Niente crisi per gli outlet in Italia (1)

Uno degli effetti più evidente della crisi economica è il forte impatto esercitato sul commercio urbano, registrabile anche semplicemente con il conteggio degli esercizi chiusi. Tuttavia la recessione non sembra aver toccato quelle forme di grande distribuzione organizzata che si collocano, da un punto di vista spaziale, in ambiti diversi da quelli che tradizionalmente caratterizzano le attività commerciali tradizionali.

L’Italia è al secondo posto in Europa per numero di Factory Outlet Center – preceduta solo dal Regno Unito, dove il fenomeno è arrivato dagli Stati Uniti già negli anni Ottanta – mentre si situa al quarto posto se si considera il rapporto tra superficie di vendita e abitanti, dopo, rispettivamente, Svizzera, Portogallo, e Regno Unito.

Al 31 dicembre 2013 erano 23 Factory Outlet Center attivi su tutto il territorio nazionale, di questi 21 sono Factory Outlet Village, mentre le rimanenti strutture sono Factory Outlet Center, ovvero aggregazione di punti vendita monomarca. Nel primo caso, invece, a questo elemento si aggiungono le grandi dimensioni del complesso commerciale, la localizzazione in contesti ad alta accessibilità e un’architettura che imita quella di un reale centro urbano.

La diffusione del fenomeno in Italia è partita all’inizio degli anni duemila dalle regioni del nord-ovest (la prima struttura è a Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria), dove tuttora si trova la maggior concentrazione di Factory Outlet Center. La prepotente comparsa sulla scena dei Factory Outlet Village è avvenuta successivamente anche nell’Italia centrale ad opera di società multinazionali o nazionali. Negli ultimi tempi, invece, la diffusione ha riguardato quasi esclusivamente le regioni meridionali.

Si possono distinguere tre modalità d’insediamento dei Factory Outlet Center. La prima presuppone che l’area in cui avviene lo sviluppo faccia parte di un più ampio progetto di iniziativa pubblico-privata. In questo caso la realizzazione di nuove strutture avviene in tempi più rapidi, e, oltre a strutture commerciali (solitamente parchi commerciali e centri commerciali di tipo tradizionale) – che sono solitamente gestite in modo unitario rispetto al Factory Outlet Center – s’insediano attrezzature per il divertimento e il tempo libero che vanno dai più comuni cinema multi-sala, ai più complessi parchi divertimenti a tema.

La seconda modalità di sviluppo è di tipo “incrementale” e differisce dalla precedente in quanto la destinazione d’uso viene appositamente variata negli strumenti urbanistici al fine della realizzazione del nuovo insediamento, spesso voluto da un operatore differente da chi ha realizzato il Factory Outlet Village. Lo sviluppo, in questo caso, avviene in tempi più lunghi rispetto ai precedenti, l’area non è gestita in modo unitario dalla proprietà, mentre i format commerciali possono essere gli stessi del tipo di sviluppo precedente.

Ultima modalità di sviluppo è quella di tipo “spontaneo”, in cui i singoli operatori commerciali cercano d’insediarsi sulla strada che collega l’uscita autostradale all’area commerciale, riutilizzando talvolta strutture già esistenti. Pochi sono i dati sui casi italiani che hanno avuto questo tipo di sviluppo, in quanto esso è molto meno percepibile e occorrerebbero ricostruzioni accurate dei processi di insediamento.

Il fenomeno dei Factory Outlet Center non sembra risentire degli effetti della crisi economica, almeno per quanto riguarda il nostro Paese. La tipologia più nota, i Factory Outlet Village, non ha avuto flessioni di fatturato e di visitatori in quanto le politiche di prezzo attuate favoriscono l’afflusso di persone proviene da un ampio bacino d’utenza disposte a viaggiare per diverse ore. L’inossidabile successo degli outlet è sostenuto in misura crescente dai flussi di turisti, spesso provenienti da economie emergenti come Cina e Russia, che vengono convogliati dai principali tour operator grazie ai pacchetti vacanza in Italia che includono anche lo shopping experience. Uno scenario dal quale non sembrano emergere ombre, quindi, anche se un approfondimento sull’evoluzione in Italia di questo formato di vendita va fatto. Di questo ci occuperemo in un articolo di prossima pubblicazione.

