Cetacei Urbani

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Foto: M. Barzi

La sagoma scura che appare nel bel mezzo della Darsena Medicea di Portoferraio (Isola d’Elba) non è quella di un delfino, come qualcuno aveva segnalato. Si tratta di un animale molto più grande, anzi di un paio di animali più grandi: due balenottere comuni, per essere precisi.  Il cucciolo (6 metri) resta incagliato tra le piccole barche da diporto ormeggiate in una delle calate della darsena, mentre la madre (10 metri) continua a cercarlo nelle acque più aperte.  La brutta avventura per i due cetacei finisce quando una imbarcazione della Capitaneria di Porto riesce finalmente a scortarli fino in mare aperto, avendo prima fermato l’intenso traffico navale della rada.

Le balene vanno in città

L’avvistamento del 4 settembre 2014 non è unico ed è già capitato altre volte che le balene andassero ad infilarsi nel luogo più centrale del nucleo antico della piccola città elbana. Il fenomeno dei grandi mammiferi marini che arrivano in porto – ovvero in un’area urbana a tutti gli effetti –  si sta verificando con maggior frequenza:  a Genova un fatto analogo è accaduto il 20 ottobre scorso.  Per spiegarlo, tra le diverse ipotesi formulate, vi è il rumore delle navi che incrociano gli spostamenti dei cetacei nell’area del Tirreno dove si situa il Santuario Pelagos (oltre all’uso di sonar per scopi militari o ricerche petrolifere), che causerebbe il disorientamento sonoro nei soggetti più giovani.

Il Santuario dei cetacei si estende per 87.500 chilometri quadrati in un’area del Mediterraneo che va dalla Costa Azzurra, alla Liguria, fino al nord della Sardegna. Una grande regione marina sulle cui sponde vivono otto milioni di abitanti, vi sono città portuali di grandi e medie dimensioni che sviluppano un notevole traffico commerciale e dove l’afflusso turistico è molto alto: solo nel settore francese nove volte tanto i residenti nel corso di un anno.

Conflitto o convivenza

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Foto: M. Barzi

Il traffico merci e passeggeri genera un rete di corridoi di navigazione che lo solcano e che espongono balene e capodogli al rischio di morte per collisione. Petroliere, portacontainer e navi da crociera sono la principale minaccia per queste specie. L’istituzione del Santuario Pelagos si presenta quindi come un caso da manuale di gestione del conflitto  tra attività umane e ambiente, dove si manifesta in tutta la sua evidenza la contraddizione tra sviluppo e conservazione.  E tuttavia qualche esempio in controtendenza, qualche azione che provi a rafforzare la convivenza tra grandi mammiferi marini e gli esseri umani è possibile trovarla.

Il progetto Delfini Metropolitani ad esempio, promosso dalla Fondazione Acquario di Genova, svolge ricerche sulle abitudini del tursiope, un delfino particolarmente presente nell’areale costiero tra Genova e La Spezia. L’obiettivo è la comprensione di come gli impatti ambientali generati da un territorio fortemente antropizzato interagiscano sui comportamenti di questa specie di cetacei. Le fotografie degli animali osservati nel settore compreso tra Pegli e Nervi, a Genova, spiegano perfettamente perché il progetto sia stato denominato così.

Promuovere la convivenza tra grandi agglomerati urbani e i mammiferi marini ha bisogno di conoscenze scientifiche e di sensibilizzazione. Con questi obiettivi sono nate iniziative che organizzano escursioni di whale watching allo scopo di coinvolgere i partecipanti nel monitoraggio del numero di esemplari delle differenti specie e di studiarne il comportamento. A questo riguardo negli Stati Uniti esiste una consolidata tradizione di pratiche di citizen scientist , ovvero il coinvolgimento dei cittadini in spedizione di carattere scientifico. L’associazione Gotham Whale studia il comportamento delle megattere che in numero crescente popolano la rada di New York. Sembra che il miglioramento della qualità delle acque aumenti la disponibilità di cibo per questi enormi cetacei che emergono, nell’atto di deglutire, proprio davanti allo skyline della metropoli atlantica.

Coinvolgimento

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Foto: M. Barzi

La partecipazione dei cittadini a queste forme di osservazioni scientifiche riesce anche a produrre il loro coinvolgimento sugli obiettivi di conservazione ambientale. Le grandi città e gli agglomerati urbani in genere, che hanno grandi responsabilità riguardo alle ricadute negative sugli ecosistemi, possono quindi svolgere un importante ruolo di sensibilizzazione dei loro abitanti riguardo alle iniziative di protezione della biodiveristà: dal miglioramento della qualità dei corpi idrici alla riduzione della velocità delle navi o all’applicazione di sistemi di rilevamento della presenza di cetacei.

