La cultura della città e gli strumenti di coercizione

Sul finire del Cinquecento, il secolo che aveva individuato nei sistemi urbani il paradigma per lo sviluppo di quelli statali, Giovanni Botero nel suo trattato Delle cause della grandezza e della magnificenza delle città aveva sostenuto che una città può dirsi grande non per la sua ampiezza o per lo sviluppo della sua cinta muraria, ma  per «la moltitudine degli abitanti e la possanza loro». A ricordarci questa frase – piuttosto attuale se si pensa a quanto la potenza degli stati contemporanei sia, alla prova dei recenti e drammatici fatti, inversamente proporzionale a quella delle barriere difensive poste ai loro confini – è stato Lewis Mumford nel suo La cultura della città. In quel testo, pubblicato nel 1938 e tradotto in italiano nel 1953, egli aveva opportunamente sottolineato come l’arte delle fortificazioni da principio difensivo fosse diventato impulso distruttivo. Qui di seguito proponiamo alcuni estratti del volume edito dalle Edizioni di Comunità nel 1954 (pp.74-80).

Nello sviluppo dello stato moderno capitalismo, tecnicismo e arte militare hanno una parte decisiva; ma è impossibile assegnare un ruolo più importante all’uno o all’altro. Ciascuno di essi si sviluppo per cause interne e quale risultato dell’ambiente comune; e lo stato si sviluppo insieme a loro. (…) In un significato strettamente realistico l’uso della polvere da sparo al principio del Trecento – quel secolo che minò tante istituzioni medievali – suonò la campana a morto per i liberi comuni.

Fino a quel tempo la sicurezza era fondata su elementi tecnici molto semplici; il fossato ed il muro: difesa sufficiente contro scorrerie di guerrieri sprovvisti di mezzi pesanti da assalto. (…) La nuova artiglieria del tardo Quattrocento rese le città vulnerabili. Nel tentativo di ristabilire l’equilibrio militare, da quel momento le città furono costrette ad abbandonare il loro vecchio sistema di semplici mura difese quasi esclusivamente da una milizia cittadina. (…) Invece del semplice baluardo in muratura che un comune capomastro era in grado di progettare o costruire, era necessario adesso creare un complicato sistema di difesa che richiedeva una vasta conoscenza dell’ingegneria e un forte dispendio di denaro. (…) Mentre le città antiche erano divise in isolati di case e piazze e venivano poi circondate da mura, la città fortificata di nuovo modello era concepita come una fortezza e la città era costretta in questa camicia di forza. Vecchia o nuova che fosse le sue possibilità di espansione erano finite. (…).

Durante il Cinquecento i metodi degli ingegneri italiani dominarono l’urbanistica. (…). Finalmente il nuovo movimento raggiunse il suo apice nei modelli di fortificazione progettati nel Seicento sotto il grande ingegnere Vauban –  un metodo così completo che occorse per superarlo una nuova arma dell’esercito, anch’essa sistematizzata da Vauban, i minatori e i guastatori. Benché l’arte delle fortificazioni avesse implicato sacrifici illimitati, essa andò in rovina dopo aver sviluppato la sua forma definitiva. Il nuovo cannocchiale migliorò il fuoco delle artiglierie; l’accresciuta mobilità degli approvvigionamenti attraverso canali e strade, e la organizzazione di un commissariato responsabile, diedero impulso alla armata mobile: nel frattempo lo stato territoriale stesso era diventato la «Città» che doveva essere difesa.

La guerra quale costruttrice di città

Lo sviluppo intensivo dell’arte delle fortificazioni trasferì l’energia costruttiva dal piano dell’architettura a quello dell’ingegneria, dall’estetica del disegno a calcoli materiali di peso, numero e posizione: preludio alla più ampia tecnica della macchina. In special modo essa trasformò il quadro urbano dal mondo ristretto della città medioevale, con i suoi itinerari pedonali, le sue vedute chiuse, il suo spazio a mosaico, all’ampio mondo della politica barocca con il suo fuoco di artiglieria a lunga portata, i suoi veicoli a ruote, il suo crescente desiderio di conquistare lo spazio e di estendere la propria influenza.

