Urbanistica e assimilazione dei ragazzi

Una  foto di Helen Levitt, tra le grandi street photographer del secolo scorso, ritrae una indicazione tracciata da qualche bambino con un gessetto su una pietra del rivestimento di un palazzo: tre cerchi concentrici e la scritta BUTTON TO SECRET PASSAGE PRESS. Nel labirinto urbano dei marciapiedi, delle scale, dei portoni, dei vicoli, degli spazi pieni di detriti tra un edificio in rovina e l’altro, sui rami di uno striminzito albero solitario, i bambini fotografati da Levitt sanno trovare il passaggio segreto per i loro giochi. Le sue fotografie, dalla fine degli anni Trenta fino agli inizi degli anni Novanta hanno ritratto nelle strade di New York le attività infantili e quelle quotidiane degli adulti di ogni età, etnia e condizione sociale. Ma sono in particolare i bambini e l’uso della strada come scenario della loro immaginazione i protagonisti per Levitt di ciò che Doris Lessing ha definito il «grande teatro» della città, dove si può stare seduti «per ore in un caffè o su una panchina, solo per guardare»[1]

In un suo racconto la scrittrice newyorchese Grace Paley racconta così la vita della strada «Una volta, non troppo tempo fa, gli appartamenti erano punteggiati fino al quinto piano da donne come me, una finestra ogni tre, che chiamavano i bambini dai giochi per dar loro ordini e direttive». Paley ha dichiarato che per lei «vivere con i bambini era una continuazione della vita della strada. Ne ero affascinata. Sono qui venticinque, trent’anni dopo, e ancora non riesco a dimenticare come è stato interessante vivere con loro»[2]. Questa fiducia in ciò che Walter Benjamin definiva la dimora della collettività si infrange verso la fine degli anni Sessanta. Nel 1968, all’età di otto anni, Jean-Michel Basquiat fu travolto e quasi ucciso da un’auto mentre giocava per strada a New York e ciò segnò simbolicamente il definitivo trionfo dell’auto sul pedone nella vita della strada oltre, naturalmente, all’esistenza dell’artista afro-americano.

L’idea della strada come luogo pericoloso si affaccia in quello stesso racconto di Grace Paley prima citato. «O-op, urlano i bambini e i padri strillano hii hii, come fanno i cavalli. I bambini danno calci sui toraci equini dei padri, gridando O-op o-op e galoppando sfrenatamente verso ovest. Mi sporgo per gridare ancora una volta, Attenti! Ferma! Ma sono già lontani. Oh chiunque amerebbe essere un cavallo libero e fiero e portare un adorato piccolo cavaliere, ma stanno galoppando verso uno degli angoli più pericolosi del mondo. E forse vivono dall’altra parte dell’incrocio, oltre altre pericolose strade. Così devo chiudere la finestra dopo affettuosi colpetti alla tagete col suo rugginoso odor d’estate ravvivata dall’aprile. Poi mi siedo nella bella luce e mi chiedo come essere sicura che galoppino senza correre rischi verso casa attraverso i fantasiosi spaventosi sogni degli scienziati e i voluminosi sogni dei fabbricanti d’auto»[3].

Dei tre capitoli che Jane Jacobs dedicò alla funzione dei marciapiedi in Vita e morte delle grandi città uno riguarda «l’assimilazione dei ragazzi» nella vita collettiva. Jacobs affermava che insegnare ai ragazzi come farne parte è un compito che spetta agli abitanti della città nel loro complesso. «L’educazione alla responsabilità sociale deve venire dalla società stessa; nell’ambiente urbano, essa si svolge quasi unicamente nelle ore che i ragazzi trascorrono giocando liberamente sui marciapiedi». E’ una responsabilità che deve essere ripartita tra tutto il corpo sociale e non svolgersi «sotto il segno del matriarcato», dando per scontato che l’assimilazione dei ragazzi nella vita collettiva sia un compito esclusivamente femminile. Quale dimostrazione di quanto sia decisivo che i ragazzi partecipino alla vita della strada, Jacobs decise di inserire nel suo libro la paradigmatica affermazione di uno dei suoi figli: «Conosco il Greenwich Village come le mie tasche». E così dicendo egli la condusse «a vedere il passaggio segreto da lui scoperto sotto una strada, tra due rampe di scale della metropolitana, e il nascondiglio tra due edifici, largo una ventina di centimetri, dove deposita i tesori che racimola tra i rifiuti mentre si reca a scuola, per poi recuperarli tornando a casa»