Resta però da affrontare la questione dei numeri stratosferici del turismo di massa, che consumano i luoghi anziché scoprirli ed apprezzarli. Le crociere nel Mediterraneo a bordo delle grandi navi  – in crescita malgrado il disastro della Costa Concordia – e l’incremento dei collegamenti navali con le isole incluse nel perimetro del Santuario, durante la stagione turistica, sono ostacoli che rendono difficile la pacifica convivenza tra umani e cetacei. C’è effettivamente da chiedersi che senso abbia istituire una zona di protezione della fauna marina e poi lasciare indisturbate le potenziali minacce  e persino incrementarle. Le escursioni urbane delle balenottere, da questo punto di vista, ci aiutano a ricordare che questi grandi mammiferi vivono  in quello stesso mare che fa da teatro alle nostre vacanze e non solo nello sterminato oceano. Se arrivano fin dentro alle città, sino a lambire i moli di attracco delle imbarcazioni da diporto, è perché noi abbiamo ampiamente invaso il loro ambiente con i nostri comportamenti. Cerchiamo di conoscerle e di proteggerle anziché consumare anche loro con una facile esperienza di whale watching  da farsi in un centro urbano.

Riferimenti

Qui maggiori informazioni sul Santuario Pelagos, il progetto Delfini Metropolitani e le attività dell’associazione Gotham Whale.

Resilienza: se New York impara da Venezia

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Foto: M. Barzi

Piove ormai da troppo tempo in questa anomala estate 2014, e ci si chiede se si tratti di anomalia una tantum, di quelle che appartengono alle statistiche metereologiche, o se siamo invece davanti al segno evidente del cambiamento climatico. Provando ad immaginare situazioni come questa, protratta nel tempo e con precipitazioni a volte molto intense e ricorrenti in ogni stagione, si arriva inevitabilmente alla conclusione che prima o poi saremo costretti a convivere con le strade sempre più  percorse dall’acque , oltre che dal traffico veicolare.

In termini più generali, però, ciò vorrebbe dire sperimentare sul campo il concetto di resilienza, che poi vuol dire testare la capacità dell’ecosistema urbano di ripristinare più o meno spontaneamente la sua omeostasi. Più semplicemente si tratta di capire quanto sarà naturale l’adattamento ai cambiamenti climatici, ma anche quali modifiche andranno apportate alla forma urbana.  

Resilienza

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Foto: M. Barzi

Una città come Venezia convive da sempre con la possibilità che l’acqua invada gli spazi dedicati ad ai flussi di persone e merci, e tuttavia è stato un evento eccezionale come l’alluvione del 1966 ad allarmare riguardo alle condizioni che garantiscono l’equilibrio nei rapporti tra terra, acqua e popolazioni. Un progetto molto discusso come le barriere mobili del MoSE, poste ai varchi tra la laguna ed il mare, dovrebbe appunto servire a mitigare gli effetti della combinazione tra abbassamento del livello del suolo ed innalzamento delle maree innescate dal cambiamento climatico. E’ la preoccupazione per la capacità di essere ancora resiliente rispetto all’invadenza dell’acqua, aspetto sul quale si fonda la millenaria storia della città, la ragione delle opere di regimazione dello scambio tra mare e laguna alla quali appartiene il MoSE. Venezia è una città modello di convivenza con l’acqua al quale non a caso guarda New York nel pianificare le strategie di difesa dopo eventi come l’uragano Sandy del 2012. Un anno dopo,  il sindaco Bloomberg, alcuni tecnici della sua amministrazione e la direzione dello Storm Recovery dello Stato di New York, erano a Venezia per capire come attrezzarsi nel cas odi eventi analoghi e per informarsi sul funzionamento delle paratie mobili all’interno del progetto complessivo di salvaguardia della laguna. L’uragano, che ha consentito alla metropoli di testare la propria resilienza,  è stato quindi l’occasione per avviare una riflessione complessiva sulle strategie di adattamento a lungo termine ai cambiamenti climatici.

