Molto cemento, poche case

Speculazione finanziaria e crisi degli alloggi sono facce della stessa medaglia. La bolla immobiliare ha avuto il suo peggiore risvolto nella perdita della casa da parte di coloro che non potevano più pagare il mutuo per eccesso di indebitamento o per mancanza di reddito. Da una parte grandi quantità di cemento sono state utilizzate ovunque nel pianeta per sostenere la crescita economica, dall’altra mai come in questo momento l’accesso al mercato immobiliare è diventato difficile per molti cittadini a reddito medio e basso, inclusi quelli dei paesi economicamente sviluppati.

I grandi centri finanziari sono sempre di più paradisi per le imprese immobiliari e allo stesso tempo in queste grandi città globali  scarseggiano gli alloggi per i meno abbienti. Più che aspetti di un paradosso,la speculazione finanziaria, la bolla immobiliare e la crisi degli alloggi sono componenti dell’enorme  accumulazione capitalistica che per David Harvey si traduce in un processo di urbanizzazione planetaria dalle proporzioni inedite nella storia della umanità. Esso ha assorbito il surplus di capitale, sostenuto i livelli di profitto  e massimizzato la redditività dei valori di scambio, svincolandoli completamente da quelli d’uso.

Le conseguenze sono  irrazionali:  mentre vi è una carenza cronica di alloggi a prezzi accessibili,  in quasi tutte le principali città vi è abbondanza di appartamenti per super ricchi destinati a non essere permanentemente abitati. A Londra ormai ci sono intere strade di palazzi vuoti, venduti ad investitori stranieri. Nel frattempo, il governo britannico cerca di aumentare l’offerta di edilizia residenziale pubblica attraverso la famigerata bedroom tax,  che ha come effetto , ad esempio, lo sgombero di una vedova che vive da sola in una casa popolare con due camere da letto. In molti casi ciò si traduce nello sradicamento delle persone dal loro quartiere,  nell’impossibilità di continuare a vivere dove hanno costruito legami affettivi e relazioni sociali.

Dopo decenni di politica della casa fatta a colpi di svendita del patrimonio residenziale pubblico attraverso il meccanismo del right-to-buy (per chi non può pagare l’alternativa è lo sgombero),  di alienazioni finalizzate al risanamento dei bilanci, di tagli dei finanziamenti pubblici, di sostituzione dell’intervento pubblico con quello privato nell’edilizia residenziale, non ci si può meravigliare che a  Londra – ma lo stesso vale per  New York  e altre metropoli globali – la spesa per l’alloggio superi il trenta per cento del reddito medio.

 

DSC04349
Foto: C. Fissardi

La Marcia per la Casa, che qualche giorno fa ha portato migliaia di persone davanti alla City Hall di Londra, ha evidenziato quanto la coincidenza tra crisi finanziaria e disparità d’accesso al mercato immobiliare stia diventando nel Regno Unito un’emergenza sociale. Gli affitti alle stelle (più 13 per cento all’anno dal 2010), la sostituzione dell’edilizia residenziale pubblica con complessi privati (solo in parte mitigato dall’inserimento di un po’ di social housing,  ovvero di alloggi il cui affitto vale l’ottanta per cento del valore di mercato) hanno fatto crescere il numero dei senza tetto e  di coloro che vivono in condizioni abitative precarie o che sono espulsi dalle loro case.

La condizione che fino ad ora ha reso possibile il prevalere dell’intervento privato nella costruzione di alloggi erano gli oneri finanziari a carico delle società immobiliari che avrebbero dovuto servire ad integrare una certa quota di social housing nei nuovi complessi. Ora l’ideologia liberista a cui si ispira il governo britannico ha determinato l’esonero degli immobiliaristi dal versamento di queste somme. Il solo The Abu Dhabi Investment Council, che sta costruendo appartamenti di lusso con home cinema e sale da biliardo nel distretto di Westminster  può ad esempio risparmiare nove milioni di sterline per la costruzioni di alloggi a prezzi accessibili. La famiglia reale del Qatar, inoltre,  potrebbe risparmiare buona parte dei settantotto milioni di sterline dovuti per la riqualificazione delle ex caserme di Chelsea.

