Si scrive rigenerazione, si legge gentrificazione

toles_gentrification_comic1Vogliamo fermare l’avanzata della città sul territorio? Recuperiamo quella esistente. E’ uno slogan che sentiamo ripetere spesso, talmente spesso da indurci ormai ad aderire senza nemmeno più riflettere all’idea della rigenerazione urbana.

In linea di principio, il riutilizzo delle aree urbane dismesse o degradate mette d’accordo tutti, anche i costruttori. D’altra parte con la crisi proporre abitazioni in luoghi sempre più lontani dai nuclei urbani centrali, in quartieri dormitorio a bassa densità, totalmente dipendenti dall’auto privata e privi di sevizi, è diventato poco conveniente, vista anche l’alta offerta già esistente di soluzioni abitative di questo genere.

Al contrario la rigenerazione di vecchi quartieri costruiti attorno alle industrie e poi consegnati al degrado dalla deindustrializzazioni, oppure abbandonati dai precedenti residenti, che qualche decennio fa hanno preferito la casa nel sobborgo un po’ perché più economico, un po’ per i problemi della città novecentesca, è negli anni diventato lo strumento di trasformazione urbana sul quale scommettono sia le amministrazioni comunali, sia gli imprenditori immobiliari. Negli ultimi trent’anni, alcuni pezzi di città hanno cambiato aspetto ed abitanti grazie gli interventi programmati con strumenti urbanistici che si sono affiancati alla pianificazione ordinaria. In generale però la città non ha smesso di crescere, ha semplicemente cambiato i propri confini amministrativi, spostando su altri territori comunali gli effetti dei propri cambiamenti interni.

La riconversione di aree industriali dismesse o il recupero dei quartieri operai degradati sono state in primo luogo operazioni di grande valorizzazione immobiliare che hanno avuto come principale ricaduta la trasformazione nel tessuto sociale delle città. Se i prezzi delle abitazioni salgono per effetto del maggiore valore degli immobili, per la fascia della popolazione a minor reddito, che in gran parte abita in affitto, i  quartieri rigenerati diventano inaccessibili. E’ stata proprio l’espulsione dei ceti a reddito più basso ad ingrossare la domanda di abitazioni in quegli ambiti suburbani cresciuti grazie alla trasformazione dei terreni agricoli, e a far crescere la città in estensione, anche se a bassa densità. Vista sotto questa luce, la rigenerazione urbana ha tutt’altro che fermato la crescita delle città. Al contrario ha generato quella domanda di aree a basso costo sulla quale si è basata l’offerta di abitazioni in proprietà accessibili anche ai redditi bassi.

Tuttavia essa continua ad essere evocata come lo strumento più efficace per contenere il consumo di suolo, come dimostra la presentazione nei mesi scorsi di diversi disegni di leggi d’iniziativa parlamentare e governativa ispirati al binomio riuso del suolo costruito/contenimento del consumo di suolo. Anche ignorando proposte evidentemente frutto del lavoro di lobbying dei costruttori, come quella  avanzata dal presidente onorario di Legambiente – associazione che nel 2010 ha sottoscritto un protocollo d’intesa con l’ANCE (l’associazione nazionale dei costruttori) sostanzialmente basato sulla rigenerazione urbana – da nessuna parte sembra emergere la consapevolezza che il problema del contenimento del consumo di suolo è anche una questione di sostenibilità sociale.

L’espulsione dei ceti a basso reddito viene considerato dal dominante pensiero neoliberale una conseguenza inevitabile del processo di rigenerazione urbana, un prezzo da pagare per avere città più vivibili. Modificare la composizione sociale dei quartieri rigenerati significa, secondo questa visione, distribuire a cascata i benefici economici indotti dall’avere abitanti più ricchi, i cui stili di vita hanno precise ricadute in termini di nuove attività che sono in grado di stimolare. Insomma chi ha più soldi da spendere rivitalizzerebbe l’economia del quartiere, a beneficio dell’intera economia urbana. Ciò che al massimo si può ottenere è di attenuare gli effetti socialmente meno desiderabili con qualche concessione da estorcere, a fini meramente simbolici, ai promotori immobiliari.

