Genova: fra alluvioni, dissesto idrogeologico e gestione del territorio

L’alluvione che ha colpito Genova nella notte fra il 9 e il 10 ottobre ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la fragilità del territorio della città e una gestione non sempre accorta, dovuta ad una complessità di fattori.

Già nel caso della precedente alluvione del 4 novembre 2011, un esponente politico locale di primo piano aveva scritto su Facebook rimarcando che “le cause della tragedia sono da ricercarsi nei comportamenti del Governo Berlusconi che, a suo dire, aveva dimezzato i fondi per la protezione del territorio e negava l’esistenza dei cambiamenti climatici”. Forse una frase insignificante, ma emblematica della tendenza della classe dirigente a non voler assumersi responsabilità sui fatti accaduti. Ricondurre le origini della catastrofe ai “cambiamenti climatici” è apparso a molti come fuorviante e c’è chi ha osservato come durante l’alluvione che colpì la città nel 1970 del global warming non si aveva notizia.

Nel 2011 la sindaco Marta Vincenzi aveva affermato che «ciò che è accaduto in un quarto d’ora tra le 12 e le 12.17 è il risultato di una pioggia intensa monsonica, uno tsunami». In questa ultima occasione si è assistito ad uno scaricabarile reciproco fra comune e regione, come era lecito aspettarsi, molti commentatori, anche autorevoli, hanno citato, fra le cause, i cambiamenti climatici. A parte il fatto che una pioggia monsonica e uno tsunami sono fenomeni ben diversi da quelli accaduti a Genova, credo sia opportuno chiarire che le ultime alluvioni hanno cause molteplici: la prima è senza dubbio la speculazione edilizia degli anni Sessanta che portò a costruire in zone ad alto rischio, come la collina di Quezzi, in secondo luogo la mancata pulizia dei torrenti e infine la scarsa manutenzione urbana (con tombini tappati e cedimenti del terreno stradale). L’eredità della “speculazione edilizia”, a Genova, come sulle coste liguri, è ancora pesante, negli anni Cinquanta e Sessanta il litorale è stato travolto dal boom del turismo di massa che richiedeva la costruzione di seconde case, in ambito urbano le strade che portavano ai quartieri di edilizia residenziale pubblica situati sulle colline (INA-Casa aveva dei limiti di spesa per l’acquisizione della disponibilità delle aree) della città costituivano “teste di ponte” per lo sviluppo selvaggio a “condomini” (come nella zona sottostante il Biscione e a Marassi). Nonostante l’alluvione del 1970 avesse messo per prima in evidenza le contraddizioni di uno sviluppo urbano tumultuoso e disordinato, nella città in continua crescita si è costruito dappertutto, sugli argini dei torrenti e perfino in terreni scoscesi e franosi. Il PRG approvato nel 1959 si rivelerà uno strumento inadeguato a guidare le grosse trasformazioni.

 

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Foto: F. Gastaldi

Il riferirsi ai cambiamenti climatici sembra un atteggiamento piuttosto diffuso anche nella politica locale; ammesso che i cambiamenti climatici vi siano, possono certamente essere una delle concause, ma a mio avviso c’è il rischio si insinui nella testa di molte persone la tendenza a considerare quello che accade come ineludibile perché “intanto le cose vanno così”, “non dipende solo dai nostri comportamenti personali”, “ci devono pensare le autorità, gli studiosi, e così via. Inoltre il riferirsi ai cambiamenti climatici mette in secondo piano il “gravissimo” problema legato alle reali responsabilità (pubbliche e/o private) nella gestione del territorio. Considerata la difficoltà del tema, rende il problema poco sentito anche per le possibili soluzioni che possono anche apparire molto lontane.