Una buona parte del nuovo sistema di vita ebbe origine in un impulso verso la distruzione: distruzione a largo raggio. La fede cristiana e la cupidità capitalistica si allearono per lanciare i nuovi conquistadores attraverso i mari a saccheggiare l’India, il Messico, il Perù: mentre il nuovo tipo di fortificazione, il nuovo tipo di esercito, il nuovo tipo di officina industriale, di cui troviamo il miglior esempio nei vasti arsenali e nelle fabbriche d’armi, congiurarono per sconvolgere i sistemi su base relativamente cooperativistica della città protetta. La protezione si mutò in sfruttamento spietato: invece di sicurezza gli uomini cercarono espansione avventurosa e conquista. (…) La trasformazione dell’arte della guerra diede ai governanti assoluti un notevole vantaggio sulle corporazioni e sui gruppi che costituiscono una comunità. Essa contribuì più di ogni altra forza singola a modificare la costruzione delle città. Il potere divenne sinonimo di numero. «Grandezza di città» osserva Botero, «si chiama non lo spazio del sito o il giro delle mura, ma la moltitudine degli abitanti e la possanza loro».

 

La città tra evoluzione e mutazione

Non è banale chiedersi oggi: che cosa è diventata la città, da quando è cominciata la sua disgregazione, che cosa ha rappresentato la sua apparizione sulla terra? La città cambia continuamente e una lettura, tra le tante, delle fasi essenziali della sua evoluzione storica, può essere un’altra occasione utile per interpretare i cambiamenti messi in atto dalla nuova geografia post-spaziale. L’attuale trasformazione urbana, oggi come ieri, interpreta le dinamiche in atto, ne esalta le criticità. La differenza rispetto al passato sta nello stato di incertezza e provvisorietà elevato a regola, e non più eccezione. Si tratta di una assoluta novità che, più che una evoluzione della città, sembra delineare i termini di una “mutazione”, riflesso della civiltà contemporanea e dei suoi nuovi sistemi di comunicazione. Il processo di evoluzione dell’odierna vita urbana e della città attuale, mostra la “prevalenza dei non-luoghi” e la “irrilevanza dell’interazione” condizioni che, come ha evidenziato Baumann, minacciano l’autosufficienza di una società e dei suoi individui.

Polis, urbs, civitas

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Foto: M. Barzi

Eppure, per come l’abbiamo conosciuta dalla storia, la città trae le ragioni della sua esistenza ed evoluzione proprio dall’essere luogo di interazione, capace di liberare esperienze, nuovi significati, autonomia e ricerca di una forma. E’ grazie a questo originario “ordine urbano” che via via gruppi sempre più numerosi di individui sono sollecitati a cooperare tra loro, ad organizzarsi in gruppi di lavoro disciplinati da un’autorità, a fronteggiare le forze distruttive della natura e degli uomini, a concepire sistemi di immagazzinamento del cibo e di raccolta delle acque, a costruire reti di comunicazione e trasporto, a promuovere numerose attività collettive. E’ la prospettiva della polis che avanza per poi confluire nella combinazione tra la forma della città (urbs) e la società (civitas). Gli aspetti positivi della civiltà urbana si riassumono nella tendenza a strutturare stabilmente l’ordine e la giustizia per garantire alle popolazioni un minimo della forza morale e della solidarietà reciproca presente nel villaggio arcaico. A tali aspetti, tuttavia, si affiancano contestualmente quelli opposti complementari della guerra, della schiavitù e di altre forme di violenza e sopraffazione, che la stessa civiltà urbana genera, istituzionalizzando una cultura parallela costantemente orientata verso la morte.

Le conquiste della borghesia e lo sviluppo del sistema di produzione capitalistico, trasformano radicalmente il rapporto tra città e suolo urbano, in termini di diritti, di valori economici, di soggetti, ruoli e gerarchie, di costruzione della città e di configurazione degli spazi.

