Cara signora, l’urbanistica non fa per lei

1269668_janejacobs_portrait_finalNel 1961 la giornalista del Washington Post Phyllis Richman  decise d’iscriversi al Dipartimento di Pianificazione Urbana e Regionale della  Graduate School of Design di Harvard. Come risposta al modulo che aveva inviato,  ricevette la lettera di un assistente del dipartimento nella quale le veniva chiesto di motivare la sua scelta in considerazione del suo ruolo di donna sposata. La sua richiesta d’iscrizione sarebbe stata presa in considerazione se accompagnata da una relazione nella quale avrebbe dovuto esporre in che modo intendeva conciliare le responsabilità verso suo marito e la sua futura famiglia con la carriera da urbanista. Come se ciò non bastasse, nella lettera lo scrivente le comunicava la convinzione che le donne sposate, quando intendono dotarsi di una educazione professionale, esprimono una tendenza a sprecare tempo e sforzi.

Phyllis non rispose a quella lettera e non intraprese una carriera da urbanista, anche se ebbe un’esperienza professionale nella Commissione Urbanistica della città di Filadelfia. Nel giugno 2013, dopo 52 anni, la giornalista  decise di pubblicare quella lettera sul suo giornale, insieme alla risposta che mai ebbe il coraggio di scrivere, con la quale denunciava quanto la discriminazione subita abbia pesato sulle sue scelte professionali.

Nello stesso anno in cui il progetto di  Phyllis Richman di diventare un urbanista veniva così pesantemente frustrato, un’altra giornalista, Jane Jacobs, pubblicava il suo libro più famoso, The Death and Life of Great American Cities, che ha impresso un cambiamento epocale al modo d’interpretare il funzionamento delle città. Jacobs ha dimostrato con il proprio attivismo contro i grandi progetti di trasformazione urbana promossi da Robert Moses , che l’osservazione dal punto di vista femminile della città è capace di sovvertire il disegno razionalista dell’urbanistica del ’900  perché è basata sull’esperienza quotidiana, fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi. Visione esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici, funzionale alla costruzione della città-macchina che separa i flussi in circuiti chiusi e gerarchizzati, dall’auto al pedone. Malgrado sia passato mezzo secolo dalla pubblicazione del libro di Jacobs, tradotto in italiano nel 1969 con il titolo Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, il punto di vista di genere nella pianificazione urbana è ancora ampiamente ignorato ed è assai probabile che gran parte di coloro che lo hanno letto non abbia affatto colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate.

Nello scenario di predominanza culturale del modello della città razionale, pensata per il maschio adulto, lavoratore ed automunito, s’inserisce controcorrente l’esperienza di Vienna, dove a partire dagli anni ’90 più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana sono stati attuati secondo i principi del gender mainstreaming, ovvero l’orientamento alle questioni di genere delle politiche urbane.

Eva Kail, un’esperta di questioni di genere presso il nucleo cittadino di pianificazione urbana,  intervistata da CityLab,  ha chiarito che l’approccio adottato da lei e dal suo gruppo si basa essenzialmente sull’osservazione dell’uso dello spazio pubblico, di chi lo stilizza e per quali scopi. Da questa analisi discende l’individuazione di cosa interessa e serve ai differenti gruppi di cittadini sotto forma di indirizzi alla pianificazione urbana. L’esperienza di Kail iniziò nel 1991 con la mostra fotografica “ Di chi è lo spazio pubblico – La vita quotidiana delle donne nella città”, che mise in evidenza come i differenti tracciati delle donne nello spazio urbano abbiano in comune la stessa richiesta di sicurezza e facilità di movimento. La mostra ebbe un gran numero di visitatori e  notevole risalto mediatico, così i politici locali decisero di far proprio l’approccio di genere nelle politiche urbane. Il primo progetto realizzato fu un complesso di appartamenti, progettato da e per le donne nel ventunesimo distretto della città, chiamato Women-Work-City. All’interno del complesso, situato in prossimità del trasporto pubblico, si trovano aree verdi per il gioco dei bambini, un asilo, una farmacia ed uno studio medico. Il tutto aveva l’obiettivo di rendere più facile la vita delle donne divisa tra lavoro e funzioni di cura.

