Milano Via d’Acqua Expo: At Last!

At last ….. my love has come along. My lonely days are over and life is like a song”.
Così cantava Etta James in uno struggente standard in seguito “coverizzato” da una moltitudine di splendide voci jazz. Chissà se a queste si è aggiunta ieri, magari sotto la doccia, anche quella del commissario straordinario di Expo2015.
Si, perché “AT LAST” il progetto impropriamente denominato “Vie d’Acqua” sarà realizzato; però con qualche “irrilevante” modifica rispetto agli slogan e agli strombazzamenti del marketing territorial-fieristico che ci sono stati propinati fino ad oggi. Vediamo quali.

1) non ci sarà nessuna Via d’Acqua bensì una condotta idraulica
2) l’opera sarà per lo più interrata con il taglio di elementi accessori quali piste ciclabili e interventi di riqualificazione paesaggistica
3) il progetto non sarà finito per la data di avvio di Expo2015
4) l’intervento costerà qualche spicciolo in più rispetto all’affidamento dell’appalto, dato che nel frattempo in conseguenza del fermo cantieri e delle modifiche in corso, l’impresa ha avanzato 13.000.000 € di riserve.

Certo che mancare 4 obiettivi su 4 non è male come score; chissà quanto valgono in termini di Bonus per i vari dirigenti delle strutture tecniche coinvolte nell’operazione.
Nei precedenti articoli in cui ci siamo occupati di questa vicenda abbiamo cercato di evidenziare quanto sia pericoloso, inefficace e controproducente pretendere di approcciare piani e progetti che comportano trasformazioni del territorio utilizzando scorciatoie e furbizie; cercando di bypassare le relazioni che sostanziano questi stessi processi: caratteristiche fisiche ed ambientali della città e del territorio (urbs), fini e fabbisogni di chi vi abita (civitas), problemi dell’amministrare e del governo (polis).

Il risultato finale comunicato oggi dalla stampa locale è indubbiamente disastroso (soprattutto se commisurato agli obiettivi dichiarati).

Ma come abbiamo avuto modo di approfondire, disastroso è il modello utilizzato (intervento straordinario), disastroso il metodo progettuale (il “chiavi in mano”/ghe-pensi-mi-way), disastrosa la negazione di qualsivoglia rapporto dialettico e compositivo con chi, sia nell’ambito di procedure istituzionali (Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Consulta per l’attuazione dei referendum) che nello scenario della cittadinanza attiva (Associazioni ambientaliste, comitati cittadini, ecc) ha cercato dal 2012 in poi di evidenziarne limiti, criticità, opportunità alternative.

At last…
è evidente che molte cose non hanno funzionato nell’approccio e nella gestione delle strutture tecniche e politiche che hanno governato questo progetto. In un paese normale e in una amministrazione comunale che ha fatto della partecipazione una bandiera, ci si aspetterebbe qualche salutare “prepensionamento”, sia di metodi che di persone.
Purtroppo pare non vi siano segnali in questa direzione e ciò che rende ancora più paradossale la situazione è l’assordante silenzio della politica.

Learning from Expo (3): partecipazione, identità, conservatorismi

expo_sito_cantiereTorniamo a rileggere le vicende urbane a partire dalla questione delle Vie d’Acqua milanesi per Expo2015. Nel frattempo, un aggiornamento delle cronache. Dal 25 febbraio, data della temporanea sospensione, si è arrivati ad oggi (25 aprile) con una revisione del progetto che, nelle intenzioni dei proponenti, porterà all’abbattimento di alcune delle criticità territoriali e degli impatti locali che ne avevano determinato l’empasse. Notizie di stampa danno questa nuova soluzione con una previsione d’interramento di parti significative del tracciato (50%), rimasto planimetricamente pressoché inalterato, evitando l’interferenza a cielo aperto coi Parchi Pertini e Trenno e conservando le caratteristiche originali nell’ambito del Parco delle Cave con qualche “ottimizzazione in più” rispetto alla rapporto con i fontanili esistenti. Intanto la temperatura dei Comitati ha ripreso a salire.

