Claudio Abbado: la musica e la città

claudio-abbado-conducts-the-simon-bolivar-youth-orchestraDai concerti per lavoratori e studenti, eseguiti nelle fabbriche e nei palazzetti dello sport, alla proposta di tornare a dirigere la Scala in cambio di novanta mila alberi, distribuiti  come un “filo verde” dal centro alla periferia, la vicenda umana di Claudio Abbado ci ricorda quanto stretti siano i rapporti tra musica e città.

L’idea che negli anni ‘70 condivise con Pollini e Nono di far uscire il repertorio classico dall’atmosfera aulica del teatro e, viceversa, di portare nel teatro lirico i settori sociali che ne sono tradizionalmente esclusi, oltre al progetto, condiviso con Renzo Piano e mai realizzato, di una infrastruttura verde per Milano, le iniziative di Abbado sono indizio di quanto egli fosse consapevole dell’osmosi tra città ed  luoghi della produzione culturale.

Alla stessa consapevolezza appartiene la collaborazione con El Sistema di Antonio Abreu un programma di didattica musicale, pubblico e gratuito, che ha raggiunto trecento mila bambini delle periferie e dei quartieri poveri e degradati del Venezuela e di altri paesi. L’obiettivo del progetto è prevenire l’emarginazione, che ha come risvolto la violenza, la criminalità, il consumo di droga, attraverso lo studio della musica. Alcuni di loro riescono ad entrare nell’Orchestra Giovanile Simón Bolívar, ormai affermata a livello internazionale, che Abbado ha diretto e che ha ispirato il documentario di Cristiano Barbarossa  A Slum Synphony, di cui proponiamo qui un estratto.

Qui una testimonianza di Abbado a proposito della partecipazione  a questo straordinario progetto di coesione sociale e di contrasto del degrado urbano.

Risposta al ragazzo della via Gluck, Giorgio Gaber (1966)

Contributi Musicali all’Urbanistica | Puntata 3

Perché non provare a leggere i fenomeni urbani e suburbani attraverso gli indizi lasciati dalla musica?

gluck_gaberAbbiamo già parlato dell’ingenuo ragazzo della via Gluck, che in pieno boom edilizio guarda stranito l’irrefrenabile espansione della città, con il cemento che si sostituisce all’erba. Non abbiamo però ancora parlato di un altro ragazzo, quello di cui parla la “Risposta al ragazzo della via Gluck” di Giorgio Gaber.

Giorgio Gaber, nome d’arte di Giorgio Gaberscik, nasce a Milano il 25 gennaio 1939 da padre triestino e madre veneta, emigrati in Lombardia in cerca di fortuna. Come i genitori di Celentano insomma. Di salute cagionevole, il “Signor G” incomincia a suonare la chitarra a nove anni, come esercizio di riabilitazione dopo un incidente alla mano sinistra, e se ne innamora.
Gaber comincia la propria carriera di musicista in una Milano anni ’50, invasa dalle nuove sonorità del Rock’n’Roll importato dall’America. Conosce e collabora con Celentano, Jannacci e Tenco e crea il nuovo stile ibrido del “Teatro canzone”. Tutti i brani di Gaber, da inizio carriera fino al 2003, anno della sua scomparsa, sono caratterizzati da sottile ironia e interesse verso temi sociali, senza tralasciare la città e chi la abita.

Il brano che vi proponiamo oggi è uno di questi. Tra i testi scritti e cantati da Gaber, non è né il più famoso e probabilmente non è neanche quello meglio riuscito a livello musicale, ma offre un punto di vista decisamente interessante, in quanto volutamente opposto a quello del Ragazzo della via Gluck di Celentano. Nella Risposta al ragazzo della via Gluck il problema infatti non sono le aree verdi cementificate, ma le aree urbanizzate degradate destinate alla realizzazione di aree verdi:

Ma quella casa ma quella casa ora non c’è più

Ma quella casa ma quella casa l’han buttata giù

Se Celentano nel Ragazzo della via Gluck raccontava parte della sua giovinezza, Gaber preferisce immaginarsi un ragazzo “medio”, anche lui residente in periferia, in cui qualunque ragazzo della medio-bassa borghesia milanese potrebbe immedesimarsi. Un ragazzo decisamente sfortunato.

In affitto in una piccola casa di ringhiera, “fitto bloccato e servizi di corte”, dopo la morte della madre, e sul punto di sposarsi, il protagonista della storia di Gaber si vede tolta la casa… Sfattato, ironia della sorte, perché la sua casa deve essere abbattuta per far spazio ad un prato:

Già tutto è pronto, le pubblicazioni
il rito in chiesa e i testimoni
quand’ecco arriva un tipo astratto
con barba e baffi e avviso di sfratto

e quel palazzo un po’ malandato
va demolito per farci un prato
il nostro amico la casa perde
per una legge del piano verde

Qui si ritrova tutto il gusto di ricostruire le dinamiche e le politiche urbane dal basso e dalla musica! Eh sì, perché in questa strofa Gaber fa riferimento a uno dei punti previsti dal quarto governo Fanfani,  della prima metà degli anni ’60: esecuzione del “piano verde” per lo sviluppo agricolo. Firmato il 2 giugno 1961 da Amintore Fanfani, il Piano Verde avrebbe dovuto avviare l’agricoltura nazionale verso una fase nuova, nettamente distinta dall’arretratezza che aveva contraddistinto fino a quel momento il principale settore economico del Paese. Obiettivi che vennero raggiunti solo in parte, ma che vennero affiancati anche da altre azioni mirate al superamento del degrado dato dall’industrializzazione: gli anni sessanta sono stati infatti anche gli anni in cui è cominciato il dibattito degli standard, dei servizi e delle aree verdi urbane.

