Musica, architettura e periferia

Alla fine della sua vita Claudio Abbado aveva speso molte energia per la concretizzazione di un’idea che, alcuni decenni prima, aveva caratterizzato la sua carriera di direttore di orchestra. Dai concerti per lavoratori e studenti, eseguiti nelle fabbriche e nei palazzetti dello sport negli anni ’70, Abbado si era da ultimo dedicato alla collaborazione con El Sistema di Antonio Abreu, un programma di didattica musicale –  pubblico e gratuito – che ha raggiunto trecento mila bambini delle periferie e dei quartieri poveri e degradati del Venezuela e di altri paesi. Lo studio della musica ha la funzione di prevenire l’emarginazione, che ha come risvolto la violenza, la criminalità, il consumo di droga. La musica insomma contro il degrado dei barrios, o favelas o slums terzomondiali e che in fin dei conti è comune a tutte le periferie del mondo.

Pantin, una comunità di 50.000 abitanti posta al di là del Boulevard Périphérique che storicamente separa Parigi dalla sua periferia, si trova proprio di fronte alla nuova Philharmonie realizzata su progetto di Jean Nouvel e appena inaugurata. Molti giornalisti sono accorsi qui la settimana scorsa, dopo il massacro di Charlie Hebdo per cercare il punto di vista degli abitanti di questa banlieue dove la popolazione è in gran numero di religione musulmana. Qui la polizia ha svolto le prime perquisizioni per rintracciare gli aggressori Charlie Hebdo e sempre qui il complesso di edilizia residenziale pubblica Les Courtillières è stato nel passato set cinematografico per registi che hanno voluto raccontare la povertà e l’emarginazione dei Grands Ensambles.

La Philharmonie si trova ai margini del Parc de la Villette, nel 19° Arrondissement a nord-est di Parigi, proprio all’interno di quel raccordo anulare che simboleggia il divario tra il centro ricco di Parigi e le classi lavoratrici povere delle periferie. La sfida è rendere i concerti di musica classica – il cui pubblico di riferimento è composto in media da sessantenni che abitano in centro – attrattivi anche per la popolazione più giovane delle banlieue. Laurent Bayle, il presidente della Philharmonie, ha definito la sala per i concerti dell’Orchestre de Paris «il primo edificio culturale della Grande Parigi» ovvero della città metropolitana la cui costituzione come ente è prevista fra un anno.

Un ponte tra centro e periferia

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Foto: www.philarmoniedeparis.fr

«La Philharmonie de Paris, si erge come un volo di colombe. Le sue onde tentacolari di cemento e acciaio,  progettate dall’archistar Jean Nouvel, simboleggiano la fine dell’ostracismo verso i quartieri difficili delle vicinanze», chiosa poetico il New York Times. Realistico, invece,  il sindaco di Pantin Bertrand Kern, che chiama la Philharmonie «una buona notizia»,  ​​ma osserva come la promozione della musica classica richieda un lungo processo di apprendimento delle persone e relativo tempo. Altri commentatori giustamente ricordano che gli abitanti delle banlieue a volte non hanno mai visto la Tour Eiffel e spesso non sono nemmeno considerati francesi anche se sono in possesso della nazionalità.

«Vogliamo cambiare il modo di pensare la musica nel tempo libero» – ha dichiarato Marie-Hélène Serra che guida il programma educativo della Philharmonie – «in modo da rendere possibile la partecipazione ad una prova, rimanere per pranzo dopo il concerto, parlarne in un discussione speciale dopo. Dobbiamo dare accesso alla musica classica molto presto nella vita delle persone e contrastare la tendenza all’invecchiamento del pubblico, in prevalenza fatto di donne». Ma può una nuova sala da concerti contribuire a rendere più concreto il concetto repubblicano di Egalité? «Non c’è niente di simile fino ad ora», ha aggiunto Laurent Bayle « Prima la Senna ha sempre definito l’asse delle istituzioni culturali».

Ampio è il dibattito sulla possibilità che l’architettura di Jean Nouvel, e la musica che è destinata a contenere, possano fare da ponte tra due parti ancora ben distinte della metropoli, ma è assai probabile che il processo di integrazione anche culturale del centro e della periferia richieda molto tempo e ben altre energie. Forse, a questo riguardo, la via da perseguire è quella sperimentata da Abbado quaranta anni fa: portare la musica direttamente nei luoghi che rappresentano la vita degli abitanti delle periferie.