Finchè il problema della povertà urbana sarà semplicemente spostato fuori e sempre più lontano dai centri urbani, il consumo di suolo sarà l’inevitabile prezzo da pagare per avere città dove, chi se lo può permettere, può vivere meglio e persino in modo ambientalmente più sostenibile. Gli altri possono sempre trovare casa secondo offerte di mercato che propongono prezzi variabili in relazione ai chilometri da fare per andare a lavorare o a studiare. Il che non può che aggravare la condizione di chi è povero ed aumentare le occasioni per disperdere la città nei mille rivoli degli insediamenti suburbani. In realtà, se la rigenerazione urbana non fosse vista solo come un’occasione da lasciare al mercato, che ovviamente fa i suoi conti ed ha le sue strategie, ma come uno strumento per avviare programmi di edilizia sociale e comunque, anche in una prospettiva economica classica, per liberare risorse da utilizzare su vasta scala a favore dei sistemi di trasporto pubblico e di miglioramento della dotazione di servizi, si potrebbe guardare la trasformazione del paesaggio urbano non solo come effetto della gentrificazione. L’omogeneità sociale di certi quartieri ex popolari avrà anche favorito l’apertura di locali bohemien e modificato in meglio l’ambiente urbano, ma qualche problema di equità lo pone.

Chi propone la rigenerazione urbana come panacea di tutti i mali senza porsi il problema della sua sostenibilità sociale dovrebbe accorgersi che le città sono organismi socialmente troppo complessi per essere lasciate solamente agli indirizzi del mercato.  A meno che l’unico criterio di valutazione della bontà di certe trasformazioni urbane sia il Bohemian Index di Richard Florida, che misura la concentrazione della cosiddetta classe creativa cioè degli addetti alle attività post-industriali che hanno innescato il cambiamento del paesaggio delle città, e per converso la distribuzione delle differenze sociali nel tessuto urbano. Però basta guardare una delle mappe elaborate con i criteri di quell’indice per rendersi conto di quanto sia poco presente ed estremamente concentrata la working class nelle maggiori città americane e per farsi qualche domanda sugli effetti dei cambiamenti in atto.

Riferimenti

Sui cambiamenti sociali innescati dal recupero dei quartieri degradati si veda anche M. Barzi, Gentrification blues, Millennio Urbano, 6 dicembre 2013.

L’urbanista della porta accanto

lecosechenndicoPreg.ma On.le Urbanista Chiara Braga,

Abbiamo appreso con molta soddisfazione e partecipazione della Sua nomina tra i componenti della Segreteria nazionale del PD da parte del neo segretario Matteo Renzi. Salutiamo positivamente il fatto che un pianificatore territoriale –urbanista ricopra un ruolo  molto impegnativo ma altrettanto significativo di responsabile dell’Ambiente.

La priorità che avrà modo di affrontare, come riportato dagli organi di stampa, relativa alla problematica del dissesto idrogeologico è uno degli argomenti che sta molto a cuore all’Associazione Nazionale degli Urbanisti e Pianificatori Territoriali e Ambientali perché troppo spesso circoscritto ad evento strettamente geologico senza che vegano ricordate le necessarie connessioni alle tematiche della pianificazione territoriale ed urbanistica.

Pensiamo che la Sua nomina sia l’opportunità per potere autorevolmente affermare la necessità della presenza di almeno un pianificatore territoriale -urbanista in ogni comune italiano nella coerenza dell’idea che aveva il nostro maestro Giovanni Astengo.

Complimentandoci per la nomina ricevuta ed augurandoLe un buon lavoro per il raggiungimento di ottimi e concreti risultati, rinnoviamo la nostra disponibilità per dare la nostra collaborazione nell’interesse del Paese

La buona politica è auspicata da tutti ed in questi tempi si tende a far coincidere la carica innovativa di cui sono portatrici le persone di età più giovane con il cambio di passo invocato da gran parte dell’opinione pubblica. Così la recente nomina di una nuova segreteria del maggiore partito italiano apre alla speranza di cambiamento che ha anche nella competenza un suo punto di forza. L’entusiasmo dell’Associazione Nazionale degli Urbanisti e Pianificatori Territoriali e Ambientali per la nomina della giovane parlamentare a responsabile ambiente del PD non è quindi sorprendente, ma  qualche curiosità la figura dell’onorevole Braga la suscita, perché un urbanista in politica è cosa assai poco comune.  Se si leggono le note biografiche pubblicate sul suo sito si scopre che il titolo di urbanista discende da una laurea in pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale, da un impiego da istruttore tecnico presso un municipio della provincia di Como e dal ruolo di assessore all’Urbanistica di un comune vicino.

La biografia della parlamentare comasca ci rivela quanto siano diffusi gli urbanisti in Italia, tenuto conto della quantità di assessori all’urbanistica e di impiegati negli uffici tecnici operativi nei diversi enti locali. L’onorevole Braga è per così dire, uno dei tanti “urbanisti della porta accanto”, rimasti sempre un po’ nell’ombra a dispetto del numero e della capillare diffusione sul territorio nazionale, e la sua presenza in parlamento sicuramente servirà agli italiani a scoprire la natura ed il senso di una professione poco conosciuta.

