Milano: Learning from Expo (1)

vie d'aqua sud

A Milano le recenti disavventure del progetto delle Vie d’Acqua, e il relativo cambio di rotta della società che ha il compito di promuovere la realizzazione del sito e delle opere connesse ad Expo2015, sollecitano alcune riflessioni a largo raggio sulle modalità che accompagnano le trasformazioni urbane e l’attuazione dei progetti urbanistici.
Tra queste, le distorsioni implicite nel modello della grande opera e dell’intervento straordinario, lo squilibrio tra le logiche della “comunicazione politica e giornalistica” e la conoscenza e informazione sui progetti, le suggestioni dell’archistar di turno tradotte in progetti chiavi in mano che litigano con il buon senso, i limiti di strategie urbanistiche opache e poco condivise, il diverso senso di città e comunità espresso da cittadini, pianificatori e amministratori.
Da questo straordinario “Abaco degli errori” possiamo imparare qualcosa? Magari ci conviene, considerando il fatto che la discussione sul Post-Expo e il relativo riuso delle aree espositive al termine della manifestazione del 2015  è stata appena avviata in una cornice di assoluta mancanza di idee e assetti di riferimento.
Raccogliendo in modo un po’ scanzonato e ironico l’invito di un celebre saggio, proviamo a fare ordine.

1 – Ragioni e costi della mistificazione

Il 27 febbraio 2014 il vicedirettore del Corriere della Sera firma un articolo dal titolo inequivocabile “Ritirata senza gloria”(1) che descrive alcune delle macroscopiche contraddizioni del progetto Vie d’Acqua Sud e della sua gestione (giudizio: coscienzioso ma fuori tempo massimo).

Lo stesso giorno un consigliere di maggioranza al Comune di Milano, pubblica su un social network un post in cui chiede alla sua Giunta “Umiltà e ascolto”, rammaricandosi per il fatto che chi ha contestato il progetto sia stato frettolosamente etichettato e scambiato come estremista e si interroga se non sia giunto il momento delle scuse (giudizio: onesto ma poco incisivo).

Più o meno nelle stesse ore ricevo una newsletter di un suo collega che dichiara che “i contestatori hanno gioco facile nell’impedire un progetto inutile e costoso” (giudizio: furbino).  A seguire abbiamo avuto modo di leggere altri interventi fortemente critici nei confronti del progetto. Sembra che in molti ora si siano accorti di avere vissuto gli ultimi anni nel mondo delle fate.

Si, perché dal 2008 a oggi, la commistione  tra comunicazione politica, informazione locale, Società Expo, progettisti e orecchianti, era riuscita a convincere i milanesi  che quel progetto avrebbe previsto “davvero” la realizzazione di “Vie d’Acqua”.

La vicenda ha inizio quando, a corredo del Dossier di candidatura alla B.I.E., l’amministrazione (allora presieduta dal sindaco Moratti) aveva presentato un Masterplan,  dai contenuti assimilabili ad un ex tempore elaborato da una “consulta di architetti” appositamente istituita,  nel quale era stato inserito un canale denominato “Via d’Acqua” che dalla Darsena di Porta Genova, punto di  congiunzione dei Navigli milanesi,  andava a connettersi con la periferia nord ovest di Milano in corrispondenza delle aree interessate dal sito espositivo.

Successivamente, forse per il fatto di avere nel frattempo scoperto che “l’acqua da sola non va in salita”, i progettisti hanno modificato l’impostazione originaria definendo due distinti percorsi: il primo parte da una derivazione del Canale Villoresi (2), con una connessione che alimenta il sito Expo garantendo il funzionamento degli impianti tecnologici e degli elementi di arredo quali vasche, fontane, giochi d’acqua.

Il secondo, denominato Vie d’Acqua Sud, che dal sito Expo si congiunge con il Naviglio Grande in corrispondenza della Darsena, smaltisce i volumi d’acqua in uscita attraversando una serie di quartieri residenziali e alcuni parchi urbani.

Quindi, nonostante l’evoluzione del processo di definizione e avanzamento della progettazione portasse verso esiti molto distanti dall’idea originaria prospettata alla Commissione della B.I.E., la roboante espressione “vie d’Acqua” è stata ostinatamente mantenuta dall’Amministrazione comunale, nel frattempo presieduta da nuovo sindaco Pisapia, e dalla società Expo sia negli atti ufficiali che  nella comunicazione e  sulla stampa.

Un racconto che di volta in volta ha presentato in modo diverso le motivazioni di questo progetto: canale navigabile, poi landmark di connessione dei parchi della zona nord ovest e, infine “indispensabile canale di alimentazione per il recupero della Darsena” e l’irrigazione delle aree agricole a sud di Milano.

Oggi finalmente, grazie ad una coriacea contestazione da parte dei cittadini residenti nella periferia nord ovest, ci si è resi conto che si tratta di  un semplice canale scolmatore; un tubo di cemento  dalle portate ridicole (2mc/sec.) e dai costi esageratamente alti.

Degli elementi e delle criticità del progetto scriveremo in seguito. Concentriamoci per il momento su questa questione: ovvero come la mistificazione rispetto alle caratteristiche e ai contenuti del progetto abbia potuto reggere fino all’apertura dei cantieri. Ovvero dalle suggestioni offerte dal Dossier di candidatura a Expo fino all’arrivo delle ruspe e alla posa delle recinzioni.

Tema di riflessione rilevante se si vuole imprimere un cambio di direzione rispetto alle politiche urbane di questa città (o forse anche di questo paese).