Scenari a breve termine

A questo riguardo il settore Housing and Urban Development dell’amministrazione newyorchese ha promosso il concorso “Rebuilt by Design”, finalizzato alla ricerca di risposte che si discostino dagli interventi standard di gestione dei postumi di una catastrofe naturale. Da un anno dieci gruppi di progettazione interdisciplinare stanno elaborando soluzioni innovative per la regione urbana che è stata interessata dal passaggio dell’uragano. Il Big U, ad esempio,  è un sistema di opere attorno alla parte meridionale di Manhattan composto da terrapieni coperti da vegetazione e barriere in muratura. Esso garantirebbe una protezione dall’innalzamento dell’acqua della baia fino al 2050. Si tratta quindi di uno scenario che dal punto di vista dei processi ambientali può essere considerato di breve termine e che trasformerà notevolmente il disegno urbano del settore più esposto agli effetti devastanti dell’acqua. Anche New Orleans negli anni Sessanta si era dotata di argini che hanno resistito fino al 2005, anno della devastazione di Katrina. Klaus Jacob, ricercatore scientifico presso il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University,  invita però a prendere in considerazione i modelli d’innalzamento del livello del mare al 2100: forse non vale la pena spendere decine di milioni di dollari per interventi che dopo mezzo secolo potrebbero essere  inutili.

Imparare da Venezia…

Per capire davvero come si convive con l’acqua – sostiene Jacob – New York dovrebbe prevedere, almeno nelle zone soggette alle inondazioni attuali e future,  “infrastrutture sommergibili”. Ciò significherebbe spostare dal piano strada a quelli superiori ed ai tetti i sistemi di accesso agli edifici ed eventualmente collegare i grattacieli con High-line, come quella riconvertita in parco ricreativo non lontano dal fiume Hudson. Insomma entro il 2100 New York avrebbe  bisogno di trasformare molte strade in canali simili a quelli di Venezia, per il bene delle attività economiche e per consentire che i flussi di merci, servizi, rifiuti e persone non incontrino ostacoli, ma possano usufruire di metropolitane a tenuta stagna, e, se necessario, di chiatte, traghetti e taxi d’acqua. Lo scenario che Jacob suggerisce prende quindi in considerazione un innalzamento tale del livello dell’acqua da rendere necessario che con essa si impari a convivere per sempre. Esattamente quello che Venezia fa dalla sua fondazione e che ora viene preso a modello per ridisegnare una metropoli resiliente nella quale, alla fine del secolo, la popolazione potrebbe aver superato i dieci milioni di abitanti (un incremento di un milione di abitanti rispetto agli attuali 8,3 è atteso nei prossimi 15 anni).

…ma anche da New York

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Foto: M. Barzi

Così come New York  è inseparabile dalla sua baia, Venezia coincide con la sua laguna. Alla luce degli scenari che, indipendentemente delle suggestioni di Jacob, prevedono a breve termine l’1% della superficie della metropoli americana interessata dalle inondazioni,  a Venezia ridurre la questione della protezione dall’innalzamento dell’acqua del mare alla mera regolamentazione dello scambio con quelle della laguna avrebbe davvero poco senso. Scegliendo il MoSE, invece delle alternative possibile di riduzione sostenibile dell’afflusso di acqua marina, si è preferito sostituire le leggi della natura che regolano l’ecosistema lagunare con quelle della tecnica su cui si basa il progetto ingegneristico delle barriere mobili  (i cui costi elevatissimi e la corruzione costituiscono una sorta di beffa oltre al danno). Allora se per immaginare se stessa fra poco meno di un secolo New York guarda a Venezia, forse Venezia potrebbe guardare ai progetti per migliorare la resilienza al cambiamento climatico che New York  sta adottando.  Magari riflettendo sul fatto che essere un modello di capacità di adattamento ai mutamenti di un particolare sistema ambientale può essere di per se una buona base per le strategia di sopravvivenza futura.

Riferimenti
K. Jacob, Climate Scientist: Manhattan Will Need “Venice-Like Canals” to Stop Flooding, Next City, 25 giugno 2014.
E. Salzano, La Laguna di Venezia e gli interventi proposti, Eddyburg, 15 gennaio 2008.

New York, il racconto delle due città

Poco si sa dei 50.000 abitanti di New York –  dei quali 21.000 sono bambini – che ogni notte trovano rifugio in un dormitorio pubblico. Molto invece si conosce delle mirabolanti trasformazioni dell’era Bloomberg, attuate all’insegna della sostenibilità e, dopo la prova dell’uragano Sandy, della resilienza. La traduzione in pratica dei due concetti ha significato più efficienza energetica, meno auto, più mobilità pedonale e ciclabile,  il tutto per combattere i cambiamenti climatici.

Ma l’era Bloomberg  è stata anche contrassegnata dalla cosiddetta gentrification di numerosi quartieri, ovvero il processo di uniformazione verso l’alto, e sulla base del reddito, del profilo sociale degli abitanti.  La lobby immobiliare ha espulso decine di migliaia di affittuari fuori dal regime degli affitti a canone stabilizzato (un sistema che mette al riparo gli inquilini da aumenti indiscriminati) ed è in questo modo notevolmente cresciuto il rischio per molti di loro di tramutarsi in homeless.

