Perché non si può essere contro l’urbanistica

L’urbanistica gode di una pessima fama ma per rendersi conto di quanto bisogno di essa ancora ci sia oggi nel mondo basta aver visitato qualche grande città asiatica, africana o sudamericana. Potrebbe anche non servire spingersi così lontano perché persino il cinema ci racconta a volte la condizione esistenziale delle grandi periferie terzomondiali e non solo. Da The Millionaire a Gomorra la mancanza dell’urbanistica o il suo cattivo utilizzo riflettono tutte le differenze che vanno dal disordinato sviluppo urbano dell’India in forte crescita economica e demografica a una enclave europea del sottosviluppo. Da una parte uno dei tanti insediamenti di baracche cresciuti spontaneamente in una grande città globale come Mumbay, dall’altra un quartiere di edilizia popolare di Napoli pianificato e progettato nei minimi dettagli. A questo riguardo il recente Pelo Malo ambientato in una periferia di Caracas fornisce qualche spunto di riflessione. Junior è un ragazzino di nove anni che vive in uno degli innumerevoli appartamenti existenzminimum in un complesso formato da due enormi edifici contenenti centinaia di unità abitative. Tra i due parallelepipedi di edilizia prefabbricata ci sono gli spazi verdi, il campo sportivo e la scuola: il classico standard urbanistico. L’involucro edilizio è stato fagocitato dai differenti usi degli abitanti: c’è chi usa il balconcino per ballare, per ammassarvi oggetti vari, per espandere il proprio spazio vitale. Dentro le caselle della immensa facciata antistante Junior e la sua compagna di giochi individuano tutte le diversità umane, facendo a gara a chi le scova per primo e indicandone esattamente la posizione. Per loro quella è la società, quella che vedono e che sentono arrivare dagli spari delle armi da fuoco della criminalità del quartiere. Dentro questa agglomerazione umana e spaziale c’è tutta la loro vita; nel bene  – una abitazione vera e propria con servizi igienici all’interno e attrezzatture collettive all’esterno –  e nel male che deriva dall’essere quel luogo un ghetto per poveri.

L’architettura, almeno la sua corrente stilistica che ha esercitato un’importante influenza sulla città contemporanea dalla Carta d’Atene in poi, ha dato una forma ha quello spazio che alla prova dei fatti risulta totalmente indifferente alle vite che ha accolto. E tuttavia non seve essere degli specialisti per capire che un conto è l’urbanistica che ha pensato a come dare ai poveri una casa dignitosa e dei servizi per una vita degna e un altro è l’architettura dei grand ensamble, il cui fallimento era già stato sancito con la demolizione del complesso Pruitt-Igoe a Saint Louis nel 1972. Bisognerebbe piuttosto chiedersi, al di là dei fallimenti dell’architettura contemporanea, se ci sia una alternativa per Junior e gli altri bambini poveri di Caracas che non siano i barrio di baracche senza acqua e fognature.

Nata per porre rimedio agli effetti della rivoluzione industriale, come la spaventosa densità demografica e le precarie condizioni igienico-sanitarie della popolazione urbana, di fronte alla apparente ingovernabilità delle città  terzomondiale, dei loro sterminati slum ma anche di certe sperimentazioni architettoniche pensate come loro rimedio, l’urbanistica sembra destinata a una inevitabile crisi d’identità. E tuttavia essa potrebbe ancora essere utilizzata per evitare, ad esempio,  l’innesco di patologie come il colera o Ebola che trovano terreno fertile nell’ambiente urbano degradato degli insediamenti informali. Se è pur vero che questa disciplina, che affonda le proprie origini nella cultura positivista del XIX secolo, ha bisogno di rinnovarsi per evitare di essere inutile rispetto le enormi sfide della complessità urbana nel nuovo millennio, non è però detto che se ne debba sancire l’inutilità.