Su questa crisi si innesta la nascita dell’urbanistica moderna che accompagna la formazione e composizione della città industriale. Il tentativo di una loro soluzione determina la nascita di una legislazione urbanistica, fondata sul  miglioramento dei rapporti economici e sociali, associato alla creazione di un equilibrio nei rapporti spaziali urbani. In tal senso, l’urbanistica moderna rappresenta un tentativo di estendere a tutte le classi sociali i benefici della rivoluzione industriale e di cooperare alla costruzione di una comunità moderna.

Disgregazione

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Foto: M. Barzi

La città industriale moderata da politiche di equilibrio sociale è la configurazione che si delinea nel secondo dopoguerra con condizioni relativamente stabili che si attestano su un modello centro-periferia delimitato che sembra risolvere le ragioni della crisi ottocentesca. Tali condizioni accompagnano la fase espansiva delle città che diventano le grandi città e le metropoli della modernizzazione dei paesi e il motore dello sviluppo delle economie nazionali. Alla base dell’agglomerazione metropolitana del dopoguerra, vi è comunque l’impressionante incremento demografico verificatosi nell’Ottocento che – osserva Lewis Mumford in La città nella storia (1961) – è superiore solo a quello che durante il Neolitico ha reso possibile le prime manifestazioni della città. A metà del ‘900 esistono una moltitudine di aree metropolitane in ogni continente, tutte caratterizzate dalla presenza di periferie suburbane che, come i sobborghi operai del secolo precedente, tendono ad aumentare portando una quantità sempre maggiore di persone nella sfera metropolitana.

L’odierna città diffusa tende a saturare gli spazi intermedi generando aree densamente edificate, caratterizzate da un tessuto urbano indifferenziato. Con le sue conurbazioni tutt’altro che sostenibili, la città rinvia alla sua definitiva disgregazione, in un contesto in cui i problemi interni della città e dei suoi territori sussidiari sono i riflessi di una intera civiltà in crisi, lanciata in una espansione senza limiti. In questa disgregazione accelerata e a tratti spettacolare, che si inscrive nei processi di globalizzazione e di crescente competizione tra le città, coinvolgendo anche i centri medi e piccoli, si delineano anche i termini di una mutazione in atto che sembra svelare i barlumi di un cambio di prospettiva. Nella sua ricerca di un senso nuovo per luoghi privi di senso, tale mutamento ancora non manifesta con chiarezza le sue prerogative. Negli attuali contesti post-metropolitani e post-urbani, si scoprono frequentemente spazi altri non pianificati, luoghi dismessi e abbandonati, frammenti residuali, spesso ai margini, di cui si appropriano aggregazioni casuali e spontanee di diversità vegetali, nuove aggregazioni in movimento continuo, incontrollabile e creativo.

Discontinuità, sequenze non lineari di un rinnovato labirinto urbano che spezzano il significato della città pianificata e controllata, creano nuove catene di eventi, neutralizzano la soggettività, negando le nostre categorie spaziali basate sulle vecchie dicotomie di centro/margine, città/campagna, locale/globale, prossimità/distanza, dentro/fuori, sopra/sotto, destra/sinistra, ecc., che non aiutano più a leggere la dinamica delle possibili interazioni presenti nella complessità dei processi sociali e territoriali che la realtà ha appena generato e tende nuovamente a modificare. Luoghi che dietro la loro apparente estraneità, indicano direzioni di ricerca nuove. E’ quella ricerca che sollecita Mumford già negli anni ’60 con il suo pensiero attualissimo sul ruolo primario della città del futuro, in quanto organismo in grado di esprimere la nuova personalità umana di uomo del mondo, per cui “di conseguenza il più piccolo dei rioni deve essere progettato come un modello funzionante del mondo intero”.

Ecologia urbana o ideologia antiurbana?