Nel giugno 2013 (3) avevo sollevato una serie di critiche rispetto ad una Amministrazione comunale che ascolta poco l’intelligenza del suo corpo sociale, limitandosi ad interpretare il tema della partecipazione  interrogando i cittadini su temi secondari come il colore della nuova Linea della metropolitana o il nome da dare alla mascotte di Expo e scansando “le questioni di sostanza”.

In particolare tra i casi che avevo sollevato c’era questo intervento, richiamando due pareri autorevoli e dai contenuti molto negativi espressi dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici (dicembre 2012) e dalla “Consulta Milanese per l’attuazione dei 5 referendum consultivi sull’ambiente” che ne richiedevano addirittura l’eliminazione.

Pareri e prese di posizione che erano rimasti inascoltati e che non avevano suscitato alcuna reazione da parte del Comune e della società Expo. Tanto da non produrre interferenze o richieste di chiarimento sulla procedura di assegnazione degli appalti nel frattempo avviata.

A niente è valso anche un successivo parere della Corte dei Conti, sollecitato da un’associazione ambientalista, che ne confermava le criticità. Ça va sans dire che anche in questo caso si è trattato delle ennesime Grida manzoniane.

Come è stato possibile, ci chiediamo ancora, che la macchina della comunicazione politica abbia potuto sovrapporsi e oscurare i contenuti del progetto, le procedure, i pareri tecnici? Qualcuno potrebbe rispondere: semplice, di questa cosa non se ne è mai parlato se non per “titoli”, “annunci” e slogan; la consultazione e la conoscenza del progetto  è rimasta all’interno di una ristretta cerchia di attori che non avevano alcun interesse a metterlo in discussione per motivi di opportunità o per un distorto senso del “mandato”.

Proviamo a ragionare sulle condizioni e i meccanismi che hanno alimentato questo paradosso cercando di evidenziarne trappole e  limiti.

La matrice di molte delle evidenti distorsioni sembra coincidere con il modello e la logica da “grande opera e da intervento straordinario e urgente” che ha caratterizzato e continua a segnare le vicende intorno al progetto complessivo di Expo2015. La cifra di questo modello è “la deroga”: nella gestione, sulle procedure, sui costi, sulle modalità di progettazione.

Il sistema così congegnato è generato (e a sua volta alimenta) da strategie di intervento urbanistico e/o infrastrutturale estemporanee, quasi mai chiare,  esplicite e condivise. Si tratta di un modello che “per definizione” si nega alla valutazione delle  scelte rispetto alla capacità di tradurre, mediante iniziative coordinate e coerenti tra di loro, i fini e i fabbisogni espressi e vagliati dalla comunità, dalle strutture tecnico-politiche che la rappresentano e dalle istituzioni locali.

E’ un modello che di solito si affida ad un soggetto con poteri straordinari  e che in virtù dell’urgenza del mandato condiziona la relazione con le strutture tecniche e amministrative che dovrebbero sovraintendere o controllarne l’operato.

In un contesto del genere non sorprende il fatto di riscontrare una capacità di controllo e monitoraggio da parte della pubblica amministrazione, depotenziata e distratta dalla logica del “chi tocca i fili muore”.

Così come sembra quasi naturale che in questa “zona franca” possano essersi insinuate logiche strumentali  di chi ha visto nella realizzazione delle opere di Expo una possibile merce di scambio in termini di visibilità e consenso politico.

In sintesi, non è un caso che l’informazione e la verifica di merito rispetto all’utilità, alla progettazione e alle modalità tecnico-realizzative delle opere siano state tendenzialmente azzerate. Al contrario, una  “comunicazione” ipertrofica (4) e con una diffusione capillare ha tenuto tutto “in superficie” puntando sugli aspetti di glamour e sulle suggestioni, contribuendo a sostenere una condizione generale nella quale la società Expo é stata autorizzata di fatto ad erigere una cortina rispetto al proprio operato senza vincoli; le strutture tecniche dell’amministrazione pubblica hanno abdicato al proprio ruolo;  il  ceto politico è stato interessato quasi esclusivamente al ritorno  di immagine.

Oltre alle ragioni ci si ritrova anche a fare i conti sui costi di questa mistificazione. Al di là delle scelte in relazione al suo definitivo abbandono o su una radicale revisione, il progetto è stato stimato in 100 M. di €, ai quali bisognerà ora aggiungere quelli derivanti dalle modifiche, dai contenziosi con l’impresa che nel frattempo si è aggiudicata l’appalto e della macchina amministrativa che dovrà essere rimessa in moto. Con l’allungamento dei tempi derivanti dal fermo lavori, dalla nuova progettazione ecc., ecc..

Insomma siamo in linea con lo standard della migliore tradizione (fine della prima puntata)

Note e riferimenti:

(1) Giangiacomo Schiavi “Ritirata senza gloria Corriere della Sera,  27 febbraio 2014

(2) storico vettore irriguo che nel suo percorso dalla presa d’acqua sul Ticino a Porto Torre, all’Adda a Gropello, taglia orizzontalmente l’area metropolitana milanese  e che si attesta a nord sul limite tra il pianalto ferrettizato e la pianura irrigua

(3) Michele Monte, “Abbandonare le amenità per discutere di idee, avendocele“, ArcipelagoMilano n. 22, 12 giugno 2013

(4) tale impegno è stato addirittura sostenuto da uno spettacolo teatrale intitolato “Le vie d’acqua ritrovate” rappresentato al Teatro dal Verme nel corso del quale i soliti “testimoni privilegiati” del mondo culturale milanese (con l’onnipresente prof. Veronesi in testa)  hanno magnificato lo straordinario valore del progetto.