Rinviando ad altra occasione una valutazione dell’efficacia del Piano Verde, non è comunque dato sapere se la storia raccontata da Gaber sia realmente accaduta o se rappresenta un caso di fantasia estrema. Di sicuro, l’ironia con cui il pezzo si chiude (“E’ ora di finirla di buttar giù le case per fare i prati”, “Io non capisco perché non buttano giù i palazzoni del centro: quelli sì che disturbano! Mica le case di periferia!”) è lontana anni luce dall’ingenuità populistica del Molleggiato, e molto probabilmente più vicina alla semplice realtà:

“I soliti problemi! Qui non si capisce mai niente”.

Riferimenti:

Giorgio Gaber – La risposta al Ragazzo della via Gluck

Marco Romano, L’urbanistica in Italia nel periodo dello sviluppo 1942-1980, Marsilio

Marcello Fabbri, L’urbanistica italiana dal dopoguerra a oggi, De Donato

Edoardo Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza

Federica Manenti, Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano (1966), Millennio Urbano

Il ragazzo della via Gluck, Adriano Celentano (1966)

Contributi Musicali all’Urbanistica | Puntata 2

Perché non provare a leggere i fenomeni urbani e suburbani attraverso gli indizi lasciati dalla musica?

Gluck quadratoPiù o meno negli stessi anni in cui Petula Clark decantava la Downtown, in Italia si viveva un periodo di prosperità, segnato, oltre ad una fase di crescita economica, anche da un forte aumento demografico e da un’espansione urbana rapida e difficilmente controllabile, che ha modificato irreversibilmente i territori urbani e periurbani. Il cambiamento è stato così sentito che il tema ha trovato spazio nel panorama musicale del periodo,  come dimostra il celebre “Ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano.

Celentano, con 150 milioni di dischi venduti, è l’artista italiano con le più alte vendite di dischi stimati, a pari merito con Mina. La sua carriera musicale comincia nel 1958, confermandolo ben presto uno dei principali esponenti del Rock’n’Roll a Milano e in Italia, insieme a Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.

I genitori, originari entrambi di Foggia, erano emigrati in Lombardia per motivi di lavoro e vivevano nel quartiere milanese di Greco, in via Gluck 14. È lì che, esattamente 76 anni fa, il 6 gennaio del 1938, nasce il Molleggiato.

“Il ragazzo della via Gluck” è una ricostruzione autobiografica che descrive come l’ambiente della casa natale di Celentano (ma non solo la sua) sia stato stravolto in una decina d’anni, quelli in cui si è allontanato per intraprendere la carriera musicale: “Là dove c’era l’erba ora c’è una città”.

Il brano, presentato con scarso successo a San Remo nel 1966, è divenuta una delle canzoni più rappresentative del Molleggiato e della stessa generazione che ha vissuto il boom edilizio tra gli anni ’50 e ’60, come si può vedere già nella prima strofa:

Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso in via Gluck,

in una casa, fuori città, gente tranquilla, che lavorava.

Celentano racconta come “la città” fosse vista come luogo del benessere e del progresso, dove le case erano dotate di bagno e non ci si doveva lavare in cortile. Un luogo dove trovare ciò che non si trovava lì, nel “fuori città”. Se in “Downtown” la contrapposizione era tra il suburbio e il centro città, qui la distinzione è tra il “fuori città”, caratterizzato dalla presenza dell’erba e del verde, e la “città”, caratterizzata invece dalla presenza delle fabbriche e del cemento: “a piedi nudi a giocare nei prati, mentre qua in centro respiro cemento”.

È interessante notare come Celentano non parla di sprawl, di suburbio, di periferia: casa sua, per lui, era collocata in uno spazio ibrido, tra campagna e città, vicino alla stazione di Greco, a nord di Milano. Lo shock maggiore è proprio generato dalla trasformazione radicale del suo fuori città in un’appendice espansa della città. Il tutto in meno di una decina d’anni:

Torna e non trova gli amici che aveva,
solo case su case,
catrame e cemento. 

Là dove c’era l’erba ora c’è una città,
e quella casa in mezzo al verde ormai
dove sarà. 

Il brano si conclude con uno sfogo, rafforzato dalla nostalgia per aver perso la casa natale, che potrebbe sembrare un po’ ingenuo: “non so perché continuano a costruire le case e non lasciano l’erba”.
Ingenuità, o qualsiasi cosa sia, il brano ha generato grande interesse artistico nella corrente neo-realistica di Pasolini, che dalla canzone avrebbe voluto trarre un film mai realizzato; qualche critica più o meno ironica, come la Risposta al Ragazzo della via Gluck, di Gaber, e numerose riproposizioni nei panorami musicali esteri, con cover in francese, inglese e addirittura svedese!

A dimostrazione del fatto che di vie Gluck ce ne sono tante e che le città, ovunque si trovino, non sono fatte solo di edifici.

Riferimenti:

Adriano Celentano – Il Ragazzo della via Gluck (Youtube)

Marco Romano, L’urbanistica in Italia nel periodo dello sviluppo 1942-1980, Marsilio

Marcello Fabbri, L’urbanistica italiana dal dopoguerra a oggi, De Donato

Edoardo Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza

Federica Manenti Downtown, Petula Clark (1964-65), Millennio Urbano