Al di là della necessaria verifica di questi dati, sembra che le caratteristiche della nuova soluzione progettuale vadano verso l’abbattimento degli impatti più evidenti, piuttosto che emendarne gli aspetti critici legati alla impostazione e alla logica dell’intervento . Tanto più che contestualmente alla presentazione della nuova soluzione già si prospetta la difficoltà di stare nei tempi per la relativa realizzazione. Ovviamente, come prospettato nell’articolo dello scorso 10 marzo  questi allungamenti dei tempi decisionali e le modifiche progettuali non saranno a costo zero dato che l’impresa che si è aggiudicata l’appalto ha già presentato riserve per 13.000.000 di €.

Quindi tra riformulazione del progetto, la tagliola dei tempi ed eventuali imprevisti ulteriori, si prospetta un bel futuro di contenziosi legali che accompagneranno la realizzazione di questo intervento. Quasi obbligatoria la citazione del detto “chi semina vento raccoglie tempesta” ma la successiva considerazione è amara, perché in questo caso “Eolo” opera su beni collettivi e con risorse pubbliche. A parte questo doveroso aggiornamento, vorrei riprendere alcune delle riflessioni scaturite dalla lettura di questa vicenda.

In particolare, a proposito del conflitto urbano, riprendo il tema evocato da Fabrizio Bottini che, prendendo spunto da alcune analogie presenti in situazioni apparentemente diverse (l’attuazione di varianti urbanistiche della città di New York e, appunto, la realizzazione delle Vie D’Acqua milanesi) si chiedeva se in realtà la partecipazione espressa dai cittadini nelle dinamiche di trasformazione urbana non porti con sé un’idea sostanzialmente conservatrice di città e della realtà urbana. Che a sua volta questo approccio conservatore stimoli di conseguenza modelli di pianificazione di basso profilo, attenti soprattutto a non agire su “interessi consolidati”? In sintesi, la partecipazione dei cittadini alle scelte urbanistiche può potenzialmente generare un effetto zavorra rispetto all’innovazione territoriale?

Bottini non da’ una risposta ma pone un tema che ha solide fondamenta nella tradizione urbana degli ultimi 40 anni. Volendo approfondire, per intendersi sarebbe opportuno un preliminare approfondimento sul significato e il reciproco rapporto tra “innovazione territoriale” e “innovazione sociale”, ma per esigenze di spazi e sintesi non è possibile farlo in questa sede; limitiamoci a tenere la questione sullo sfondo. Per quanto mi riguarda vorrei fare solo alcune considerazioni sulle modalità e le motivazioni attraverso le quali si esprime la partecipazione in forma di conflitto urbano, sulla scorta di alcune esperienze recenti che ovviamente fanno riferimento alla realtà milanese (scusandomi anticipatamente); non solo perché è quella che conosco direttamente ma anche perché per l’intensità delle trasformazioni in corso costituisce uno scenario privilegiato di osservazione (il nuovo P.G.T., Expo2015, i grandi progetti di riqualificazione e sostituzione, gli interventi infrastrutturali, lo stato generale dei grandi agglomerati periferici, ecc.).

Siamo abituati a pensare che la partecipazione dei cittadini rispetto alle dinamiche di trasformazione urbana costituisca un passaggio fondamentale di qualsiasi percorso di formazione identitaria e del suo relativo consolidamento. Le modalità e la qualità della sua espressione (di tipo corporativo piuttosto che collettivistico) e la conseguente idea di città di cui essa è portatrice dipendono però in misura significativa dalla natura dei processi di pianificazione innescati e dai beni territoriali coinvolti. In realtà, nel nostro paese manca una tradizione di tipo partecipativo nelle politiche urbanistiche, pertanto le manifestazioni a cui siamo abituati non si posizionano quasi mai nel momento della formazione di un’idea di città ma coincidono quasi sempre con una reazione ad un evento/intervento/scelta che non ha un radicamento sociale.