Dal punto di vista dell’ecologia dei sistemi l’ambiente urbano è un ecosistema eterotrofo perchè si approvvigiona all’esterno di energia e materia. Pur essendo un sistema creato dall’uomo, ne esistono esempi naturali analoghi, come i banchi di ostriche che dipendono dal flusso di energia e cibo che giunge loro attraverso le correnti marine, verso le quali vengono poi scaricati i rifiuti prodotti dalla comunità. L’ecologo Eugene P. Odum calcola in settanta volte per unità di misura il prelievo di energia dagli ecosistemi circostanti operato da una città rispetto ad un banco di ostriche, e si presume che analogo sia il rapporto circa il rilascio di rifiuti ed inquinanti. La città, o più precisamente le aree artificializzate dall’uomo, ed i banchi di molluschi sono quindi ecosistemi parassiti ed è bene che l’umanità, che per oltre il cinquanta percento vive in ambienti urbani, sia consapevole del fatto che l’incontrollata crescita urbana sia un enorme problema ambientale, visto che, a differenza dei molluschi, l’umanità preleva e scarica sull’ambiente una quantità di materia, di energia e di rifiuti enormemente superiore.

Non è difficile concordare, alla luce di queste considerazioni, sull’opportunità di attento governo delle aree urbane come misura di salvaguardia ambientale, né si può evitare di confrontarsi con il problema di come gestire l’impatto sull’ambiente delle città, a partire dal necessario obiettivo della limitazione della loro crescita. Ben venga quindi l’ecologia urbana.

Ma non l’ideologia antiurbana di cui spesso sono portatori coloro che si ergono a difensori dell’ambiente. Pensare di contrastare gli effetti dell’urbanizzazione del mondo andando contro le città e proponendo modelli alternativi, come il villaggio rurale o la comunità di tipo monastico, non servirà di certo alla ricerca di soluzioni per gestire in modo sostenibile l’ambiente urbano e tuttavia continua ad aumentare il numero di persone, associazioni, comitati, che,  proclamando guerra al cemento come simbolo dell’avanzata della città, finiscono per demonizzare tutto ciò che si può assimilare all’ambiente urbano.  Spesso la soluzione individuata è un ritorno armi e bagagli alla vita ed ai valori rurali, e c’è chi contrasta un particolare progetto insediativo o infrastrutturale coltivando patate o cereali sui terreni che ne ospiteranno il sedime o il tracciato, cercando di far nascere attorno a questo nuove iniziative contadine reti commerciali di consumatori interessati non tanto al prodotto ma alla battaglia che esso rappresenta. Inutile dire che i risultati sono spesso deludenti, i terreni prima o poi vengono espropriati e l’unico nemico vero della realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti avversati è il venir meno delle loro fonti finanziarie. Malgrado ciò i valori della ruralità continuano ad essere usati in contrapposizione alla città che avanza e raramente si fa lo sforzo di ragionare sul perché la città inesorabilmente avanzi.

 Mutualismo

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Foto: M. Barzi

Già, ma perché l’avanzata della città è inesorabile? Secondo Lewis Mum­ford, fin dal suo primo apparire nella storia dell’umanità,  la città deve la sua irresistibile ascesa  al fatto di riunire entro un’area limitata funzioni precedentemente disseminate e disorganizzate, dove per disordine e disseminazione s’intende la rete di villaggi, sorta a partire dal controllo delle risorse naturali. Le sollecitazioni impresse sul villaggio rurale da necessità diverse da quelle della semplice sopravvivenza, ed incarnate da figure specializzate dall’uso di determinati utensili e conoscenze, aveva bisogno di un’altra organizzazione dello spazio che utilizzasse la presenza di elementi naturali, come il fiume, in modo inedito e non solo legato ai bisogni dei componenti della comunità. Così il corso d’acqua non è più solo una provvista d’acqua ma il primo vei­colo effi­cace per il tra­sporto di massa,  (Mum­ford, 1961). D’altra parte le eccedenze agricole, cioè il primo elemento di pressione sull’equilibrio del villaggio rurale, con le tecniche di trasporto potevano essere scambiate con quelle di territori remoti. Fu questa espansione che intensificò le comunicazioni nello spazio e nel tempo, favorì una fioritura di invenzioni e insieme uno sviluppo su larga scala dell’ingegneria civile e infine, elemento che non è certo il meno importante, provocò un nuovo impressionante aumento della produzione agricola, ci ricorda l’autore de La città nella storia.