A differenza dei padri del racconto di Paley, che riportano a casa da scuola i loro bambini issandoli sulle spalle e galoppando senza paura «verso uno degli angoli più pericolosi del mondo», l’urbanistica che ha determinato la vittoria dell’auto sul pedone non prevede, secondo Jacobs, il contributo maschile alla assimilazione dei ragazzi nella vita collettiva. «Benché la maggior parte degli urbanisti e degli architetti urbani siano uomini, i loro piani e i loro progetti sembrano fatti per escludere gli uomini come personaggi della normale vita diurna. I bisogni quotidiani che essi si preoccupano di soddisfare nei loro progetti di ambienti residenziali sono i bisogni presuntivi di una popolazione di massaie assolutamente insignificanti e di bambini di età prescolare; in poche parole essi lavorano esclusivamente per una società matriarcale». L’urbanistica concepita degli uomini sotto il segno del matriarcato è quella che situa «le attività produttive e commerciali nei pressi delle abitazioni ma isolandole da queste» e ponendole «a distanza di chilometri dai luoghi di lavoro e dagli uomini che lavorano». E’ l’urbanistica antiurbana che traspone il modello insediativo suburbano dentro la città, quello descritto in Revolutionary Road di Richard Yates e denunciato da Betty Friedan in The Feminine Mystique: le donne a casa a curare i figli, i quali non giocano più nelle pericolose strade dominate dalle auto ma negli spazi verdi di pertinenza delle residenze o nelle aree a loro dedicate nei parchi pubblici.

Questo tipo di urbanistica, nel caso degli insediamenti di edilizia popolare, è diventata anche strumento di segregazione sociale ed etnica . All’interno dei confini, segnati da tre strade e dall’Harlem River, entro i quali James Baldwin aveva trascorso la sua infanzia newyorchese, sono poi sorti ciò che nel gergo odierno delle gang si chiamerebbe “il territorio”[4]., ovvero il turf, che rappresenta anche i tappeti erbosi sui quali si innestano le caserme multipiano dell’edilizia popolare. La sostituzione della strada con lo spazio verde recintato è uno dei principi dell’urbanistica moderna maggiormente criticati da Jacobs, in quanto i progetti di ristrutturazione delle aree degradate per ambiti territorialmente separati finiva per favorire da una parte la possibilità che le bande criminali giovanili si identificassero su base territorialmente delimitata e dall’altra che i complessi residenziali avessero bisogno di accrescere la propria sicurezza con barriere sempre più invalicabili. La «barbarie dei turf» sopprime una delle «funzioni essenziali della strada urbana», quella di garantire la libertà di movimento e l’assimilazione sociale dei cittadini, a cominciare dai ragazzi che nella strada imparano ad essere tali.[5]

Se ci guardiamo intorno vediamo che la città contemporanea, pur con tutte le diversità rispetto a quella descritta da Jacobs a distanza di quasi sessant’anni, non ha affatto risolto il problema dell’integrazione dei ragazzi nella collettività. Quanto ha che fare la segregazione nelle periferie, dentro e fuori la città, e nei turf dei complessi residenziali in genere con ciò che, con espressione semplicistica, si definisce “disagio giovanile”? L’urbanistica ha ancora molto da interrogarsi e da riflettere a questo riguardo.

Riferimenti

La foto di copertina è tratta da Helen Levitt, Lírica Urbana, Madrid, La Fábrica Editorial, 2010, p.39.

Note

[1] Doris Lessing, Temporali, in Racconti londinesi, Milano, Feltrinelli, 1993-2008, p.116.

[2] Fernanda Pivano, Introduzione a Grace Paley, Più tardi nel pomeriggio Milano, La Tartaruga, 1996, p.19.

[3] Grace Paley, Ansietà, in Più tardi nel pomeriggio, cit., pp.100-102.

[4]Cfr. James Baldwin, Fifth Avenue, Uptown, in Esquire, luglio 1960, disponibile all’indirizzo web: www.esquire.com/news-politics/a3638/fifth-avenue-uptown/. La frase in corsivo è stata tradotta dall’autrice dell’articolo.

[5] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969, pp.46-78.