L’idea di realizzare insediamenti di edilizia residenziale dotati di servizi non è certo nuova e discende dalla tradizione del socialismo utopistico, vecchia di due secoli, che ha via via prodotto una serie di falansteri urbani pensati per comunità di lavoratori. In questo caso l’aspetto innovativo del progetto riguarda la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano dell’approccio basato sulla centralità dei bisogni degli utenti. Lo sviluppo successivo ha riguardato la progettazione delle aree verdi,  i cui usi diversi secondo il genere erano stati registrati in particolare tra la popolazione giovanile. Nel 1999 i pianificatori urbani hanno riprogettato due parchi del quinto distretto della città con l’intento di allargare il numero ed il tipo di frequentatori, avendo precedentemente registrato che le ragazze erano meno propense ad utilizzare gli spazi verdi poiché spesso scoraggiate dall’invadenza maschile. Sono stati introdotti sentieri per migliorare l’accessibilità e aree per attività sportive che incrementassero l’utenza, così come accorgimenti progettuali del verde intesi a suddividere gli ampi spazi aperti. Il cambiamento non tardò a produrre risultati e, senza che scaturissero conflitti, differenti gruppi di ragazze e ragazzi cominciarono a frequentare i parchi.

Dello stesso anno è il progetto finalizzato a rendere più accessibile il trasporto pubblico e migliori e più sicuri i percorsi pedonali secondo le necessità espresse dalle donne. Il progetto discende dalle rilevazioni fatte a seguito di un’inchiesta rivolta a tutta la popolazione del nono distretto e relativa alle modalità ed alle ragioni degli spostamenti. Mentre la maggioranza degli uomini aveva dichiarato di utilizzare l’auto o il trasporto pubblico due volte al giorno per il tragitto casa-lavoro, le donne avevano messo in evidenza la molteplicità delle ragioni di spostamento,  legate soprattutto al ruolo di cura di bambini ed anziani che è ancora  loro prerogativa. Furono realizzati marciapiedi più spaziosi e meglio illuminati e infrastrutture che facilitassero l’accesso alle intersezioni del trasporto pubblico, dove anche chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle possa raggiungere ed utilizzare facilmente i mezzi in transito.
L’approccio alla pianificazione urbana gender mainstreaming. malgrado i risultati promettenti, ha anche suscitato critiche e sarcasmo. Quando il gruppo di Eva Kail, propose la mostra fotografica “ Di chi è lo spazio pubblico – La vita quotidiana delle donne nella città”, qualcuno disse cose tipo “allora dovremmo dipingere le strade di rosa?” Evidentemente la pianificazione orientata alla questione di genere può suscitare reazioni emotive, come sentirsi attaccati,  tra coloro cui si fa presente quanto essa non sia stata presa in considerazione nel passato. C’è inoltre il rischio che nel caratterizzare i differenti usi della città tra uomini e donne si rinforzino gli stereotipi alla base delle differenze di genere. La stessa espressione gender mainstreaming è stata successivamente messa da parte dai funzionari pubblici che preferiscono usare l’etichetta “Città Equamente Condivisa”, forse ritenuta meno politicamente orientata.

Malgrado i limiti emersi, l’approccio alla pianificazione urbana utilizzato da Kail e dal suo gruppo ha lasciato un segno sulla capitale austriaca e si sta ora evolvendo  verso il tentativo più ampio di cambiare la struttura ed il tessuto della città, così che i differenti gruppi di cittadini vi possano convivere senza conflitti. Si tratta di un visione politica della pianificazione della città, afferma Kail, con la quale si cerca di portare nello spazio urbano persone delle quali prima non si riconosceva l’esistenza o che si sentivano prive del diritto di esistere.

Ma vi è un altro aspetto dell’esperienza del gruppo di pianificatrici urbane viennesi che vale la pena di sottolineare ed è la dimostrazione che solo le donne,  e non solo quelle professionalmente coinvolte nei processi di trasformazione delle città come nel caso di Jane Jacobs, possono farsi carico del compito di rappresentare gli interessi del genere a cui appartengono.

 

Riferimenti

C. Foran, How to Design a City for Women, CityLab, 16 settembre 2013.

Sullo stesso argomento si vedano i numerosi articoli contenuti nella cartella Questioni di genere.