La crisi economica e quella delle archistar

La crisi economica sta avendo effetti indubbi sui processi di trasformazione urbana e in Italia non sono rari i casi di grandi progetti rinviati o decaduti per difficoltà degli operatori proponenti o, nel caso di opere pubbliche, per problemi di bilancio delle amministrazioni locali. L’economia italiana sta attraversando la peggiore recessione, per intensità e durata, dal dopoguerra, una situazione che potrebbe annullare il ruolo di propulsore delle trasformazioni urbane giocato dalle archistar, o quantomeno ridurlo notevolmente.

Molto spesso utilizzata in progetti ambiziosi, a partire dai primi anni Novanta la presenza degli architetti di fama nei progetti di trasformazione urbana non si è limita al disegno architettonico, ma ha assunto una grande rilevanza, talvolta perfino nell’ambito di strategie di rilancio o di ridefinizione dell’immagine complessiva di un sistema urbano.

L’ archistar è un professionista di fama mondiale con studi in diversi paesi del mondo e fatturati molto rilevanti, l’enorme successo di queste figure è particolarmente legato a una notorietà già esistente e alla capacità di saper presentare soluzioni progettuali molto attrattive e veicolabili all’interno di mezzi di comunicazione e/o riviste specializzate.

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Foto F. Gastaldi

Solo per fare alcuni esempi. A Torino il grattacielo di San Paolo-Intesa progettato da Renzo Piano è da poco tempo realtà, mentre è stato dibattuto per anni (ma anch’esso in corso di realizzazione) quello per la nuova sede della Regione Piemonte di Massimiliano Fuksas. A Salerno il sindaco De Luca da anni dedica gran parte della propria azione amministrativa e credibilità politica intorno al progetto di waterfront che vede coinvolte numerosi architetti già artefici della rinascita di Barcellona.

Per circa due decenni, la dimensione degli interventi (spesso aree industriali dismesse e da riqualificare), i soggetti coinvolti (spesso grandi gruppi imprenditoriali o finanziari, aziende con brand internazionali o del Made in Italy), le aree centrali o a forte valenza simbolica interessate dai progetti e il battage mediatico sulle operazioni hanno decretato il grande successo delle archistar, soprattutto sul piano simbolico.

Alcune domande sono tuttavia sorte sul loro ruolo nell’ambito dei processi di trasformazione urbana: accelerano le procedure burocratiche? Attirano finanziamenti per la realizzazione dei progetti? Provocano un aumento dei valori immobiliari? Creano legittimazione nell’opinione pubblica e affidabilità per operazioni che altrimenti non lo avrebbero? Attraverso quali canali arrivano nel nostro paese, considerato che i concorsi di architettura non sono così frequenti?

A prima vista si sarebbe portati a dire che la figura dell’archistar abbia riscosso un notevole successo tra le amministrazioni comunali dei più diversi colori politici e fra i più eterogenei soggetti imprenditoriali per il fatto di saper presentare, al momento giusto, progetti eclatanti, di (presunta) qualità architettonica e capaci di attrarre investitori privati accelerando il processo di realizzazione. Le cose stanno veramente così?

In realtà i progetti delle archistar variamente discussi o presentati sono molti, ma quelli che si realizzano sono in numero molto ridotto e quando ciò avviene, il progetto risulta poi molto diverso rispetto a come era stato inizialmente impostato. Talvolta accade perfino che il grande nome dello star system internazionale non sia più presente e il progetto sia affidato a un professionista locale.L’ archistar è abile ad alimentare e a stimolare i dibattiti anche quando il processo si blocca (spesso per cambio di colore politico delle amministrazioni coinvolte e opposizioni locali) o si trasforma: basta una semplice intervista giornalistica e il processo si riapre.

Se in una prima fase si credeva che l’ archistar potesse velocizzare tempi e prassi burocratiche, numerose evidenze empiriche di ciò che è accaduto in numerose città italiane sembrano dimostrare il contrario. La crisi, le difficoltà economiche di molti operatori e la stasi del mercato immobiliare  hanno accelerato tendenze già in atto. I primi anni Duemila hanno segnato, anche in Italia, una diffusione “epidemica” di progetti di archistar, ma oggi si può verificare come molti siano rimasti sulla carta, solo alcuni si sono realizzati (quasi sempre con costi molto più alti rispetto alle previsioni) e molto spesso polemiche molto accese si siano manifestate.