Infine, come rilevato da Carlo Stagnaro in un articolo comparso sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, l’alluvione genovese offre (purtroppo) una lezione importante su quanto siano perverse le logiche di spesa pubblica, la retorica politica non fa che ricorrere al solito: “non ci sono le risorse”. Purtroppo i soldi non ci sono perché chi si è trovato a gestirli ha ritenuto la prevenzione del dissesto idrogeologico di secondaria importanza rispetto a molte altre spese. Stagnaro cita ad esempio l’ARPAL, la società regionale che avrebbe dovuto lanciare l’allarme esondazione, con 49 dirigenti su 374 dipendenti. Un altro esempio: alla fine del mese di novembre 2013 i dipendenti di Amt, l’azienda pubblica dei trasporti genovesi, hanno messo il capoluogo a ferro e fuoco per 5 giorni. Hanno vinto la loro battaglia ottenendo l’impegno di Regione e Comune a stanziare l’una 75 milioni di euro in 4 anni per l’acquisto di nuovi mezzi, oltre 4 milioni l’altro sotto forma di aumento di capitale. Queste risorse, sono ovviamente sottratte ad altri impieghi, tra cui la cura e la gestione del territorio.

Resilienza, o della pianificazione dell’imprevedibile

Che il cambiamento climatico stia producendo effetti sotto ai nostri occhi, e che questi ultimi riguardino soprattutto le forme dell’ambiente costruito  – ciò che per convenzione chiamiamo città – è una constatazione quanto mai facile da fare. Il rischio dell’esposizione agli allagamenti non può più essere considerato una eventualità ma, in certe condizioni,  una costante,  come sanno bene gli abitanti di Genova e di molte altre città spesso confrontate con la devastazione delle alluvioni.

A New York l’esperienza dell’uragano Sandy ha segnato l’avvio di una riflessione sulla forma della città che include la possibilità che essa cambi sulla base della quantità di spazio guadagnato dall’acqua ad ogni evento atmosferico. In questo scenario alcuni settori urbani andrebbero considerati come stabilmente sommersi, cioè  potrebbe essere più conveniente arrendersi alla presenza dell’acqua piuttosto che investire grandi quantità di denaro pubblico per difendersi inutilmente da essa.

Adattarsi ai cambiamenti

 

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Foto: M. Barzi

Se da un punto di vista della progettazione urbana la sfida della resilienza ai cambiamenti climatici offre spunti di riflessione affascinanti sulle forme che la città potrebbe assumere – molto più inclini a dialogare con gli ecosistemi naturali piuttosto che ad opporvisi – da quello delle ricadute sulla sua componente umana le cose sono assai più complicate.

Lasciare spazio all’acqua significa perderlo per gli abitanti,  vuol dire abbandonare case, attività economiche e attrezzature collettive. Chi deciderà,  quale autorità sarà in grado di determinare simili scelte che comporterebbe uno sconvolgimento permanente dei principi con i quali le città si governano? Saranno, le città, in grado di cedere il potere con il quale storicamente hanno definito la loro forma?

Il sociologo Richard Sennet è convinto che l’imprevedibilità degli effetti del cambiamento climatico richieda una capacità di adattamento difficilmente ottenibile attraverso la dimensione locale del controllo dello spazio. La natura è antidemocratica e i diritti di cittadinanza, come il voto, non servono ad adattarsi a fenomeni incontrollabili. Le città devono aprirsi a questa imprevedibilità a partire dalla loro forma – sostiene Sennet – ed assumere l’adattabilità che distingue i sistemi aperti da quelli chiusi.

Non è solo l’imprevedibilità del clima a richiedere questo cambio di paradigma, dalla pianificazione pervasiva di stampo novecentesco alla accettazione della flessibilità al cambiamento continuo. Sono anche altri tipi di flussi che, esattamente come quelli idrici, risultano poco controllabili: l’immigrazione ad esempio o il denaro che determina gli assetti finanziari ai quali da tempo risponde lo sviluppo delle città.

Città aperta

Sennet non indica il livello di governo che possa sostituirsi a quello locale per determinare le strategie di adattamento. Non dice come rimpiazzare la pretesa del controllo, che ha indirizzato la vita delle comunità ed ha storicamente sostanziato lo status di cittadino. Il suo ragionamento indica però un ambito in cui le differenze tra ciò che sta dentro e fuori la città, luogo in grado di plasmare con le sue regole anche il territorio circostante e di definire una gerarchia rispetto alla campagna dalla quale dipende per la sopravvivenza, finiscono per annullarsi.

