibo avvenga ancora tra una casa e l’altra . In una metropoli da quattro milioni di abitanti come Kathmandu, cresciuta in una piana fluviale ai piedi dell’Himalaya senza alcuna pianificazione, gli ortaggi che vengono venduti  in particolar modo dalle donne per strada crescono nei lotti liberi dall’edificazione. E’ un tipo di agricoltura che  si integra con l’approvvigionamento alimentare della popolazione urbana rendendo disponibili i prodotti freschi difficili altrimenti da reperire in assenza della grande distribuzione organizzata.

Le cose sembrano andare diversamente all’Avana, dove a partire dal Periodo Especial l’agricoltura urbana è stata dapprima normata nella pianificazione dell’uso del suolo e poi incentivata come strumento di produzione alimentare in una situazione di emergenza come quella che si è verificata da una parte con il venir meno degli accordi economici con la defunta Unione Sovietica e dall’altra con l’embargo imposto dagli Stati Uniti.

Oggi l’esperienza della capitale cubana è diventata un punto di riferimento internazionale perché in questo caso si è passati dallo spontaneismo tipico delle metropoli del sud del mondo all’organizzazione di un sistema produttivo inserito in una economia pianificata.  La produzione di cibo all’interno del tessuto urbano, dal giardino domestico all’azienda agricola alle porte della città, è stata sostenuta da un programma governativo che supporta la formazione dei coltivatori, finanzia la distribuzione dei prodotti, la gestione del compost,  la produzione artigianale di pesticidi e la presenza di una rete di cliniche veterinarie. E’ un approccio che ha coinvolto con successo i cittadini e che si basa su 35.000 ettari di suolo fertile all’interno della città.

L’agricoltura urbana funziona quando acquisisce le caratteristiche sistemiche di un vero e proprio settore economico e, se diventa possibile produrre ortaggi ed allevare animali da cortile addirittura sul tetto di un edificio al centro di una metropoli che ha più di due milioni di abitanti, è perché questo tipo di produzioni sono state messe nel conto complessivo della produttività agricola urbana. La particolarità dell’esperienza dell’Avana sta nel connubio funzionante di pianificazione pubblica, nell’uso del suolo e nella gestione dei processi produttivi, e di piccola iniziativa privata, che si avvantaggia del sistema contribuendo a farlo funzionare.

Al contrario, con l’improvvisazione, l’iniziativa individuale, il volontariato e tante buone intenzioni si possono fare un po’ di insalate e conserve durante l’estate ma non si compete con la produzione agroalimentare organizzata dentro l’economia di mercato.  A ben vedere in posti come Detroit l’agricoltura urbana, più che alla produzione di cibo per sfamare le persone, serve a mantenere viva un po’ dell’economia urbana così fortemente basata sulla produzione industriale collassata con la chiusura degli stabilimenti. Sta di fatto che sia l’ex capitale americana dell’auto che quella della repubblica socialista di Cuba sono città che per sopravvivere hanno sviluppato attività rurali.

Il punto centrale della questione è sempre lì, dunque: il rapporto tra città e campagna, gli elementi di cooperazione o di conflitto fra due modalità di trasformazione del suolo in quanto risorsa naturale.  E’ su questi aspetti che ci porta a riflettere il ritorno delle superfici coltivate nelle città? Sull’origini della città come fenomeno scaturito dalla necessità di scambiare le eccedenze agricole o come ambiente antropico che, secondo l’ipotesi sviluppata da Jane Jacobs ne L’economia delle città, ha fatto nascere il mondo rurale?

O forse c’è un’altra spiegazione del successo che ha l’agricoltura urbana, come fenomeno alla moda, ed è il suo essere sotto traccia una reazione antiurbana? Sì, perché se in gioco c’è il piacere di gustare la fragola raccolta sul balcone o la mela dell’albero in giardino è un conto, un altro è se in controluce dietro a queste buone pratiche s’intravede il ritorno alla disurbanizzazione, che l’umanità ha già conosciuto nelle forme oscure dei Secoli Bui. Il permenere della crisi non aiuta a fare chiarezza è sarebbe bene tenere presente l’esistenza di queste idealizzazioni acritiche del passato, antistoriche e reazionarie, quando si propone di far diventare  la produzione di cibo all’interno del tessuto urbano uno dei punti di forza sui quali trasformare la forma della città. Perchè un conto è migliorarla,  la città, un altro è distruggerla.

Riferimenti

Sull’esperienza dell’Avana si veda:

C. Clouse, Cuba’s Urban Farming Revolution: How to Create Self-Sufficient Cities, The Architectural Review, 17 marzo 2014.

Sul tema correlato dell’ecologia urbana si veda:

M. Barzi, Ecologia urbana o ideologia antiurbana?, Millennio Urbano, 23 gennaio 2014