Riferimenti

M. Casadei, Gli outlet scampano la crisi grazie allo shopping dei turisti, Il Sole 24ORE, 25 maggio 2012.

IKEA diventa più sostenibile?

Non è difficile immaginare gli impatti sul territorio e sull’ambiente generati da un’azienda di proporzioni globali come Ikea – 364 punti vendita nel mondo – in termini di scambi di materia ed energia e di occupazione di suolo che si producono tra il singolo punto vendita e il deposito, la rete logistica e i luoghi dove vengono ricavate le materie prime necessarie alla realizzazione dei vari prodotti presenti nel suo vasto catalogo.

L’apertura del primo punto vendita IKEA in Italia risale al 1989, anno nel quale viene aperto lo store di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano. Successivamente ha trovato in Italia terreno fertile per la sua espansione, diffondendosi dapprima nelle regioni del Nord Italia, per poi arrivare, in particolare a partire dall’inizio degli anni 2000, anche nel Centro-Sud. Ad oggi si contano 20 punti vendita (ai quali si aggiungono i due depositi di Piacenza) e nuove aperture sono previste per i prossimi anni.

IKEA, che si dichiara molto attenta all’ambiente e mira ad uno stile di consumo più sostenibile, per rendere conto delle sue attività in tema di sostenibilità stila ogni anno un rapporto, che mette a disposizione dei consumatori varie informazioni. La strategia elaborata da IKEA, e adottata dal gruppo a livello globale, si chiama “People & Planet Positive” e si pone l’obiettivo di avere entro il 2020 un impatto più positivo su persone e ambiente. Questa strategia di riduzione degli impatti ambientali  è rivolta alla riduzione dei consumi di energia, acqua e della produzione di rifiuti a livello domestico, alla minore dipendenza energetica e di risorse per i punti vendita, alla trasmissione di questi valori per migliorare la vita delle persone e delle comunità locali da un punto di vista economico, sociale e ambientale.

La gestione dei rifiuti all’interno dell’azienda acquisisce un’importanza fondamentale. Come si può leggere nei vari Report annuali, la multinazionale ha istituito l’attività Recovery, con lo scopo di rimettere in vendita i prodotti danneggiati, ovviamente a prezzi più bassi, limitando così la quantità di rifiuti prodotti. In ogni store è stata inoltre inserita la figura dello specialista ambientale, il quale ha il compito di controllare che tutti i rifiuti vengano suddivisi correttamente, in modo da poterli riciclare. I materiali che non possono essere riciclati vengono spediti a dei termovalorizzatori e se nemmeno questo è possibile vengono portati nelle discariche. Con questo sistema si è passati dalle 17.538 tonnellate di rifiuti, prodotti da tutti gli store italiani, avviati a riciclo o recupero energetico nel 2006, alle 20.307 del 2012.

Altro aspetto di fondamentale importanza per le politiche sostenibili avviate da IKEA, e che viene sottolineato in tutti i Report stilati fino ad ora, riguarda la produzione di legname. Ovviamente, essendo una dei maggiori consumatori di legname a livello mondiale, l’attenzione per questo tipo di risorsa da parte della multinazionale è molto grande; vengono infatti effettuati controlli che servono ad assicurarsi che il legno non provenga da foreste vergini o da organismi O.G.M..Viene prestata anche molta attenzione alla possibilità di riciclare questa preziosa risorsa, tanto che, solo per quanto riguarda l’Italia, dei 438.744 mc di legno utilizzato dai fornitori italiani ne viene riciclato il 92%.

Un ulteriore obiettivo di IKEA, per quanto riguarda la sostenibilità, è la riduzione del water footprint dell’azienda, ovvero il peso che ha la multinazionale sul consumo di acqua dolce per qualsiasi tipo di attività svolta al suo interno. Per ridurre la sua “impronta idrica” ha quindi dotato i punti vendita di vasche di accumulo di acqua piovana, la quale viene poi reimpiegata a scopo sanitario o irriguo.