La fine della città-stato alla quale Sennet allude, rievocando implicitamente la storia plurimillenaria della polis, evidenzia l’inutilità degli strumenti pensati per stabilire una relazione con le forze dello sviluppo della città ma non per misurarsi con quelle della sua potenziale distruzione. Una bella suggestione la sua, che l’inarrestabile progredire del cambiamento climatico fa diventare una possibilità da prendere urgentemente in considerazione.

Il suo concetto di città aperta si configura come un processo evolutivo nel senso darwiniano del termine, una precondizione per la sopravvivenza dell’organismo città. Il fatto che il cambiamento climatico riguardi già il presente non fa che aggravare l’inadeguatezza degli strumenti dell’urbanistica novecentesca che hanno fin qui regolato l’uso del suolo secondo una visione precostituita, in cui tutto occupa una certa quantità predeterminata di spazio e ogni forma di occupazione è regolata da indici e parametri precisi. Il primo passo è pendere atto dell’inadeguatezza del dogma del controllo spaziale ma i contorni che la pianificazione dell’imprevedibile potrebbe avere sono ancora tutti da immaginare.

Riferimenti

R. Sennet, Why climate change should signal the end of the city-state, The Guardian, 9 ottobre 2014.

Su come l’adattamento al cambiamento climatico si veda M. Barzi, Resilienza: se New York impara da Venezia, Millennio Urbano, 8 luglio 2014.

Resilienza: se New York impara da Venezia

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Foto: M. Barzi

Piove ormai da troppo tempo in questa anomala estate 2014, e ci si chiede se si tratti di anomalia una tantum, di quelle che appartengono alle statistiche metereologiche, o se siamo invece davanti al segno evidente del cambiamento climatico. Provando ad immaginare situazioni come questa, protratta nel tempo e con precipitazioni a volte molto intense e ricorrenti in ogni stagione, si arriva inevitabilmente alla conclusione che prima o poi saremo costretti a convivere con le strade sempre più  percorse dall’acque , oltre che dal traffico veicolare.

In termini più generali, però, ciò vorrebbe dire sperimentare sul campo il concetto di resilienza, che poi vuol dire testare la capacità dell’ecosistema urbano di ripristinare più o meno spontaneamente la sua omeostasi. Più semplicemente si tratta di capire quanto sarà naturale l’adattamento ai cambiamenti climatici, ma anche quali modifiche andranno apportate alla forma urbana.  

Resilienza

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Foto: M. Barzi

Una città come Venezia convive da sempre con la possibilità che l’acqua invada gli spazi dedicati ad ai flussi di persone e merci, e tuttavia è stato un evento eccezionale come l’alluvione del 1966 ad allarmare riguardo alle condizioni che garantiscono l’equilibrio nei rapporti tra terra, acqua e popolazioni. Un progetto molto discusso come le barriere mobili del MoSE, poste ai varchi tra la laguna ed il mare, dovrebbe appunto servire a mitigare gli effetti della combinazione tra abbassamento del livello del suolo ed innalzamento delle maree innescate dal cambiamento climatico. E’ la preoccupazione per la capacità di essere ancora resiliente rispetto all’invadenza dell’acqua, aspetto sul quale si fonda la millenaria storia della città, la ragione delle opere di regimazione dello scambio tra mare e laguna alla quali appartiene il MoSE. Venezia è una città modello di convivenza con l’acqua al quale non a caso guarda New York nel pianificare le strategie di difesa dopo eventi come l’uragano Sandy del 2012. Un anno dopo,  il sindaco Bloomberg, alcuni tecnici della sua amministrazione e la direzione dello Storm Recovery dello Stato di New York, erano a Venezia per capire come attrezzarsi nel cas odi eventi analoghi e per informarsi sul funzionamento delle paratie mobili all’interno del progetto complessivo di salvaguardia della laguna. L’uragano, che ha consentito alla metropoli di testare la propria resilienza,  è stato quindi l’occasione per avviare una riflessione complessiva sulle strategie di adattamento a lungo termine ai cambiamenti climatici.