È il caso, ad esempio,  del Centro Congressi Italia di Roma. Dopo aver indetto un concorso internazionale da parte del Comune di Roma e della società Eur s.p.a. nel 1998, la giuria, presieduta da Norman Foster, ha proclamato nel 2000 vincitore Massimiliano Fuksas. Il complesso, articolato in tre organismi distinti (la parte interrata che comprende le sale minori, le sale meeting, i servizi annessi e un parcheggio; la “Teca” che ospita la cosiddetta “Nuvola”, l’auditorium e la “Lama”, un hotel di lusso di 441 stanze), a dicembre 2014 era completato al 76%, dopo un aumento vertiginoso dei costi. Servirebbero ancora 100 milioni di Euro per terminare l’opera. A tutto ciò si aggiunge la diatriba tra la società Eur spa e Fuksas riguardo alle responsabilità relative ai ritardi dovuti alle varianti volute dall’ archistar ( ritardi nella realizzazione della Nuvola che non hanno consentito all’Ente Eur la vendita dell’hotel che avrebbe dovuto risanare le casse della società, oggi a rischio fallimento). Un caso emblematico quello del Centro Congressi di Roma, che forse dovrebbe far riflettere sulle molte delle aspettative riposte da soggetti pubblici e privati sul ruolo di facilitatori di grandi operazioni di trasformazione urbana – molto più presunto che reale – che gli architetti a forte esposizione mediatica dovrebbero esercitare.

Musica, architettura e periferia

Alla fine della sua vita Claudio Abbado aveva speso molte energia per la concretizzazione di un’idea che, alcuni decenni prima, aveva caratterizzato la sua carriera di direttore di orchestra. Dai concerti per lavoratori e studenti, eseguiti nelle fabbriche e nei palazzetti dello sport negli anni ’70, Abbado si era da ultimo dedicato alla collaborazione con El Sistema di Antonio Abreu, un programma di didattica musicale –  pubblico e gratuito – che ha raggiunto trecento mila bambini delle periferie e dei quartieri poveri e degradati del Venezuela e di altri paesi. Lo studio della musica ha la funzione di prevenire l’emarginazione, che ha come risvolto la violenza, la criminalità, il consumo di droga. La musica insomma contro il degrado dei barrios, o favelas o slums terzomondiali e che in fin dei conti è comune a tutte le periferie del mondo.

Pantin, una comunità di 50.000 abitanti posta al di là del Boulevard Périphérique che storicamente separa Parigi dalla sua periferia, si trova proprio di fronte alla nuova Philharmonie realizzata su progetto di Jean Nouvel e appena inaugurata. Molti giornalisti sono accorsi qui la settimana scorsa, dopo il massacro di Charlie Hebdo per cercare il punto di vista degli abitanti di questa banlieue dove la popolazione è in gran numero di religione musulmana. Qui la polizia ha svolto le prime perquisizioni per rintracciare gli aggressori Charlie Hebdo e sempre qui il complesso di edilizia residenziale pubblica Les Courtillières è stato nel passato set cinematografico per registi che hanno voluto raccontare la povertà e l’emarginazione dei Grands Ensambles.

La Philharmonie si trova ai margini del Parc de la Villette, nel 19° Arrondissement a nord-est di Parigi, proprio all’interno di quel raccordo anulare che simboleggia il divario tra il centro ricco di Parigi e le classi lavoratrici povere delle periferie. La sfida è rendere i concerti di musica classica – il cui pubblico di riferimento è composto in media da sessantenni che abitano in centro – attrattivi anche per la popolazione più giovane delle banlieue. Laurent Bayle, il presidente della Philharmonie, ha definito la sala per i concerti dell’Orchestre de Paris «il primo edificio culturale della Grande Parigi» ovvero della città metropolitana la cui costituzione come ente è prevista fra un anno.

Un ponte tra centro e periferia

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Foto: www.philarmoniedeparis.fr

«La Philharmonie de Paris, si erge come un volo di colombe. Le sue onde tentacolari di cemento e acciaio,  progettate dall’archistar Jean Nouvel, simboleggiano la fine dell’ostracismo verso i quartieri difficili delle vicinanze», chiosa poetico il New York Times. Realistico, invece,  il sindaco di Pantin Bertrand Kern, che chiama la Philharmonie «una buona notizia»,  ​​ma osserva come la promozione della musica classica richieda un lungo processo di apprendimento delle persone e relativo tempo. Altri commentatori giustamente ricordano che gli abitanti delle banlieue a volte non hanno mai visto la Tour Eiffel e spesso non sono nemmeno considerati francesi anche se sono in possesso della nazionalità.