La strategia “People & Planet Positive” mira inoltre alla riduzione delle emissioni di gas serra sfruttando fonti alternative. A tale scopo, a partire dalla fine del 2011, tutti i punti vendita italiani, a parte gli store di Catania e di Chieti, acquistano energia idroelettrica proveniente dalle centrali presenti in Valle D’Aosta. L’incremento dell’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili ha permesso una notevole riduzione delle emissioni di CO2, passando dalle 11.656 tonnellate di anidride carbonica del 2005 alle 6.735 del 2013. Tutto ciò grazie all’installazione di moduli fotovoltaici su gran parte dei punti vendita italiani e alla realizzazione di impianti di geoscambio negli store di Corsico, Parma, Rimini; Collegno e San Giuliano Milanese.

Ciò che IKEA vuole far emergere dai suoi rapporti annuali è proprio l’immagine di una azienda sensibile ai problemi ambientali, ma la domanda che sorge spontanea è: saranno gli accorgimenti presi dall’azienda per ridurre le emissioni, i consumi di acqua potabile e la quantità di rifiuti  sufficienti a bilanciare tutte le conseguenze negative che la presenza del colosso del mobile può arrecare all’ambiente in termini di sottrazione di una risorsa, per eccellenza non rinnovabile, come il suolo? A questo riguardo i Report di Ikea dicono poco, limitandosi a valutare come positivo il fatto che solo 6 punti vendita e i 2 depositi sono stati realizzati trasformando suolo agricolo, mentre per il resto si tratta di realizzazioni su terreni già edificabili o di interventi dl recupero di aree industriali dismesse. Vista da un’altra angolatura, la presenza degli store Ikea in Italia solo per meno di un terzo dei casi non ha contribuito a consumare suolo, mentre per il resto essi hanno trasformare aree non edificate: una criticità non da sottovalutare se si pretende di essere un modello di sostenibilità .

Riferimenti

Ikea Italia, Report sostenibilità, 2013

 

Un salutare ritorno al commercio di vicinato

Per descrivere visivamente il concetto di deserto alimentare basta ricordarsi della diciassettenne nera obesa  protagonista del film Precious e della situazione di degrado sociale di quartieri come Harlem (New York) dove il film è ambientato. L’unico modo di alimentarsi per gli abitanti dei settori più poveri delle grandi città americane è costituto dal fast food vicino a casa o da una delle grocery  all’angolo dove il cibo fresco venduto è poca cosa rispetto a quello confezionato.  Il risultato di questa interazione tra reddito basso e assenza di luoghi dove acquistare frutta e verdura sono i viaggi verso il supermercato del quartiere vicino, dovendo contare, per chi un’auto non se la può permettere, solo sul trasporto pubblico.

L’accesso al cibo, non tanto inteso come base fondamentale della sopravvivenza, quanto come elemento indispensabile ad una vita sana, è diventato un importante fattore dell’esclusione sociale tra chi è in condizione di povertà . Così i quartieri della segregazione per reddito e spesso per razza sono diventati anche i luoghi di maggiore diffusione delle patologie legate al tipo di alimentazione, quasi tutte correlate ad un eccesso di peso corporeo.

L’obesità è diventata, non solo negli Stati Uniti ma in generale nell’occidente ricco, uno degli indicatori della povertà urbana. Sembra paradossale ma l’alto numero di persone in sovrappeso è il rovescio della medaglia dell’assenza di una buona rete di distribuzione alimentare.  Gli abitanti dei quartieri poveri non possono contare sulla presenza di supermercati perché non sono considerati buoni clienti, e la diffusione della criminalità, che fa aumentare i costi  necessari alle misure di sicurezza, fa il resto circa le strategie di localizzazione delle grandi catene.

Trasformare il negozio all’angolo

002
Foto: Healthy Corner Stores Initiative Baton Rouge

The Food Trust – un’associazione che che da oltre vent’anni si batte per allargare anche alla parte più svantaggiata della popolazione la possibilità di acquistare a prezzi accessibili frutta e verdura stima che ci siano circa 30 milioni di americani che vivono a più di un miglio (1,6 chilometri) dal primo supermercato ed hanno quindi difficoltà di accesso al cibo fresco e salutare.