Una reazione quindi contrapposta a fenomeni di opacità delle strategie estemporaneità delle decisioni e mancanza di collegamento a visioni e idee collettive, incongruenza del processo di pianificazione. In sintesi questo tipo di partecipazione è “stimolata” da una cattiva urbanistica e di conseguenza è difficile immaginare che essa possa esprimersi diversamente se non attraverso schemi che rinviano ad una generica difesa degli equilibri esistenti, senza doversi caratterizzare necessariamente con spinte conservazioniste.

Abbiamo argomentato  come la logica dell’intervento straordinario e la progettazione “chiavi in mano” a cui sono state affidate le recenti trasformazioni urbane, sia “per definizione” poco interessata e consapevole rispetto alle componenti ambientali e antropiche del territorio su cui interviene. Pertanto i “fuochi” e i livelli di conflitto sono da considerarsi come un portato fisiologico.

Nella querelle Vie d’Acqua, il caso degli abitanti dei quartieroni del nord ovest che rivendicano non solo l’intangibilità dei parchi faticosamente realizzati ma anche un uso consapevole e non sprecone delle risorse esistenti, sembra esprimere un’idea urbana orientata verso una qualità dell’abitare in cui l’elemento del bene pubblico e collettivo ne costituisce il perno e a cui non riesco a dare una connotazione conservatrice. Analogamente, i cittadini che abitano nei pressi della stazione centrale che pretendono il rispetto della convenzione stipulata da Grandi Stazioni S.p.A. e il conseguente ripristino degli spazi del rilevato ferroviario, esprimono una tensione verso una riqualificazione di uno spazio pubblico e una rivitalizzazione del mix funzionale del quartiere che è difficile non inserire in un percorso di innovazione urbana.

Anche in un caso nato con motivazioni molto diverse (questa volta si di difesa di interessi particolari) come quello degli abitanti della zona Fiera, la mobilitazione dei cittadini ha comunque messo in luce l’irrazionalità e la follia di un progetto come quello del tunnel Gattamelata che aveva perso le sue motivazioni originarie (più o meno condivisibili) ben prima dell’avvio dei lavori di costruzione e che sembra destinato a rimanere un incompiuto monumento allo spreco di danaro pubblico e di risorse territoriali.

In sintesi, a mio parere e probabilmente limitatamente al nostro paese, ciò che veramente alimenta spirali di tipo conservativo nella produzione dei modelli urbani è un distorto modello di pianificazione che ha intrapreso pericolosissimi percorsi di autoreferenza, distanziandosi da quelle ragioni che, per dirla come i vecchi manuali, vedevano la sua efficacia nella capacità di tradurre in atti e iniziative tra loro coordinate e coerenti, i fini e i fabbisogni espressi e vagliati dalla comunità e dal complesso di attori che la costituiscono (reazionari compresi!).

Riferimenti:

M. M. Monte, Milano: Learning from Expo (1), Millennio Urbano, 10 marzo 2014.

M. M. Monte, Learning from Expo (2 ): la progettazione “chiavi in mano”, Millennio Urbano, 21 marzo 2014.

 

 

Learning from Expo (2 ): la progettazione “chiavi in mano”

lesson 2_rev02Nel precedente articolo si è cercato di mettere a fuoco le contraddizioni del modello della “Grande opera e dell’intervento straordinario” dal punto di vista della sua capacità di distorsione delle relazioni tra le finalità e i diversi attori che partecipano alla realizzazione di un intervento urbanistico. In questo secondo approfondimento si vuole realizzare una sorta di passaggio di scala, spostando l’attenzione sugli effetti di questo modello nelle dinamiche e modalità che incidono sulla “qualità” del progetto. Ovvero, cosa accade quando si passa dall’ex tempore dell’archistar di turno alla progettazione tecnica sviluppata in un contesto operativo completamente autoreferenziale.