«Vogliamo cambiare il modo di pensare la musica nel tempo libero» – ha dichiarato Marie-Hélène Serra che guida il programma educativo della Philharmonie – «in modo da rendere possibile la partecipazione ad una prova, rimanere per pranzo dopo il concerto, parlarne in un discussione speciale dopo. Dobbiamo dare accesso alla musica classica molto presto nella vita delle persone e contrastare la tendenza all’invecchiamento del pubblico, in prevalenza fatto di donne». Ma può una nuova sala da concerti contribuire a rendere più concreto il concetto repubblicano di Egalité? «Non c’è niente di simile fino ad ora», ha aggiunto Laurent Bayle « Prima la Senna ha sempre definito l’asse delle istituzioni culturali».

Ampio è il dibattito sulla possibilità che l’architettura di Jean Nouvel, e la musica che è destinata a contenere, possano fare da ponte tra due parti ancora ben distinte della metropoli, ma è assai probabile che il processo di integrazione anche culturale del centro e della periferia richieda molto tempo e ben altre energie. Forse, a questo riguardo, la via da perseguire è quella sperimentata da Abbado quaranta anni fa: portare la musica direttamente nei luoghi che rappresentano la vita degli abitanti delle periferie.

Con tutte le difficoltà del caso, dato che nel frattempo alcuni di questi luoghi non esistono più,  ad esempio le fabbriche. L’idea che Abbado condivise con Pollini e Nono nella Milano degli anni’70 era di far uscire il repertorio classico dall’atmosfera aulica del teatro e, viceversa, di portare nel teatro lirico i settori sociali che ne sono tradizionalmente esclusi, indipendentemente dal fatto che si trattasse della più centrale delle ubicazioni, come nel caso della Scala di Milano.  Insomma la questione è molto più sociale che spaziale e da questo punto di vista El Sistema di Antonio Abreu e la vicenda dell’Orchestra Giovanile Simón Bolívar, che è costituita da giovani proveniente dalle periferie terzomondiali, è molto emblematica di dove debba essere collocata la priorità se si vuole che la cultura diventi uno strumento per le pari opportunità.

Che l’opera dell’archistar di turno possa avere un ruolo in questo processo complesso d’integrazione sociale e culturale è tutto da dimostrare. Sembra difficile immaginare che gli architetti, i quali – ha sottolineato Franco La Cecla nel suo Contro l’architettura –  hanno enormi responsabilità nella creazione del concetto, anche antropologico, di banlieue, possano ora farsi carico del suo rovesciamento. Altre sono le variabili in gioco, a partire dalla possibilità che s’inneschi la percezione, ad esempio da parte dei banlieusard, del loro essere parte della Grande Parigi al di là del confine segnato da un’autostrada urbana e sedimentato nell’immaginario collettivo.

Riferimenti

D. Carvajal, A Concert Hall in Paris Aims to Bridge Divides, The New York Times, 13 gennaio 2015.

Sul rapporto tra centro e periferia nella Grande Parigi si veda, M. Barzi, Sentieri metropolitani, Millennio Urbano, 5 aprile 2014.

La città non è un brand

Una delle strategie di rigenerazione urbana adottate da molte città ex industriali, per cercare di arrestare il declino seguito alla perdita delle attività produttive, è stata la riconversione di alcuni ambiti in poli culturali e di attrazione turistica. In Europa il caso più noto è forse quello di Bilbao che ha affidato il rilancio della sua economia e la ridefinizione della sua identità al museo Guggenheim. Ora anche Helsinki si sta ponendo il problema di riqualificare l’area portuale di Eteläsatama – la porta d’ingresso dal mare alla città –  attraverso la costruzione di un centro museale che secondo l’istituzione statunitense sarà  dedicato al design e all’architettura. Il progetto, promosso dall’amministrazione comunale,  s’inserisce nel complessivo programma di rinnovamento e sviluppo urbano della città che nel 2011 è stata valutata come la più vivibile del mondo.

Tuttavia, rispetto al clima di generale consenso nei confronti di Guggenheim , The Next Helsinki, un gruppo attori locali di provenienza internazionale, proprio in relazione alla vivibilità della capitale finlandese si è chiesto che senso abbia l’atterraggio – come una sorta di navicella spaziale – del complesso che porterà il nome dell’istituzione privata statunitense. La domanda che ironicamente pongono riguarda il rapporto che si viene ad istituire tra un brand di livello mondiale e l’identità del luogo che il marchio dovrebbe riplasmare attraverso un concorso internazionale di architettura.