I cosiddetti interventi di rigenerazione urbana,  spesso realizzati alle spese di fatiscenti quartieri di edilizia popolare,  sono ormai diventati sinonimo di gentrification da una parte e di esclusione sociale dall’altra. Eppure basterebbe accogliere le richieste dei manifestanti della Marcia per la Casa: più case popolari e più controllo degli affitti, locazioni sicure, e una battuta d’arresto per gli sfratti. Provvedimenti che potrebbero facilmente essere presi da un governo che volesse affrontare la vergogna dei senza casa e preoccuparsi di mantenere un adeguato mix sociale in una città, Londra, che si sta convertendo in una specie di Disneyland per chi può solo trarre profitto dai meccanismi delll’urbanizzazione planetaria.

Riferimenti

M. Barzi, Londra si mobilita per iI diritto alla casa, Eddyburg, 4 febbraio 2015.

D. Harvey, The Crisis of Planetary Urbanization, in Post Notes on Modern & Contemporary Art around the Globe, 18 novembre 2014.

Hipster Regeneration

Più che con complicate perifrasi, a volte il significato di un termine si spiega meglio con un’immagine. E’ il caso dal fumetto, diviso in quattro parti, con il quale l’artista britannico Grayson Perry ha interpretato la parola gentrification, coniata mezzo secolo fa dalla sociologa Ruth Glass per descrivere il processo di sostituzione sociale di alcuni quartieri. Nella prima parte è raffigurato un edificio industriale dismesso: i vetri delle finestre sono rotti e qualcuna è sbarrata da assi di legno. Nella seconda  le finestre sono di nuovo libere e, anche se qualche vetro resta rotto, si capisce che la vecchia fabbrica ospita atelier di artisti al posto degli impianti produttivi. Il processo di trasformazione si compie nel terzo riquadro, nel quale l’edificio ex industriale è diventato un centro culturale. Ma nella quarta parte la sua trasformazione cambia di segno: il vecchio edificio non c’è più, sostituito da appartamenti per bohemian, uno dei termini – insieme a bobo (bourgeoise bohème) e hipster  – con i quali si identificano i giovani adulti occupati nelle attività artistiche e creative in genere, dall’ICT al design.

Quella sottile forma di gentrification

20140829_175846
Foto: M. Barzi

Il fatto che alcuni quartiere di grandi città siano abitati quasi esclusivamente da venti – trentenni cosiddetti creativi, che cambiano quei luoghi con la loro presenza, sta diventando oggetto di indagini giornalistiche e sta cominciando a destare una certa preoccupazione. Attivisti e associazioni denunciano in misura crescente gli effetti di queste trasformazioni, sulle quali però le amministrazioni locali sembra che non abbiano nulla da eccepire (cosa che probabilmente accadrebbe se gli abitanti fossero solo ultra sessantacinquenni).  Al contrario, la  massiccia presenza dei nuovi abitanti è stata volutamente cercata e favorita. L’idea di attribuire alla creative class  – espressione coniata da Richard Florida per rappresentare coloro che svolgono un lavoro cognitivo –  il ruolo di motore delle trasformazioni urbane non è affatto nuova ed ora  sta venendo alla luce il rapporto diretto che essa ha con la particolare connotazione demografica di certi quartieri di New York, San Francisco, Londra,  Berlino, Amsterdam, Milano, eccetera.

La terra di conquista degli hipster – bohemian o bobo che dir si voglia  – sono ex quartieri operai come Williamsburg  a Brooklyn,  dove il processo di sostituzione sociale è stato documentato da Su Friedrich in Gut Renovation. Il filmato mostra la demolizione degli edifici industriali, che qualche decennio prima erano diventati abitazioni, laboratori e atelier di artisti grazie a chi li aveva occupati per sottrarli al degrado, e la costruzione al loro posto di complessi residenziali troppo costosi per i vecchi residenti.