Abbiamo accennato al Masterplan presentato al BIE, ai suoi contenuti enfatizzati e un po’ roboanti. Diciamo che questo atteggiamento ci poteva anche stare in un contesto nel quale bisognava adoperarsi per fare un po’ di sex up alla proposta di candidatura cercando di dare una migliore percezione dell’idea di base. Quindi in quella fase possiamo dire che la “licenza poetica” dell’architettura fatta di rendering e suggestioni era una delle armi in campo nella competizione tra città e progetti. Del resto a queste esperienze ci siamo tutti un po’ abituati.

Diverso e meno tollerabile è il discorso nel momento in cui dobbiamo verificare che il passaggio alla progettazione di dettaglio degli interventi si sviluppa mediante un approccio completamente autoreferenziale, sovrapponendosi in modo brutale e acritico alla realtà territoriale su cui si esercita. Nel caso specifico delle Vie d’Acqua di Milano Expo 2015, risulta abbastanza evidente come la sommatoria degli impatti locali generati dal progetto derivi sostanzialmente da un problema di metodo e di organizzazione prima ancora che dalla particolarità delle scelte e delle soluzioni tecniche utilizzate e che dietro ciascuna di queste si nasconde una sorta di “relazione mancata”, un approccio di fondo che si caratterizza per una sostanziale impermeabilità al contesto.

Cominciamo col ricordare che il peccato originale dell’intero pasticcio deriva dal famigerato Masterplan presentato in sede di candidatura di Milano a Expo 2015, laddove si prevedeva un canale denominato “Via d’Acqua” che dalla Darsena di Porta Genova in centro storico, si sarebbe dovuto connettere con la periferia nord ovest, in corrispondenza delle aree interessate dal sito espositivo. Grande idea e bellissima suggestione. Soprattutto perché un’ipotesi del genere costituiva un preludio per la rivitalizzazione dell’intero sistema dei Navigli milanesi. Peccato si trattasse solo di idee estemporanee, che non facevano i conti con la morfologia del territorio: idee insomma poco praticabili.

Per esempio, l’acqua in salita non ci va, a meno di realizzare un complesso e costoso sistema di conche (bastava chiedere…). Ed emerge un primo tema: il territorio anche nella sola conformazione fisica, NON è uno spazio indifferenziato. Dopo questa banalità (che a quanto pare tanto banale non è visto il numero delle occasioni in cui è necessario ribadirla), proviamo a scendere di scala, osservando il progetto sviluppato nei livelli successivi fino all’apertura dei cantieri. il quale mostra le ulteriori macroscopiche contraddizioni da cui sono nate le contestazioni che hanno portato alla sua temporanea sospensione. In ordine esse sono: l’approccio e le motivazioni idrauliche, i rilevanti impatti del tracciato, la totale mancanza di radicamento sociale, la ridondanza e lo scarso livello di integrazione con le risorse esistenti. Per quanto riguarda il tema idraulico, al di là della debolezza delle motivazioni in termini di portate, c’è da riscontrare una scarsa se non completamente assente relazione con gli interventi storicamente prodotti in quella parte dell’area metropolitana, in termini di regimazione idraulica, con i deviatori Olona e Seveso che ne costituiscono lo schema portante.

Un secondo tema è quello degli aspetti ambientali del territorio, che vanno letti e compresi in una dimensione di area vasta. Ovviamente, la mancanza di confronto con questo schema ha prodotto un tracciato in parte in sovrapposizione con il deviatore Olona (nel tratto di affiancamento da via Forze Armate al Naviglio Grande) con un considerevole impatto ambientale derivante dalla collocazione pensile rispetto a quest’ultimo, oltre alla mancata considerazione dell’opportunità di utilizzo della fitta rete esistente di fossi e canali irrigui. Il manufatto idraulico si caratterizza con un tracciato di impatto elevato e scarsa integrazione con il sistema dei parchi e del verde urbano.