Che New York sia diventata una città per ricchi lo dimostra quella metà di abitanti che spende oltre un terzo delle proprie entrate per pagare l’affitto, quota che sale fino alla metà per il terzo più povero della popolazione. In questa situazione per molti è diventato faticoso pagare il riscaldamento ed  altri servizi  di base. Il problema dei proprietari di casa senza scrupoli ha tali proporzioni che durante il suo incarico di Public Advocate Bill de Blasio, diventato sindaco il 5 novembre 2013, aveva istituito una lista dei peggiori di loro, redatta sulla base di comportamenti scorretti come rifiutarsi di apportare migliorie o tenere sfitti interi caseggiati (contando sulla ripresa del mercato), piuttosto che affittarli ai meno abbienti.

Il racconto delle due città

E’ uno scenario da racconto di Charles Dickens  – non a caso definito The Tale of Two Cities – quello che de Blasio ha denunciato durante la sua campagna elettorale. La lotta alle enormi disparità  in cui è divisa la popolazione,  il superamento delle due città – da una parte quella dei ricchi che hanno investito nelle operazioni immobiliari e dall’altra quella di chi fa fatica a permettersi una casa decente –  la preservazione e la creazione di 200.000 (80.000 di nuova costruzione) alloggi economicamente sostenibili, sono diventati gli obiettivi del suo mandato di sindaco.

La riduzione delle disuguaglianze tra i newyorkesi  passa attraverso l’aumento della mobilità sociale cha ha nel miglioramento delle condizioni abitative un tassello fondamentale. E d’altra parte i fattori che storicamente hanno attratto la popolazione in una grande città come New York  – la disponibilità di servizi e tutto ciò che rende possibile non rimanere imprigionati nella spirale della povertà – oggi rischia di funzionare solo per pochi se l’accesso alla casa non viene garantito a tutti.

Governare la  città significa quindi lavorare sulla sua parte fisica per farla diventare un agente del progresso sociale, invertendo la tendenza che ha portato oltre un quinto della popolazione a vivere in condizioni di povertà anche per colpa dell’incremento del costo della casa. Il programma di de Blasio indica l’obbligatorietà delle abitazioni per i redditi medio-bassi negli interventi di  riqualificazione urbanistica  e di azioni che favoriscano l’inclusione dei meno abbienti nel quartiere dove essi si attuano. Vi è inoltre la previsione di alzare il livello di tassazione – attualmente molto basso grazie ad un appiglio legale – per i proprietari che lasciano le abitazioni sfitte.

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Foto: M. Barzi

Con le maggiori entrate fiscali de Blasio conta di poter realizzare 4000 nuovi alloggi accessibili per i redditi medio-bassi , mentre altri 50.000 sono previsti negli interventi di  riqualificazione urbanistica e 11.000 potranno essere resi disponibili indirizzando 1 miliardo di dollari di fondi pensione in opere di ristrutturazione. Ma vi sono anche forme di sostegno ai piccoli proprietari per la manutenzione degli immobili, voucher  d’integrazione al canone di affitto e gli interventi di riabilitazione degli alloggi di proprietà pubblica in condizioni di estremo degrado, dove vive  quasi mezzo milione di persone. Come già faceva durante il suo incarico di Public Advocate, de Blasio ha promesso che da sindaco affiancherà le battaglie degli inquilini con forme di sostegno legale gratuito per evitare  le espulsioni dalle abitazione a canone regolato.

Rispetto all’amministrazione Bloomberg, durante la quale  – sostiene de Blasio – si sono perse tante abitazioni a buon mercato quante ne sono state realizzate, si tratta di una decisa inversione di la rotta. Una politica abitativa che riduca le differenze, rinforzi la classe media, che sta sparendo dalla composizione sociale di New York, ed impedisca ai più poveri di tramutarsi in senza tetto, va controcorrente rispetto all’eredità dell’amministrazione precedente, che ha fatto della sostenibilità e della vivibilità una bandiera, senza preoccuparsi molto delle ricadute sociali del proprio operato. Le zone pedonali, le piste ciclabili ed i parchi realizzati durante i tre mandati  del sindaco miliardario sono certo stati apprezzati dai turisti e dai ricchi residenti delle zone socialmente modellate dalla gentrification,  ma  hanno  soprattutto favorito gli operatori immobiliari, non certo le classi medio-basse sempre di più confrontate con gli effetti delle disuguaglianze.

Il programma di de Blasio prende atto di una realtà che probabilmente farà di New York un luogo meno scintillante rispetto a quello dell’era Bloomberg, ma è il prezzo da pagare per una città più equa.

Riferimenti

One New York, Rising Together, Safe, Affordable Homes for All New Yorkers