Il rinnovamento distruttivo di una parte della città – ci ricorda il titolo del documentario  –  finisce per coincidere con quella forma di sostituzione sociale appunto nota come gentrification. In concreto ciò significa che i valori immobiliari e gli affitti  crescono, che i vecchi esercizi commerciali sono sostituiti da bar alla moda, negozi di abbigliamento vintage e di cibo biologico. Tutte cose molto trendy e carine, come le tante biciclette a ruota fissa che circolano in quei quartieri e i loro giovani proprietari, una mano sull manubrio e l’altra che regge l’iPhone. Trasformazioni che spesso implicano però l’espulsione di chi non può permettersi di pagare i costi della rigenerazione urbana con la quale le amministrazioni cittadine sono state ben contente di cambiare la faccia di quei vecchi quartieri.

La città divisa

A distanza di oltre un decennio dalla pubblicazione del suo The Rise of the Creative Class, ora anche Florida sembra rendersi conto che qualcosa non ha funzionato nella formula con la quale numerose città hanno interpretato il concetto di rigenerazione urbana: una sorta di branding che prevede un mix di architetture emblematiche, diffusa presenza di istituzioni culturali, di attività finanziarie, di start-up high tech, di connessione Wi-Fi gratuita e di piste ciclabili. Quella che era stata propagandata come la chiave per il successo economico ora si sta rivelando un fattore di divisione sociale e spaziale delle città.

Recentemente Florida ed altri ricercatori del Martin Prosperity Institute hanno pubblicato un rapporto dal significativo titolo The Divided City and the Shape of the New Metropolis, dal quale emerge come la creative class sia il settore sociale che ha maggiormente beneficiato della rigenerazione post-industriale di dodici metropoli statunitensi. Nel rapporto sono state mappate la localizzazione nei settori censuari urbani di tre macro componenti sociali: creative class, service class, working class. Ne emerge in modo chiaro e lampante – affermano gli autori – che la divisione di classe attraversa ogni città e la relativa area metropolitana, con i creativi benestanti che occupano le posizioni economicamente più funzionali e desiderabili.

Lo studio identifica quattro fattori chiave  in grado di plasmare la divisione in classi, ognuno dei quali è determinato dai criteri di localizzazione della classe creativa. In sintesi quest’ultima si concentra in ed attorno ai quartieri degli affari e nei centri urbani in genere, in prossimità degli hub del trasporto pubblico, vicino alle università e agli istituti di ricerca e nelle vicinanze di aree naturali di pregio come i waterfront.

Gli addetti ai servizi (service class), nei nuclei centrali delle metropoli statunitensi, si collocano attorno ai più ricchi (che sono evidentemente fonte di impiego), mentre la working class rimane in alcune enclave assai ridotte. La tradizionale divisione urbano-suburbana lascia il passo a un mosaico di aree ricche e svantaggiate che attraversa sia i centri urbani che il suburbio.

20140829_180832
Foto: M. Barzi

La grande inversione di tendenza (Great Inversion) dal suburbio alla città, che vede protagonisti i cosiddetti Millennials – ovvero i giovani adulti di oggi –  sta ridisegnando la mappa della composizione sociale delle metropoli ed evidenziando in modo sempre più chiaro che lo svantaggio sociale si sta spostando nelle frange suburbane, allontanandosi in misura crescente dalle economicamente inaccessibili aree centrali e dai quartieri che hanno conosciuto gli effetti della rigenerazione. Un bel problema per chi  acriticamente valuta in modo solo positivo il ritorno alla città densa come contraltare al suburbio, un tempo abitato da bianchi benestanti ed ora serbatoio dell’esclusione sociale e degli irrisolti problemi di discriminazione razziale delle città americane (emblematici a questo riguardo i recenti accadimenti di Ferguson). Le mappe del rapporto del Martin Prosperity Institute dovrebbero suggerire maggiore cautela, quindi, riguardo alle modalità con le quali sta cambiando il rapporto tra città e suburbio nelle aree metropolitane: in assenza di un minimo di equità la rigenerazione urbana non coincide affatto con la fine del suburbio.