L’antropologo Franco La Cecla ha tentato di dimostrare nel suo ultimo libro Contro l’urbanistica (Einaudi Torino, 2015, pp.147, €12,00) che esisterebbe un diritto alla quotidianità – fatto di quel mix di tradizioni e comportamenti grazie al quale si distinguono le popolazioni urbane – che l’urbanistica non riesce a riconoscere pur trattandosi del processo che genera l’urbanità. Ciò che però gli sfugge è che l’urbanistica è nata facendo i conti con il fatto che lo spazio urbano muta perché cambiano i bisogni, i comportamenti e la quotidianità dei suoi abitanti. Se è pur vero, da una parte, che per governare la crescente complessità urbana la pianificazione deve essere più versatile e adottare un approccio metodologico che sappia differenziarsi rispetto alle rigidità del controllo gerarchico esercitato dai governi locali, dall’altra risulta sempre meno chiaro a chi spetti assumersi la responsabilità di come vengono modificate le città, anche se è evidente che la loro capacità di autoregolazione richiede che la pianificazione sappia  abbandonare il suo tradizionale approccio lineare e gerarchico. Vale senz’altro la pena chiedersi se essa sia in grado di riuscirci o meno a interpretare questi mutamenti, ma non sarà l’approccio liquidatorio di La Cecla, basato sull’assunto della coincidenza delle forme dell’urbanistica con quelle dell’architettura, che aiuterà questa controversa disciplina a farlo.

 

 

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta dal trailer del film Pelo Malo.

Ringraziamo Franco La Cecla per averci dato la possibilità su questo sito di argomentare, a partire dal suo libro, una visone diversa della disciplina che lui demolisce.

Una storia per immagini dell’abitare in Gran Bretagna

Alla fine della prima guerra mondiale in Gran Bretagna quasi l’80% della popolazione viveva in affitto con un contratto che nella stragrande maggioranza dei casi era stato stipulato con un proprietaro privato. Con la Legge per la Casa, approvata nel 1919, lo Stato finanziò le amministrazioni locali per costruire abitazioni popolari. A metà anni trenta furono realizzati complessivamente 350.000 alloggi, grazie a un prolungato periodo di basso costo del denaro del quale beneficiò il settore privato. Abbondanza di terreni, di manodopera e contenuti tassi di interesse favorirono l’espansione urbana a bassa densità. Oltre ai suburbi, lungo le principali arterie di comunicazione sorsero nuove aree industriali.

Con la seconda guerra mondiale, e i bombardamenti delle aree urbane centrali, la costruzione di case si bloccò del tutto. La scarsità di denaro e di materiali da costruzione rallentò la ripresa del settore. Il rapporto Beveridge parlò dello “squallore” come di uno dei giganteschi “macigni” che ostruivano la strada al progresso. In questa situazione il ministero per la casa e la salute, ribadì la priorità della costruzione di  abitazioni. Durante il decennio successivo, dominato dai governi Conservatori, si registrò un nuovo un picco nella costruzione di case popolari  da parte degli enti locali. La fine dei razionamenti e l’economia in crescita porteranno, durante gli anni ’50, alla costruzione di 250.000 nuovi alloggi l’anno, in gra parte realizzati nelle new town e nelle aree collocate  oltre la green belt che cinge Londra.

 

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Shirley Baker, case operaie a Manchester negli anni ’60. www.theguardian.com

Negli anni ’60, unendo gli interventi pubblici e privati, nella costruzione di abitazioni si arrivò a un nuovo al record: oltre 400.000 alloggi l’anno. La grande dimensione dei complessi andrà  a scapito della qualità edilizia, ma alla fine del decennio la Gran Bretagna raggiunse la sostanziale parità fra proprietari e affittuari. E tuttavia già con l’inizio di quello successivo si manifestò la prima bolla edilizia post-bellica. A partire dal 1973, condizioni di facile accesso al credito, assicurate dalla Banca d’Inghilterra e dalle facilitazioni governative, provocarono un incremento di oltre un terzo l’anno dei prezzi degli immobili: in media il valore di una casa raddoppiò in soli tre anni. La bolla, scoppiata con la guerra dello Yom Kippur e l’embargo Opec diede inizio ad un periodo di stagflazione.