Uno dei compiti che la neo responsabile ambiente del maggior partito di governo dovrà affrontare, sarà il disegno di legge per il contenimento del consumo di suolo,  materia sulla quale la scorsa estate si era già cimentato il presidente della commissione parlamentare ambiente, quell’Ermete Realacci sostenitore della candidatura del “rottamatore”  a dispetto dell’appartenenza alla vecchia dirigenza del partito. Il presidente onorario di Legambiente è il primo firmatario di una proposta di legge “Norme per il contenimento dell’uso del suolo e la rigenerazione urbana”che aveva suscitato molte perplessità tra urbanisti ed associazioni come Italia Nostra ed aveva provocato  persino la reazione del governo, rappresentata  un ddl ispirato alla proposta formulata dal ministro Catania del precedente governo.

C’è da chiedersi se la ventata di novità nella segreteria PD, introdotta da nomine come quella della giovane urbanista comasca, sia reale o prevalentemente consegnata alle belle facce nuove come la sua, se le  competenze vantate nell’ambito della pianificazione territoriale ed urbanistica possano essere messe a servizio di una radicale riforma legislativa o se la sua competenza rischia di fare da paravento ad idee già formulate secondo criteri tutt’altro che innovativi.

A coloro che si fossero persi le polemiche suscitate dalla proposta di legge Realacci e per chi desiderasse saperne di più sui ddl per il contenimento dell’uso del suolo, rimando all’articolo di Antonio De Gennaro Letta vs Realacci: i due ddl sul consumo di suolo a confronto pubblicato il 17 giugno 2013 su Eddyburg.

All’onorevole Braga i migliori auguri di buon lavoro.

Mulino Bianco way of life

mulino bianco

La stampa italiana, da sempre in ritardo e poco preparata sulle questioni dello sviluppo delle città e del territorio,   non ha colto il nesso che esiste tra la difesa della famiglia tradizionale,  che secondo  Guido Barilla è il punto di riferimento della comunicazione pubblicitaria del gruppo che presiede,  e la crisi del Mulino Bianco way of life . Eppure sono due facce della stessa medaglia.

Nel modello di famiglia  basato sull’unione eterosessuale e sul lavoro di cura svolto dalla donna, non solo si rispecchia l’arretratezza della società italiana, si annida anche un altro aspetto, pochissimo evidenziato proprio per effetto del ritardo culturale del  paese, che fa riferimento al territorio ed al suo sviluppo.  Il sogno della casa in campagna, lontano dagli elementi corruttori della città sulla salute e la morale,  è ancora estremamente presente nella società italiana ed ha un sua concreta ricaduta nel fenomeno comunemente denominato con le espressioni consumo di suolo e cementificazione,  con le quali s’intende indicare la dispersione insediativa.  Complice la motorizzazione individuale di massa, a tutti è stata data la possibilità di trovare sul mercato immobiliare una casa immersa nel verde a 10 minuti d’auto dalla città. In molti si sono fatti sedurre da simili messaggi pubblicitari, anche perchè i prezzi della cosiddetta campagna sono inevitabilmente più bassi di quelli della città. Salvo poi scoprire che sul prato che fa da sfondo alla finestra del soggiorno fra non molto sorgerà un’altra bella fila di villette uguali a quelle in cui sono andati a vivere. E allora addio campagna e non si pensi di mettersi in salvo dal fenomeno optando per una porzione di qualche bella casa rurale ristrutturata, tanto prima poi anche lì ci arriva la città, sotto forma di  nuova strada/centro commerciale/villettopoli.

Molti dei seguaci del Mulino Bianco way of life si sono tramutati in difensori del territorio ed in battaglieri oppositori del consumo di suolo e della cementificazione, forse un po’ presi dalla sindrome N.I.M.B.Y., (Not In My Back Yard),  o un po’ convinti di aver sbagliato ad abbandonare la città, dalla quale dipendono per moltissimi servizi e per i posti di lavoro, che poi alla fine è arrivata dove credevano che ci  fosse la campagna. Forse, nel frattempo, anche la loro famiglia tradizionale è sparita per effetto elle separazioni, in questi anni molto più frequenti dei matrimoni, e magari  qualcuno si è reso conto che è meglio vivere vicino ai servizi urbani per la gestione dei figli,  soprattutto se si è genitori separati.

La dichiarazione radiofonica di Guido Barilla a favore del modello di famiglia tradizionale  non fa quindi i conti con la crisi del modello abitativo che il suo gruppo ha contribuito a propagandare e che non attira più i nuclei famigliari di nuova formazione. L’estrema flessibilità della condizione esistenziale delle  nuove generazioni mal si concilia con il vecchio sogno domestico, quello della canzoncina che nel 1939 metteva in relazione una condizione economicamente stabile con la casettina in periferia e la mogliettina giovane e carina.

Forse è il caso che anche gli imprenditori si accorgano di quanto sia cambiata la società italiana, da allora.