Scherzi da caserma

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Foto: M. Barzi

In molte città le caserme dismesse sono le ultime grandi aree sulle quali si possono prevedere progetti di trasformazione urbana e tuttavia le amministrazioni comunali faticano a trovare idee per reinventare le destinazioni di imponenti complessi edilizi, la cui riconversione può essere pensata come componente della strategia complessiva per migliorare la vivibilità urbana.

Nelle grandi città, ad esempio,  ci sono centinaia di migliaia di metri quadri vuoti, in attesa di nuova destinazione, che grazie agli strumenti urbanistici comunali, possono rientrare in un quadro più complessivo di trasformazione della metropoli, con la previsione di funzioni tra loro molto diverse che per il momento vanno dai servizi, attrezzature e spazi pubblici alle residenze e al verde, ma soprattutto a partire dall’ipotesi che questi grandi spazi non siano consegnati all’abbandono e al degrado. Le aspettative della cittadinanza a questo proposito potrebbero essere un elemento che guida le scelte di trasformazione, all’interno di una visione strategica che riguarda la città nel suo complesso e non solo le singole aree. La precedente tornata di grandi interventi sui settori urbani che contenevano aree dismesse o sottoutilizzate ha infatti messo in evidenza la sostanziale autoreferenzialità dei progetti che hanno più che altro pensato di collocare le quantità di volumi concordata con la pubblica amministrazione tramite una presentazione architettonica accattivante che però non esercita nessuna influenza sul disegno complessivo della città.

Sono così stati costruiti una serie di episodi urbani che al massino si relazionano con il sistema di trasporto pubblico urbano ma che non si capisce cosa apportino alla città nel suo complesso, se non una certa dotazione edilizia in suggestive forme verticali. Qui le aspettative dei cittadini, riguardo a maggiore dotazione di spazi pubblici fruibili, verdi e non, di alloggi a prezzi accessibili, di servizi e di tutto ciò che migliora la vivibilità urbana, sono state del tutto ignorate. Sembra infatti che l’unico vantaggio di questi interventi riguardi la loro natura di operazioni immobiliare prima che di trasformazione urbana. Quale relazione essi abbiano con i processi di pianificazione alla scala almeno comunale, per non parlare di quella sovralocale, con la risoluzione dei problemi dei quali i cittadini hanno consapevolezza, uno per tutti quello della mobilità, non è dato saperlo.

E’ esattamente questo lo scenario che, per fare l’esempio di ciò che avviene in un capoluogo di provincia di dimensioni medie come Varese, riguarda l’ex caserma Garibaldi dismessa da decenni e da vent’anni al centro di una serie di progetti.  In essi non solo l’edificio ma una porzione importante del centro cittadino diventa l’oggetto di una serie d’interventi di riqualificazione che nulla hanno a che vedere con le strategie complessive di trasformazione urbana.

Immaginata dapprima come sede dell’Università nelle intenzioni del Comune, l’ex caserma oggi pericolante è al centro di un controverso progetto dell’amministrazione cittadina che l’ha acquisita nel 2009. L’enorme volume dovrebbe diventare l’oggetto di uno scambio edilizio con il teatro che sta sull’altro lato della piazza, a sua volta realizzato nell’ambito di un precedente intervento di riqualificazione dell’area realizzato a fine anni ’80.

La domanda che sorge spontanea è: perché spostare un teatro esistente e funzionante dentro un edificio pericolante che ha anche l’ulteriore gravame di un vincolo apposto dalla Soprintendenza per i beni culturali e paesaggistici? La risposta non è tuttavia complicato darsela se si va a vedere cosa è stato realizzato con il precedente intervento di riqualificazione. Quel teatro è sorto come edificio temporaneo su di una superficie rimasta vuota a seguito della radicale trasformazione della piazza che, di fatto, è diventata la copertura di un posteggio interrato multipiano a servizio di uno shopping mall. In pratica un centro commerciale con gli effetti connessi alla mobilità urbana è stato piazzato nel mezzo del centro cittadino,  con la prevedibilissima conseguenza di un incremento del traffico veicolare dentro l’area urbana centrale.

Un ostacolo insormontabile per tutti i progetti di pedonalizzazione e limitazione dell’accesso della auto che nel frattempo sono stati realizzati senza un disegno unitario perché si doveva lasciare aperto un canale di transito da e per lo shopping mall. E non c’è come separare un’area dal suo contesto, facendola attraversare dal traffico automobilistico,  per renderla un luogo negletto, dalla quale allontanarsi il prima possibile per raggiungere destinazioni più confortevoli,  come lo shopping mall o le via pedonalizzate del centro cittadino che in fondo altro non sono che un’estensione del concetto a cielo aperto.