Con gli anni ’80 si fece avanti l’idea di spingere gli enti locali a mettere in vendita gli alloggi pubblici. Essa divenne uno dei fulcri del governo di Margaret Thatcher. Chi ne approfittò vide crescere rapidamente il valore del proprio immobile durante la seconda bolla edilizia, quando i prezzi delle case si rivalutarono di oltre il 40% tra il 1987 e il 1988.

Gli effetti dell’esplosione della bolla edilizia furono negli anni ’90  la crescita dei tassi d’interesse e un incremento della disoccupazione che arrivò alla cifra di 3 milioni di persone. Molti  furono coloro che  non riuscirono più a pagare le rate del mutuo che nel frattempo avevano acceso.  Si registrò un’impennata nei pignoramenti e i prezzi delle case crollarono per i quattro anni successivi. Solo alla fine del decennio si vide una ripresa del mercato immobiliare.

L’ultima bolla edilizia del dopoguerra britannico, quella  esplosa con la crisi nel 2007, si è situata in uno scenario in cui la popolazione e l’economia erano in costante crescita. Tuttavia, a fronte di un’ampia disponibilità di credito a tasso d’interesse ridotto, si cominciò a costruire sempre meno case.Il risultatoè stato un prezzo medio delle abitazioni più che raddoppiato rispetto al periodo precedente lo scoppio della crisi finanziaria. Con la recessione  la costruzione di alloggi si è ridotta fino a toccare il minimo dagli anni ’30.

 

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Shirley Baker, la fila davanti alla roulotte del programa di assegnazione degli alloggi popolari, Manchester 1965. www.theguardian.com

Questa in sintesi la storia abitativa della Gran Bretagna degli ultimi novant’anni  – tra intervento pubblico  e speculazione privata. Essa è recenetemente diventata , anche se non in modo esplicito, protagonista della mostra fotografica Women, Children and Loitering Men, che si può visitare fino al 20 settembre alla Photographers’ Gallery di Londra. Gli scatti di Shirley Baker ritraggono gli effetti dell’intervento pubblico sul patrimonio residenziale di Manchester e Salford dal 1961 al 1981. Essi si concentrano in particolare sui programmi di demolizione degli slum, che ancora negli anni ’60 rappresentavano gli alloggi di molte comunità operaie,  con il cui avvio si diede spazio all’edilizia residenziale pubblica.

Quello di Baker è un enorme lavoro di documentazione delle trasformazioni urbane nella Gran Bretagna della seconda metà del XX secolo, realizzato attraverso la restituzione per immagini degli interventi sul patrimonio residenziale. Si tratta di una testimonianza estremamente importante proprio perchè gli effetti della recente bolla edilizia potrebbero riportare in vita lo spettro della povertà e delle precarie condizioni abitative delle classi più svantaggiate, e non solo dall’altra parte della Manica.

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta dal sito della Photographers’ Gallery.

L. Elliot, A brief history of British housing, The Guardian, 24 maggio 2014.

H. Pidd, Last days of the slums: a portrait of Manchester by Shirley Baker, The Guardian, 22 luglio 2015.


Case popolari e riforma urbanistica: due questioni che s’intrecciano

Sono passati 45 anni da quando, giusto in questi giorni, fu proclamato uno sciopero generale nazionale che poneva all’attenzione dell’opinione pubblica un tema mai affrontato in modo specifico dalle rivendicazioni sindacali: il diritto alla casa. Due anni dopo sarà promulgata la legge 865 Programmi e coordinamento dell’edilizia residenziale pubblica con l’obiettivo di unificare tutti i fondi stanziati per la realizzazione di insediamenti di edilizia economica e popolare e  riorganizzare l’intervento pubblico in materia di edilizia residenziale.