Il tecnocrate partecipativo

La questione del rapporto tra la rappresentanza politica e cittadinanza, e della legittimazione che reciprocamente le due parti si accordano quando in gioco ci sono le scelte che riguardano la polis, è troppo complessa perché possa essere affrontata in modo esauriente in queste brevi note. Tuttavia mai come in questo momento il concetto di partecipazione dei cittadini alle scelte amministrative viene sbandierato come una soluzione passepartout per la vita democratica e, se non proprio come un surrogato della democrazia diretta, esso viene almeno brandito come mezzo preventivo dei conflitti tra rappresentanti e rappresentati. D’altra parte ormai decidere le sorti delle città e dei territori nel chiuso delle stanze della pubblica amministrazione, mettendo i cittadini di fronte al fatto compiuto, è vietato per legge e gli strumenti di valutazione dei piani e dei progetti prevedono appunto procedimenti di informazione e di audizione della cittadinanza. Quanto poi siano efficaci questi procedimenti relativamente allo scopo per i quali sono stati pensati è una ulteriore questione aperta, e in questa sede può essere sufficiente dare per scontato che la partecipazione faccia ormai parte delle procedure della pianificazione e presupporre che essa abbia assunto il carattere tecnocratico insito in quel processo.

Se prendiamo a prestito le considerazioni che Henri Lefebvre ha fatto nel suo Le droit à la ville (1968) possiamo affermare che la genesi dell’urbanistica moderna sia un connubio di politica e tecnocrazia. Secondo Lefebvre lo scientismo dell’urbanistica come pratica della pubblica amministrazione si basa su di un fondamento ideologico, nel quale la tecnica attraverso la quale si giunge all’azione di piano viene direttamente legittimata dal potere che essa incarna. Per il filosofo francese poi quando l’urbanistica incontra l’attività imprenditoriale si dota di un altro fondamento ideologico, alla cui legittimità viene in soccorso la propaganda pubblicitaria con la quale pretende di creare «un nuovo stile di vita»[1].

Ne Il ventre di Parigi di Emile Zola lo stupore del protagonista nel constatare fino a che punto la sua città fosse cambiata dopo sette anni di assenza (C’è ancora rue Pirouette? domandava sconcertato ) rimanda al fatto che l’azione trasformativa dell’urbanistica abbia, per così dire, un mandante politico ed un esecutore tecnico. D’altra parte il povero Florian doveva quell’assenza, durante la quale la sua città era radicalmente mutata grazie al barone Haussmann, alla sua attività di oppositore del Secondo Impero che gli era costata un soggiorno al bagno penale della Caienna.

Nello stesso anno in cui il libro di Lefebvre veniva stampato, a New York il 10 aprile, tra le mura della Seward Park High School, si teneva l’audizione pubblica sulla realizzazione dell’autostrada urbana denominata Lower Manhattan Expressway . L’opposizione popolare al progetto, che, se realizzato, avrebbe radicalmente trasformato la parte meridionale del distretto urbano newyorchese così come era già accaduto con realizzazione della Cross Bronx Expressway, fece sì che il rito burocratico cui era tenuto l’apparato tecnico responsabile del progetto – al cui vertice stava il famigerato Robert Moses – fosse interrotto dall’arrivo della polizia e dall’arresto, in quanto personaggio simbolo della opposizione, di Jane Jacobs. Questo episodio segnò la fine della partecipazione dell’autrice di The Death and Life of Great American Cities alle attività dei comitati di cittadini che si opponevano alle trasformazioni portate avanti, attraverso diversi mandati amministrativi, dall’Haussmann newyorchese (Moses non nascondeva di ispirarsi alla figura del prefetto della Senna incaricato da Napoleone III di trasformare radicalmente Parigi): nell’estate di quello stesso anno la famiglia Jacobs si trasferì a Toronto, dove Jane visse il resto della sua vita.[2]

Il problema di eliminare il conflitto tra gli apparati tecnici, addetti alla pianificazione urbanistica e alle trasformazioni urbane in genere, e i cittadini, sui quali tali trasformazioni impattano, è stato da qualche tempo a questa parte risolto con l’uso della figura del facilitatore dei processi di partecipazione. Le amministrazioni pubbliche titolari della pianificazione urbanistica incaricano società specializzate in processi partecipativi per facilitare invece di ostacolare il contributo della cittadinanza. La pubblica partecipazione ai processi di formazione dei piani urbanistici è ormai stata interiorizzata anche dalle legislazioni in materia di urbanistica, le quali regolano tali processi pur con l’incertezza che continua a regnare tra partecipazione e informazione.

Facilitare la partecipazione dei cittadini alle scelte della pubblica amministrazione è un intento che in sé ha le stesse caratteristiche di bene aprioristico, lo stesso che attribuiamo all’affetto per i nostri cari. Secondo questa visione, e semplificando molto, partecipare ai complicati processi amministrativi attraverso cui nasce il piano urbanistico è un po’ come voler bene alla mamma: qualcosa che scaturisce spontaneamente dall’animo umano ma che, a causa della natura tecnica del piano, ha bisogno di essere facilitato.