Scenari a breve termine

A questo riguardo il settore Housing and Urban Development dell’amministrazione newyorchese ha promosso il concorso “Rebuilt by Design”, finalizzato alla ricerca di risposte che si discostino dagli interventi standard di gestione dei postumi di una catastrofe naturale. Da un anno dieci gruppi di progettazione interdisciplinare stanno elaborando soluzioni innovative per la regione urbana che è stata interessata dal passaggio dell’uragano. Il Big U, ad esempio,  è un sistema di opere attorno alla parte meridionale di Manhattan composto da terrapieni coperti da vegetazione e barriere in muratura. Esso garantirebbe una protezione dall’innalzamento dell’acqua della baia fino al 2050. Si tratta quindi di uno scenario che dal punto di vista dei processi ambientali può essere considerato di breve termine e che trasformerà notevolmente il disegno urbano del settore più esposto agli effetti devastanti dell’acqua. Anche New Orleans negli anni Sessanta si era dotata di argini che hanno resistito fino al 2005, anno della devastazione di Katrina. Klaus Jacob, ricercatore scientifico presso il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University,  invita però a prendere in considerazione i modelli d’innalzamento del livello del mare al 2100: forse non vale la pena spendere decine di milioni di dollari per interventi che dopo mezzo secolo potrebbero essere  inutili.

Imparare da Venezia…

Per capire davvero come si convive con l’acqua – sostiene Jacob – New York dovrebbe prevedere, almeno nelle zone soggette alle inondazioni attuali e future,  “infrastrutture sommergibili”. Ciò significherebbe spostare dal piano strada a quelli superiori ed ai tetti i sistemi di accesso agli edifici ed eventualmente collegare i grattacieli con High-line, come quella riconvertita in parco ricreativo non lontano dal fiume Hudson. Insomma entro il 2100 New York avrebbe  bisogno di trasformare molte strade in canali simili a quelli di Venezia, per il bene delle attività economiche e per consentire che i flussi di merci, servizi, rifiuti e persone non incontrino ostacoli, ma possano usufruire di metropolitane a tenuta stagna, e, se necessario, di chiatte, traghetti e taxi d’acqua. Lo scenario che Jacob suggerisce prende quindi in considerazione un innalzamento tale del livello dell’acqua da rendere necessario che con essa si impari a convivere per sempre. Esattamente quello che Venezia fa dalla sua fondazione e che ora viene preso a modello per ridisegnare una metropoli resiliente nella quale, alla fine del secolo, la popolazione potrebbe aver superato i dieci milioni di abitanti (un incremento di un milione di abitanti rispetto agli attuali 8,3 è atteso nei prossimi 15 anni).

…ma anche da New York

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Foto: M. Barzi

Così come New York  è inseparabile dalla sua baia, Venezia coincide con la sua laguna. Alla luce degli scenari che, indipendentemente delle suggestioni di Jacob, prevedono a breve termine l’1% della superficie della metropoli americana interessata dalle inondazioni,  a Venezia ridurre la questione della protezione dall’innalzamento dell’acqua del mare alla mera regolamentazione dello scambio con quelle della laguna avrebbe davvero poco senso. Scegliendo il MoSE, invece delle alternative possibile di riduzione sostenibile dell’afflusso di acqua marina, si è preferito sostituire le leggi della natura che regolano l’ecosistema lagunare con quelle della tecnica su cui si basa il progetto ingegneristico delle barriere mobili  (i cui costi elevatissimi e la corruzione costituiscono una sorta di beffa oltre al danno). Allora se per immaginare se stessa fra poco meno di un secolo New York guarda a Venezia, forse Venezia potrebbe guardare ai progetti per migliorare la resilienza al cambiamento climatico che New York  sta adottando.  Magari riflettendo sul fatto che essere un modello di capacità di adattamento ai mutamenti di un particolare sistema ambientale può essere di per se una buona base per le strategia di sopravvivenza futura.

Riferimenti
K. Jacob, Climate Scientist: Manhattan Will Need “Venice-Like Canals” to Stop Flooding, Next City, 25 giugno 2014.
E. Salzano, La Laguna di Venezia e gli interventi proposti, Eddyburg, 15 gennaio 2008.