Il carattere di una città

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Foto: http://www.bustler.net

Il riferimento che The Next Helsinki fa a Bilbao è chiaro e la domanda è: che cosa succede se un edificio molto particolare, progettato da un architetto molto speciale e sponsorizzato da un museo privato, sbarca in mezzo ad una città e trasforma un’economia moribonda ed una cittadinanza poco colta in un colpo solo in un fulcro turistico ed artistico di livello mondiale? In altri termini che bisogno avrebbe  Helsinki del “miracolo” di Bilbao visto che nella capitale finlandese gli alloggi sono abbondanti e convenienti, vi sono continui progressi verso la sostenibilità, verso forme razionali di trasporto e per la realizzazione di piattaforme creative che consentono l’esperienza e produzione dell’arte?  Si tratta di una città in cui gli spazi e la cultura pubblica generano condizioni di vita dignitose e che si fa carico dei bisogni della comunità. Il gruppo, che ha lanciato un concorso di idee alternativo per l’area situata sul lato meridionale del porto, in un contesto di assoluto pregio paesaggistico, si domanda in pratica se l’esperienza della città basca possa valere come lasciapassare per realizzare simili poli culturali ovunque, indipendentemente dalle caratteristiche locali.

L’appello rivolto ad architetti, urbanisti, paesaggisti, artisti, ambientalisti, studenti, attivisti, poeti, politici, e tutti coloro che amano le città prende spunto dalla caratteristiche di un luogo bello e colto, che sembra danzare con l’acqua e dalle sue esigenze reali.

La questione centrale riguarda l’investimento di un ingente quantitativo di soldi pubblici a favore di una istituzione privata. A carico dell’amministrazione municipale sono infatti il terreno, la costruzione del museo, la sua manutenzione, gli stipendi ed il franchising del brand Guggenheim. La città di Helsinki spenderebbe centinaia di milioni di euro delle casse comunali in cambio degli  eventuali benefici del marchio di qualcun altro. Sembra allora legittimo domandarsi: è davvero questo il miglior uso del sito e soldi dei contribuenti?

Bottom-up vs top-down

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Foto: http://thecompetitionsblog.com

Una domanda alla quale è possibile rispondere formulandone un’altra da rivolgere a tutti, alla ricerca di idee alternative,  affrontando la sfida di immaginare un futuro migliore per  tutta la città.  Il concorso alternativo prende come punto di partenza la città esistente e le sue esigenze.  Cosa potrebbe succedere se si aiutasse Helsinki ad diventar un luogo più accessibile, equo, sostenibile e bello?  Se si ​​potesse aiutarla a sviluppare benefiche strategie culturali che si sviluppano a partire dalle specificità locali e dai bisogni di chi pratica l’arte contemporanea? E se ci fossero alternative realizzabili rispetto al marchio di lusso, alla omogeneità culturale, all’affidarsi a processi decisionali imposti dall’alto e alla privatizzazione dei beni comuni? Si tratta in pratica di ribaltare l’approccio: non una decisione calata dall’alto ma una serie di riflessioni per sottolineare la singolarità della città e per suggerire modi in cui Helsinki ed il lato meridionale del suo porto possono essere trasformati a vantaggio di tutti.

Un modo di pensare le trasformazioni urbane – questo di The Next Helsinki – piuttosto distante dalle indicazioni progettuali con le quali normalmente s’istituiscono i concorsi internazionali di architettura. Nei quali il luogo è solo evocato come contesto nel quale il progetto dovrà inserirsi, non tanto secondo un processo di osmosi quanto attraverso una riconfigurazione spaziale possibile grazie alle supposte virtù taumaturgiche dell’architettura. Non a caso l’invito di The Next Helsinki è aperto a tutti, indipendentemente dalla qualifica professionale.

Da questo punto di vista, oltre ad una critica ragionata all’ennesimo ed anacronistico contenitore per modalità convenzionali di produzione artistica, la provocazione lanciata dal gruppo di personalità provenienti da diverse discipline potrebbe essere un’esperienza pilota di alternativa alle trasformazioni urbane attuate attraverso i rendering dei progetti delle archistar e non solo.

 

Riferimenti

The Next Helsinki