Fin qui tutto bene, a meno che non insorga il problema delle tecniche a loro volta utilizzate dai facilitatori. Esse a volte sembrano discendere senza soluzione di continuità da quelle che servono a formare lo strumento normativo che disciplina le trasformazioni sulle quali la cittadinanza è chiamata a dire la sua. Insomma un bel circolo vizioso, del quale è plastica rappresentazione il questionario composto di 43 domande a scelta multipla la cui compilazione è stata recentemente sollecitata dal Comune di Milano come contributo di residenti e city user all’avvio del procedimento di redazione del piano urbanistico comunale. Secondo Marianella Schiavi, che sulla vicenda del questionario ha scritto un bell’articolo al quale rimando integralmente, esso presenta il grave limite di non distinguere il “sapere tecnico” dal “sapere comune”. A chi lo compila viene infatti chiesto di esprimere il proprio giudizio, in una scala di importanza da 1 a 4, su questione come l’«Indifferenza funzionale», la «Perequazione urbanistica», le «Indicazioni morfologiche», i «Parametri urbanistici», l’«Edilizia residenziale sociale», i «Mutamenti di destinazione d’uso» e – sottolinea ironicamente Schiavi –  «altri concetti notoriamente tipici e fondanti del “sapere comune”».

Sembra quindi che il vecchio vizio tecnocratico dell’urbanistica riguardi ora anche coloro che dovrebbero facilitare il quadro conoscitivo e decisionale dentro il quale si forma il piano urbanistico. Probabilmente si tratta di uno scivolone dell’attuale amministrazione milanese, visto che quella precedente aveva adottato delle linee guida per la partecipazione dei cittadini alla pianificazione urbanistica la cui metodologia – precisa Schiavi – implica che« Responsabilità politica e sapere tecnico vengono spinte a confrontarsi con il sapere comune per ritrovarsi arricchite sia con riferimento alle alternative praticabili sia con riferimento alle decisioni finali». E tuttavia il caso del questionario milanese indica che forse, scaturendo dalle varie sfaccettature del sapere tecnico, una nuova figura professionale si stia profilando: il tecnocrate partecipatore, evoluzione (non) prevista del facilitatore alla partecipazione.

Riferimenti

M. Schiavi, Piano di governo del territorio: casalinga di Voghera dove sei?, ArcipelagoMilano, 4 aprile 2017.

Note

[1] H. Lefebvre, Le droit à la ville, Parigi, Anthropos, 1968, pp. 29-30.

[2] Cfr. A. Flint, Wrestling with Moses, New York, Random House, 2009, pp.172-177.

 

 

La città che Jane Jacobs non saprebbe più riconoscere

Chi non vorrebbe vivere in un quartiere fatto di edifici di dimensioni limitate, strade facilmente percorribili a piedi, tanti negozi per le necessità quotidiane, le scuole, i servizi e un parco a distanza ravvicinata? La risposta è ovvia e tuttavia la vera domanda da porsi è la seguente: esistono quartieri con quelle caratteristiche o si tratta di uno spazio urbano ideale che trova scarsi riscontri nella città contemporanea?

In Vita e morte delle grandi città Jane Jacobs ha individuato quattro fondamentali fattori in grado di evidenziare il buon funzionamento di un quartiere: la presenza del maggior numero di funzioni di base (abitazioni, attività commerciali, imprese, servizi, ecc.), la piccola dimensione degli isolati che ha come conseguenza il maggior numero di strade da percorrere e di “angoli da svoltare”, edifici di diversa età e condizione e, infine,  una buona densità di popolazione per  favorire l’incontro delle persone. Queste caratteristiche non erano teoriche ma appartenevano al quartiere dove Jane Jacobs viveva. La sua osservazione, elaborata a partire dall’esperienza diretta e per scongiurare i progetti di rinnovamento urbano dell’urbanistica razionalista novecentesca, le ha consentito di individuare gli ingredienti che meglio definiscono la vitalità urbana.

Il punto di vista della giornalista che a New York abitava dalla metà degli anni ’30 del secolo scorso, non può tuttavia essere considerato in maniera avulsa dal momento storico in cui ha preso forma. Ancora alla fine degli anni ’50, periodo a cui risale la stesura del lsuo ibro, New York era una città industriale  e allo stesso modo nel Greenwich Village, il quartiere dove Jacobs ha vissuto fino al 1968,  la presenza delle attività produttive era molto cospicua. Che cosa ha dunque in comune lo spazio dove risiedeva una folta rappresentanza della working class  di una città fortemente industriale con l’odierno quartiere esclusivo di uno dei principali centri finanziari del mondo?