Città e campagna non sono quindi due fenomeni in contrapposizione ma esempio del mutualismo ( si direbbe con il termini botanico coniato per qualificare la natura dei licheni che sono un’associazione fra alga e fungo) che connota in buona misura l’insediamento umano sulla terra. Un conto è sottolineare quanto sia in pericolo il presupposto ecosistemico sul quale si basa questo mutualismo, altro è invitare, come ha recentemente fatto lo storico Piero Bevilacqua,  a libe­rare la figura dell’uomo cit­ta­dino dalla sua sovra­strut­tura ideo­lo­gica di essere sociale, mero pro­dotto della sto­ria, fab­bro di se stesso tra­mite il domi­nio tec­nico sulla natura, e a  guar­dare agli uomini quali sog­getti viventi, mem­bri della “comu­nità bio­tica” che popola la fore­sta urbana.  Se da una parte si può convenire sul fatto che l’ecosistema urbano abbia la sua componente biotica prevalente, anche se non esclusiva,  negli esseri umani, dall’altra bisogna saper guardare all’elemento che sopra ogni cosa differenzia i suoi abitanti dalla comunità biotica del banco di ostriche, ecosistema che si comporta in modo analogo alla città anche se con differenti ricadute ambientali.  Cioè bisogna ammettere che è la civiltà, questa particolare combinazione di creatività e di controllo, di espressione e di repressione, di tensione e di rilassamento (Mumford, 1961), che ha consentito la formazione dell’ecosistema urbano.

Che senso ha quindi puntare il dito sulla città come il fattore primo che minaccia la disponibilità dei beni comuni quando essa è nata proprio per ottimizzarne la fruizione? Nel processo di sfruttamento delle risorse naturali che ne ha compromesso la rinnovabilità e generato fenomeni come il riscaldamento del clima, le superfici agricole industrializzate non sono meno implicate delle aree urbane poiché entrambe rientrano nei paradigmi della crescita illimitata che ne hanno orientato gli sviluppi da qualche generazione a questa parte. E’ questo il punto dal quale partire per una discussione seria sul futuro delle città.

Meglio evitare di usare i principi dell’ecologia urbana in chiave antiurbana attraverso l’evocazione di una disparità di controllo sui beni comuni tra dentro e fuori la città, quando il problema è, all’opposto, dentro le città, nelle differenze sociali dei suoi cittadini, differenze che implicano un diverso accesso a risorse come il suolo, acqua ed aria pulite. Anche l’uso dello spazio pubblico, che Bevilacqua indica come modello di uso ega­li­ta­rio della città, non si sottrae a queste differenze,  che molto spesso si manifestano attraverso il genere, il colore della pelle, la lingua che si parla, l’età e l’abilità fisica.

Al contrario, è una maggiore equità nell’uso delle risorse e nell’accesso alle opportunità per gli abitanti delle città, l’unico strumento di controllo della loro crescita ambientalmente iniqua, che espelle i cittadini più deboli e ne conferisce lo status solo a coloro che possono pagare i benefit dell’esistenza urbana, compresi gli stili di vita più sostenibili spesso promossi da chi governa le città come strumenti di creazione del consenso.

Attenzione quindi alle ricette regeressive, come quella del  ritorno ai principi che governano una comunità biotica anziché un’organizzazione sociale, e non c’è bisogno di tirare in ballo Aristotele per ricordarsi che l’uomo è per natura un animale sociale.

Riferimenti

L. Mumford, The City in History, 1961. Trad. it. La città nella storia, Mondadori, 1967.

P. Bevilacqua, La città. Un ecosistema di beni comuni, 17 gennaio 2014, Eddyburg