Il ruolo chiave che l’ex caserma nella riqualificazione di un’area penalizzata dalle conseguenze di un progetto sbagliato è facile da individuare. A patto che si riesca ad eliminare l’errore di fondo, ovvero riconsiderando all’interno del nuovo progetto in modo completamente diverso il paradigma della mobilità cittadina: detto in soldoni vuol dire avere il coraggio di mettere al centro un ripensamento radicale della gestione dei flussi di traffico che lì convergono.

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Foto: M. Barzi

Ma è possibile tramutare una scelta sbagliata in qualcosa di utile alla costruzione di scenari diversi per la mobilità urbana? Forse sì, a patto che il nocciolo della questione non sia solo quanti volumi edilizi infilare lì ma come, anche attraverso la loro costruzione, possa essere perseguita una certa strategia di trasformazione urbana. Infondo rendere più dense le città, arricchirle di una pluralità di funzioni, che per la vita dei cittadini significa più servizi ed opportunità, ma vuol dire anche costruire ed includere gli interessi degli operatori immobiliari come uno degli aspetti funzionali al successo delle scelte progettuali.

Tuttavia, se la logica con la quale si promuovono le trasformazioni urbane è quella di nascondersi dietro il project financing, presumendone la bontà a prescindere, i volumi edilizi finiscono per essere l’unico argomento in campo. Bisognerebbe che da parte delle amministrazioni comunali venisse anche qualche idea sulla città nel suo complesso e sul ruolo che quella determinata area può avere a questo riguardo, perché lo capisce anche un bambino che non basta evocare un teatro o un’altra attrezzatura culturale per risolvere i problemi nati da scelte sbagliate fatte un quarto di secolo prima.

Il creazionista nel rogo della Città della Scienza

Il rogo della Città della Scienza a Napoli è stato con ogni probabilità voluto dalla Camorra –  interessata al giro di affari di milioni di euro che ruota attorno alla bonifica ed alla vendita dei suoli di Bagnoli – o, almeno, questa è la pista seguita dagli inquirenti napoletani. Tuttavia a preannunciare questa violenta cancellazione c’era il declino della trasformazione dell’area urbana che ospitava lo stabilimento siderurgico, come ha anche denunciato da Vezio De Lucia cui si deve il progetto di riconversione. 

Eppure, anche al lordo dei fallimenti delle amministrazioni di sinistra che hanno guidato la città da vent’anni a questa parte, la trasformazione di Bagnoli è uno dei pochi casi italiani di riconversione di un’area industriale in spazio pubblico. E questo evidentemente deve essere l’aspetto negativo di tutta l’operazione, ciò che implicitamente disturba, ad esempio, la sensibilità ideologica della stampa italiana di destra.

Il Foglio non si è fatto scrupolo di gioire per il rogo e in un articolo, a firma di Camillo Langone, giustificava tanta esultanza con la motivazione che nella Città della Scienza si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici”.(…)  Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza.

Langone, collaboratore abituale de Il Giornale e di Libero, aveva già dimostrato il suo calibro di maître à penser  riguardo ai temi della specie umana e della  (pro)creazione quando su quest’ultimo giornalesi era così espresso a proposito del calo delle nascite: Io sono di destra perché sono realista: le ideologie e le utopie non me le bevo. (…) Ebbene, gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. (…) Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà.

Evidentemente la destra italiana per sostenere le ragioni di chi ha appiccato il rogo di Napoli si affida agli scimmiottatori degli ultra conservatori americani.  I modelli sono l’ambientalista del Tea Party e trivellatrice in nome di Dio Sarah Palin o l’ex candidato alle primarie repubblicane Rick Santorum, per il quale i cambiamenti climatici vanno contrastati perchè minacciano l’uomo, mica l’ambiente. Insomma bisogna che la politica si ispiri alla Bibbia e non certo alla scienza in materia di inizio e fine vita, ma anche di creazione ed evoluzione.

Si può anche inorridire di fronte alle ridicole scopiazzature di Langone  ma non bisogna dimenticarsi del sostegno che più o meno esplicitamente danno a chi ha cancellato un’esperienza, purtroppo mal gestita, di trasformazione pubblica di un’area industriale.La quale – è bene ricordarlo – aveva tutte le caratteristiche dell’ILVA di Taranto, disastri ambientali compresi.

Riferimenti

C. Langone. Dovevano bruciarla prima, Il Foglio, 7 marzo 2013