Riferimenti

E. Macguire, Hipsternomics: Is the creative class ruining urban communities?, CNN, 14 agosto 2014.

Martin Prosperity Institute, The Divided City and the Shape of the New Metropolis, settembre 2014.

Qui si può visualizzare il fumetto di Garyson Perry.

Sul tema della sostituzione sociale come effetto della rigenerazione urbana si veda anche M. Barzi, Si scrive rigenerazione, si legge gentrificazione, Millennio Urbano, 13 dicembre 2013.

Istanbul: la violenza della gentrification

800px-2013_Taksim_Gezi_Park_protests,_View_from_Taksim_Gezi_Park_on_3rd_Jun_2013
Foto: http://de.wikipedia.org

Un anno fa la violenta repressione delle  proteste per salvare il parco che si affaccia sulla piazza Taksim ad Istanbul ha mostrato all’opinione pubblica internazionale in che modo sta cambiando Istanbul. Che la città sul Bosforo fosse e (almeno da mezzo secolo) in preda a radicali trasformazioni lo sapevamo già per aver letto il libro che porta il suo nome, scritto nel 2003 da Oran Pamuk. La quantità di edifici ottomani in legno dati alle fiamme per far posto ad interventi, per così dire, di valorizzazione immobiliare sono tra le memorie più dolorose del premio Nobel per la letteratura. Una furia distruttrice che abbiamo rivisto all’opera nel progetto di eliminazione di Gezi Park, al cui posto doveva sorgere uno shopping mall, e che ha mobilitato in sua difesa migliaia di persone.

Primati mondiali

In un lungo articolo The Guardian ci racconta come questa furia distruttrice, esercitata in nome del rinnovamento urbano, stia profondamente modificando il tessuto edilizio e la composizione sociale della più grande città turca. Nel 1850 –  ricorda l’autore – Gustave Flaubert predisse che nell’arco di un secolo Istanbul sarebbe diventata la capitale del mondo. A questa profezia sembra fare riferimento la recente costruzione di un aeroporto da sei piste e 150 milioni di passeggeri l’anno (costo previsto di circa 15 miliardi di dollari), il più grande del mondo.  Dal 1970 la città divisa tra Europa e Asia è passata da 2 a 16 milioni di abitanti su di un’area che è quattro volte e mezzo quella di New York City. Istanbul con il 20% della popolazione del paese e oltre il 40% delle sue entrate fiscali, è il motore dell’economia turca, e il primo ministro Erdogan, che della città è stato sindaco, sta imponendo progetti del valore di oltre 100 miliardi di dollari per la ricostruzione di numerosi settori urbani. Alberghi e complessi residenziali di lusso, un’isola artificiale pensata per le feste alla moda di chi si può permettere un appartamento fronte Bosforo, un restyling complessivo dello skyline, un tempo dominato dai minareti, tanto per cambiare in classico banale stile Dubai. Un quadro al quale non mancano gli enormi impatti sociali che si verificano in questi casi.