Quartieri, non solo case

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Foto: M. Barzi

La legge intendeva soprattutto orientare il settore edilizio a regia pubblica in interventi coordinati che superassero il caos seguito al periodo d’incontrollata espansione, culminato con la frana di Agrigento del 1966. Con la 865 vengono realizzati quartieri veri e propri, dotati di servizi e verde pubblico; pezzi di città e non solo case popolari.  La sua promulgazione fa parte della stagione segnata dai tentativi di riforma della legislazione urbanistica, iniziata con nel 1962 con la legge 167 Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree per l’edilizia economica e popolare, e conclusasi con la legge 457 del 1978, che intendeva rilanciare la programmazione dell’intervento pubblico in edilizia favorendo il recupero del patrimonio residenziale esistente.

Il diritto alla casa per riformare l’urbanistica

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Foto: M. Barzi

L’innovazione introdotta  dalla 167/1962 sta nella possibilità data alle amministrazioni comunali di realizzare insediamenti di case popolari nell’ambito delle previsioni del Piano Regolatore Generale, espropriando le aree e pagandole un prezzo non ancora condizionato dalle previsioni edificatorie del piano: intere parti di città potevano così essere pianificate e realizzate senza i condizionamenti della rendita fondiaria. La legge interpretava in particolar modo l’esigenza di dare un quadro normativo preciso alle esperienze di realizzazione di insediamenti di edilizia economico-popolare avviate dal cosiddetto piano Fanfani (legge 43/1949 Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori) e dalla successiva istituzione del programma INA-Casa.

La 167 servì anche per sperimentare, almeno nell’ambito dell’espansione urbana, la riforma della legislazione urbanistica, ferma al 1942. Un provvedimento legislativo quindi non solo utile per pianificare meglio i tumultuosi sviluppi della ricostruzione post bellica e della nuova fase economica espansiva, che attraversava ampie zone del paese soprattutto al Nord, ma anche lo strumento per superare il limite invalicabile di ogni buona pianificazione urbanistica, e cioè la questione della proprietà dei suoli e i conseguenti interessi messi in gioco sulla loro destinazione. Il naufragato disegno di legge di riforma urbanistica, formulato dal ministro dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo pochi mesi dopo la promulgazione della legge 167/1962, adottava infatti lo stesso principio dell’acquisizione dei suoli tramite esproprio come soluzione per eliminare le sperequazioni insite nel processo di pianificazione urbanistica.

Il tramonto di una stagione

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Foto; M. Barzi

Non sembra quindi un caso che il tema dell’edilizia popolare, del crescente bisogno di alloggi ad un canone che non superi il 30% del reddito delle famiglie – a fronte di un enorme numero di domande inevase e delle tensioni sociali che ne derivano e che vengono descritte ormai quotidianamente dalle cronache giornalistiche – si profili proprio nel momento in cui si stanno delineando le conseguenze del progetto di riforma della legge urbanistica nazionale, messo a punto dal Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Nel DDL Lupi l’edilizia residenziale pubblica – concetto riformulato con l’aggiunta dell’aggettivo sociale – diventa un servizio che può essere erogato dall’intervento pubblico così come da quello privato attraverso l’offerta di alloggi in locazione o il sostegno all’accesso alla proprietà della casa

Il clamore giornalistico suscitato dalle rivolte degli abitanti dei quartieri realizzati attraverso interventi pianificati dal pubblico – e dominati dal degrado edilizio e sociale innescato da decenni di mancati interventi e di dismissione del patrimonio pubblico – potrebbe utilmente aprire la strada all’idea che il cosiddetto social housing,realizzato dai privati anche con agevolazioni pubbliche (riduzione o esonero dal contributo di costruzione), sia la soluzione che risolve i mali delle periferie. I problemi dei quartieri popolari sono noti da tempo e certo la perdurante crisi economica non ha fatto altro che aggravarli. Che sia questa l’occasione giusta per risolverli sancendo la fine dell’intervento pubblico sul diritto alla casa e consegnando in generale le trasformazioni urbane all’interesse privato?