A Filadelfia,  una delle grandi città americane a più alto tasso di obesità, The Food Trust sta sperimentando un diverso modello di distribuzione di alimenti freschi e di alta qualità attraverso il progetto Healthy Corner Store Initiative, finalizzato alla trasformazione del negozio di snack e bibite gassate  in un punto vendita di cibo sano. Il numero dei negozi che hanno aderito all’iniziativa è previsto in forte aumento, dato che i commercianti stanno cominciando a registrare un ritorno economico significativo dell’offerta di cibo fresco.

La transizione in luoghi di smercio di cibo sano dei tradizioneli negozi di generi alimentari di vicinato avviene gradualmente. Il primo passo è la presenza nel negozio di almeno quattro tipologie di prodotti che dovrebbero essere inclusi in una dieta sana, dei quali fa parte la frutta che The Food Trust propone  da tempo agli scolari come sostituto degli snack confezionati. La conversione completa del negozio avviene quando  esso è attrezzato per contenere e gestire grandi quantità di cibo fresco e surgelato.  Il passo successivo alla riconversione è la possibilità di assistere a dimostrazioni di cucina. Il sostegno logistico e di marketing è la chiave del successo dell’iniziativa, che si unisce alla sensibilizzazione dei piccoli commercianti spesso inconsapevoli dei vantaggi che potrebbero avere da questo cambio di offerta commerciale.

L’apertura, dopo 40 anni di assenza di un supermercato e grazie al sostegno di Pennsylvania Fresh Food Financing, di un punto vendita Fresh Grocer  di grandi dimensioni a East Germantown ha rappresentato, secondo i suoi residenti, un enorme cambiamento nella vita del quartiere il quale, almeno per l’accesso al cibo di qualità, è ora un po’ più uguale agli altri quartieri di Filadelfia.

Quella degli Healthy Corner Store sta diventando una rete nazionale e programmi simili a quelli di Filadelfia sono avviati in grandi città come Chicago e Washington, o medie come Baton Rouge, ma anche in aree metropolitane come quella di Kansas City.  Qui il Mid-America Regional Council ha dato vita a Healthy Eating, una serie di iniziative di sensibilizzazione sul problema dell’obesità – della quale soffre un terzo della popolazione adulta locale – che affianca all’informazione su salute e alimentazione ed ai negozi alimentari di vicinato la distrinuzione di cibo coltivato localmente.

La traformazione dei piccoli negozi alimentari attraverso i programmi di distribuzione di cibo sano sembra avere un effetto benefico sull’intera economia dei quartieri coinvolti, dove spesso non esiste più, e da molto tempo, una rete commerciale: da una serie di ricerche svolte risulta che la loro presenza è in grado di rivitalizzare il commercio di vicinato stimolando l’apertura di altri negozi.

Da noi, dove si fa un gran parlare di supporto al commercio di vicinato in termini astratti, sembra che a nessuno interessi come aumentare l’accesso al cibo sano. Peraltro i tassi di obesità dei quali soffre soprattutto la popolazione giovane ci dicono che non basta più fare appello alla nostra cultura gastronomica per diffondere la conoscenza dei principi di una sana alimentazione.Non esiste nessuna consapevolezza del rischio che, anche nelle nostre città, si avviino processidi trasformazione dei quartieri più svantaggiati in qualcosa di simile ai deserti alimentari delle città americane. Eppure se gli unici punti vendita alternativi al supermercato – sempre più grosso e sempre più isolato in luoghi raggiungibili solo con l’auto –  sono da una parte boutique di cibi costosi e dall’altra  mini market con una scarsa offerta di alimenti freschi il rischio potrebbe alla lunga concretizzarsi anche qui.

Invece di contrastare solo la diffusione delle grandi superfici di vendita, e i loro impatti sociali ed ambientali, si potrebbe pensare a come  trasformare la distribuzione alimentare di vicinato. Una trasformazione che diventa possibile se si ha presente come funziona alla base il modello statunitense degli Healthy Corner Store ; riconoscendo, in pratica, che l’iniziativa privata, senza il coinvolgimento delle agenzie locali che si occupano di salute pubblica, non basta a diffondere la consapevolezza del ruolo fondamentale di una alimentazione sana.

Riferimenti

The Food Trust.

Healthy Corner Stores Network.

Qui informazioni sul programma Healthy Eating del Mid-America Regional Council.