E’ questo il punto dal quale partono le considerazioni di Benjamin Schwarz, autore di The American Conservative,  implacabilmente intese a smontare il mantra del quartiere urbano vitale (stigmatizzato attraverso il suo acronimo VUN, Vibrant Urban Neighborhood), come sintesi avulsa dalla contemporaneità di un contesto spaziale cancellato da più di mezzo secolo di trasformazioni fisiche e sociali.

Cosa differenzia  l’ideal tipo del quartiere vitale osservato da Jane Jacobs dai bei propositi dell’urbanistica post-novecentesca? La risposta è semplice –  secondo Schwarz –  e riguarda la mancanza di quella componente demografica che sostiene con la propria evoluzione la vitalità del quartiere: i bambini. In  Cities without children Schwarz stigmatizza i cosiddetti  VUN come ambiti urbani sostanzialmente privo di ciò che a Mother Jacobs è servito come lente d’ingrandimento per le sue osservazioni: i figli, i suoi e quelli delle altre famiglie del vicinato.

Foto: M.Barzi
Foto: M.Barzi

Posti come il Village e molti altri distretti urbani alla moda sulle due sponde dell’Atlantico,  sono ben altro – sostiene Schwarz – che quartieri dotati di tutti quegli ingredienti che ne sostengono la vita rendendoli vivaci e vivibili. Si tratta, più che altro, di parchi di divertimento per giovani adulti, quei 20-30enni senza figli (e nemmeno in procinto di averne) a cui poco interessa della presenza di scuole e di spazi adatti allo sviluppo di individui in crescita. D’altra parte non è difficile rendersi conto del fenomeno, al quale Schwarz allude tirando in ballo anche la mitica Creative Class di Richard Florida. Provate ad aggirarvi per il centro storico di Amsterdam o per il Navigli district di Milano o tra le strade di Kazimierz, l’ex quartiere ebraico di Cracovia, giusto per fare tre esempi a caso, e vi renderete conto che la piramide demografica per certi settori urbani, particolarmente attrattivi per la loro vitalità, è una espressione priva di significato. Solo giovani, quasi nessun bambino e qualche residuale esponente delle altri classi d’età che si aggira come un pesce fuor d’acqua tra bar, ristoranti e negozi nei quali, probabilmente, non sente nessun bisogno di entrare.

Sembra allora che esista un malinteso sul concetto di vitalità urbana e se è così esso ha a che fare con la distorsione dell’idea di diversità che si pretende di individuare nei quartieri più  vivaci e desiderabili. Non basta trovarsi tra persone che parlano lingue diverse e a cui piace sperimentare la cucina di diversi paesi :è la diversità sociale e demografica a consentire ai distretti urbani di essere vitali nelle differenti ore della giornata e non solo al calar del sole. D’altra parte Jane Jacobs ha descritto chiaramente nel suo libro quanto sia importante questo tipo di diversità per il luogo in cui viveva. “Se il quartiere dovesse perdere le sue attività industriali, per noi residenti sarebbe un disastro: molti esercizi commerciali scomparirebbero, non riuscendo a sostenersi con la sola popolazione residente. Viceversa se le attività industriali dovessero perdere noi residenti, scomparirebbero molti esercizi commerciali, che non troverebbe più nei soli lavoratori esterni la possibilità di sopravvivere.”(1).

Se Jane Jacobs tornasse ad analizzare il quartiere dove ha fatto crescere i suoi figli, dovrebbe per prima cosa registrare tutte le trasformazioni che, così come in molti altri settori urbani sparsi per il mondo, sono state introdotte dalla scomparsa delle attività produttive. Il Village che i suoi occhi osservavano quasi sessant’anni fa è ora un luogo pieno di locali per hipster, non il quartiere che si animava per la pausa pranzo dei tanti operai italo-americani che affollavano la parte meridionale di Manhattan. Gli ingredienti della vitalità urbana che osservava dalla finestra di casa sua se ne sono andati con il massiccio processo di sostituzione sociale che ha investito gran parte delle aree centrali dei centri urbani ad antica vocazione industriale e quanto sia vitale la presenza in quegli stessi luoghi di schiere di giovani creativi è fenomeno ancora tutto da dimostrare.

Riferimenti

B. Schwarz, Cities Without Children, The American Conservative, 6 giugno 2016.

Note

(1) J. Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009, p.143.