I quartieri della periferia Ovest interessati dall’attraversamento del “tubo” (Gallaratese, Trenno, Forze Armate, Baggio) rappresentano zone di matrice popolare in gran parte realizzate velocemente negli anni 60-70 intorno a piccoli nuclei storici che solo dopo circa 30 anni hanno visto la realizzazione di un sistema di servizi, parchi, verde e arredo urbano che ne ha elevato le caratteristiche di qualità rispetto alla condizione del “quartiere dormitorio”.

Alcuni elementi di questo sistema come il Parco Pertini, il Parco di Trenno e il Parco delle Cave rappresentano luoghi faticosamente acquisiti dalla cittadinanza, sia negli usi che nella tutela, rispetto alla presenza di fenomeni di degrado ambientale e sociale e pertanto divenuti importanti elementi di caratterizzazione identitaria. Non stupisce quindi l’intensità delle contestazioni elevate al progetto che prevede di “sbranare” alcuni di questi polmoni verdi.

Terzo tema: il territorio è abitato da comunità con un sistema di valori, pratiche, fabbisogni, priorità con le quali non è possibile evitare il confronto senza incorrere nel conflitto e nell’insuccesso di qualsiasi iniziativa. Quindi analoghe considerazioni vanno estese ai conflitti in atto e al rapporto con le strutture tecnico politiche e di rappresentanza, considerando che tra le criticità del progetto vi sono gli attraversamenti di ben due estese aree contaminate e da bonificare, note alle banche dati comunali e alla magistratura (via Quarenghi e area del PII Calchi Taeggi).

Un’ultima considerazione va dedicata all’ennesima manifestazione di eccesso di autoreferenza, ovvero la ridondanza di interventi, il più delle volte previsti a scapito di strutture e opere recentemente oggetto di manutenzione, rifacimento o nuovo impianto. Del verde e del reticolo irriguo abbiamo accennato. Un ulteriore passaggio va fatto a proposito del tema della dorsale ciclopedonale e delle relative opere di sistemazione o organizzazione di spazi al suolo e attraversamenti connessi. Questi si sovrappongono in modo disconnesso ad un sistema di piste realizzato di recente, replicandone (spesso in modo complanare) i percorsi e le connessioni, generando una paradossale ambiguità nella ripartizione degli spazi e una sensazione di spreco e mancanza di coordinamento nell’utilizzo delle risorse pubbliche.

Come anticipato, le importanti carenze di questo progetto che sono state aggregate sommariamente, rivelano ciascuna a suo modo la negazione “a priori” di una relazione: con la conoscenza delle caratteristiche dei luoghi di intervento, con la storia delle sue comunità, con la stratificazione degli interventi attuati per governare i singoli problemi.

Si tratta di un modello che purtroppo è stato replicato in numerosi episodi recenti delle trasformazioni urbane che hanno investito la città di Milano (e non solo). La progettazione secondo la logica del “chiavi in mano” fonda la sua forza in una pretesa o necessità di essere veloce, speditiva, economica e quindi non ha tempo e risorse per approcci troppo sofisticati.

Un grande architetto come Giancarlo De Carlo sosteneva che una buona progettazione è quasi una conseguenza del fatto di essere capaci di porsi delle buone domande. Ecco, senza la necessità di invocare grandi questioni legate alla codificazione di procedure di partecipazione o impantanarsi nella rincorsa dell’interesse particolare, saremo in grado di riappropriarci di una logica semplice e di buon senso tornando a progettare ponendoci delle domande?

Riferimenti

La prima puntata di questa trilogia è stata pubblicata su Millennio Urbano col titolo Milano: Learning from Expo (1)

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