Resistenza e partecipazione

M1200010
Foto: http://tanpelin.blogspot.it

Chi non può permettersi  appartamenti costosissimi vede sparire dal proprio quartiere gli spazi verdi, sostituiti spesso dai centri commerciali,  è vittima di  sgomberi forzati,  deve spostarsi in periferie sempre più remote. Istanbul è diventata la bandiera della modernizzazione e della occidentalizzazione della Turchia: in concreto questo significa una crescita urbana che raddoppia da un anno all’altro. Ma oltre alle proteste per salvare Gezi Park qualche segno di opposizione sociale al vasto consenso di cui gode Erdogan, che non accenna ad ammorbidire le proprie posizioni in favore di una radicale trasformazione della città, comincia a farsi sentire. Lo storico quartiere popolare di Okmeydani, cresciuto sull’area dove un tempo i funzionari ottomani si esercitavano nel tiro con l’arco, si oppone dal 2005 ad un massiccio progetto di ricostruzione. Due anni fa il governo ha stanziato 400 miliardi di dollari in un piano per abbattere e ricostruire tutti gli edifici a rischio sismico della città. L’iniziativa coinvolgerà centinaia di migliaia di edifici in decine di quartieri di Istanbul, tra cui i circa 70 ettari edificati di Okmeydani.  Una vasta fascia del quartiere, comprendente 5.600 edifici, è classificata a rischio sismico e le aree che ricevono questa denominazione possono essere ricostruite senza il consenso dei proprietari. La partecipazione degli abitanti nelle manifestazioni contro  il progetto è forte e le scritte sulle facciate delle case testimoniano il senso di unità nella battaglia.  Lo scorso giugno, quando sembrava che si fosse arrivati ad una stretta riguardo alle demolizioni, duranti gli scontri è morto un ragazzo di 15 anni.

Slum clearance

Contro i metodi autoritari dell’amministrazione comunale da anni si batte un comitato di quartiere che coinvolge i cittadini in incontri finalizzati alla valutazione delle ricadute sociali dei progetti di demolizione. Il rigore con le quali le classificazioni di rischio sismico vengono fatte è messo in dubbio da molte voci, compresa quella della corte suprema turca che ha dichiarato la classificazione di un altro quartiere di Istanbul, Tozkoparan,  essere basata sull’ispezione di appena 14 sui 5.500 edifici della zona, fatti attraverso “controlli visivi e non scientifici “.  La stampa filogovernativa giustifica le demolizioni con il fatto che molti dei quartieri oggetto d’intervento sono in realtà formati da costruzioni abusive, sul modello della baraccopoli, dove l’estrema povertà degli abitanti rafforza le organizzazioni terroristiche. L’amministrazione comunale cerca ora di mitigare il suo approccio autoritario affiancando esperienze come l’atelier di progettazione partecipata animato da una società di consulenza in pianificazione per il quartiere di Kadikoy, dove in una strada si concentra la chiassosa movida notturna locale. Il metodo partecipativo sembra una soluzione per affrontare altre situazioni spinose che riguardano il modo in cui Istanbul sta cambiando, ma non è detto che basti a migliorare le ricadute sui residenti di progetti di trasformazione urbana come quello che dovrebbe demolire e ricostruire Okmeydani.

Occidentalizzazione

Il partito di Erdogan gode di un consenso abbastanza ampio da consentirgli di usare la forza per mettere a tacere il dissenso, e sono alte le possibilità che venga riconfermato al governo dalle prossime elezioni presidenziali e parlamentari. Tuttavia la protesta di Gezi Park e le lotte dei residenti di Okmeydani hanno dimostrato che Istanbul non è la Ekumenopolis del documentario di Imre Azem, girato nel 2011 per denunciare gli effetti sociali delle trasformazioni urbane ed i grandi vantaggi per pochi che esse stanno producendo. I metodi del governo turco si fondano su almeno un secolo e mezzo di trasformazioni urbane più o meno violente,  attraverso le quali, dalla Parigi del Barone Haussmann  in poi,  la povertà urbana è stata rimossa via demolizione/ricostruzione dei quartieri che la ospitavano ed il problema spostato altrove. Anche se sembra ancora lunga la strada che devono compiere i turchi che si oppongono alla grandeur bonapartista del loro primo ministro,  le recenti proteste sono almeno servite a gettare luce su cosa voglia dire il processo di occidentalizzazione di una città che da duemila anni vive a cavallo tra Oriente ed Occidente: una enorme operazione di sostituzione sociale a fini speculativi portata avanti nella totale assenza di procedure democratiche.

Riferimenti

D. Lapeska, Istanbul’s gentrification by force leaves locals feeling overwhelmed and angry,  The Guardian, 2 luglio 2014