Con tutte le difficoltà del caso, dato che nel frattempo alcuni di questi luoghi non esistono più,  ad esempio le fabbriche. L’idea che Abbado condivise con Pollini e Nono nella Milano degli anni’70 era di far uscire il repertorio classico dall’atmosfera aulica del teatro e, viceversa, di portare nel teatro lirico i settori sociali che ne sono tradizionalmente esclusi, indipendentemente dal fatto che si trattasse della più centrale delle ubicazioni, come nel caso della Scala di Milano.  Insomma la questione è molto più sociale che spaziale e da questo punto di vista El Sistema di Antonio Abreu e la vicenda dell’Orchestra Giovanile Simón Bolívar, che è costituita da giovani proveniente dalle periferie terzomondiali, è molto emblematica di dove debba essere collocata la priorità se si vuole che la cultura diventi uno strumento per le pari opportunità.

Che l’opera dell’archistar di turno possa avere un ruolo in questo processo complesso d’integrazione sociale e culturale è tutto da dimostrare. Sembra difficile immaginare che gli architetti, i quali – ha sottolineato Franco La Cecla nel suo Contro l’architettura –  hanno enormi responsabilità nella creazione del concetto, anche antropologico, di banlieue, possano ora farsi carico del suo rovesciamento. Altre sono le variabili in gioco, a partire dalla possibilità che s’inneschi la percezione, ad esempio da parte dei banlieusard, del loro essere parte della Grande Parigi al di là del confine segnato da un’autostrada urbana e sedimentato nell’immaginario collettivo.

Riferimenti

D. Carvajal, A Concert Hall in Paris Aims to Bridge Divides, The New York Times, 13 gennaio 2015.

Sul rapporto tra centro e periferia nella Grande Parigi si veda, M. Barzi, Sentieri metropolitani, Millennio Urbano, 5 aprile 2014.

Quando la strada appartiene alla folla

La grande manifestazione, che l’undici gennaio scorso ha portato due milioni di persone tra le strade di Parigi, tra le molte letture a cui si presta potrebbe annoverare anche quella che riguarda le caratteristiche spaziali del contesto in cui si è svolta: che i boulevard dell’urbanistica haussmanniana fossero il luogo della folla lo aveva raccontato Baudelaire mentre il loro procedere nel corpo della vecchia città era ancora segnato da cumuli di macerie. Ora, a distanza di un secolo e mezzo, la più grande manifestazione della Francia repubblicana ci consente di domandarci se il peculiare carattere urbano della sua capitale continui ad incarnare lo spirito di una civilizzazione. Qui  provo a fornire qualche spunto di riflessione a partire da qualche elemento della ricca letteratura disponibile sulla prima, grande e complessiva trasformazione di una città ad opera dell’urbanistica moderna.

La città come strumento

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Foto: La Stampa

Françoise Choay ha evidenziato quanto l’intento di Haussmann, al di là di imporre alla città l’ordine della società capitalista, fosse quello di portare alla luce l’essenza dell’idea di spazio che vi è sottesa e che ha nella circolazione – di merci e di persone –  «il segno della nuova società economica e tecnologica». Il Prefetto della Senna è quindi «il primo a trattare la città come uno strumento», lo spazio utile al pieno sviluppo delle idee e delle forze della società che esso interpreta. Ma egli non si limitò ad operare in nome e per conto del potere che lo aveva incaricato di quella gigantesca opera di trasformazione: la haussmanizzazione diventerà un processo destinato a durare oltre il Secondo Impero e a riguardare numerose città travolte dalle conseguenze del progresso capitalistico.

C’è però un altro aspetto della haussmanizzazione che travalica i cambiamenti del corpo della città e che ha a che fare con la sua carica simbolica. Secondo David Harvey «il deliberato piano di far assumere a Parigi il manto della Roma imperiale e diventare la testa e il cuore della civiltà in Europa ed oltre era centrale per gli sforzi di Haussmann». E’ la spettacolarizzazione della vita urbana  la più grande invenzione della capitale del XIX secolo, per usare le parole di Walter Benjamin. «L’ideale urbanistico di Haussmann erano gli scorci prospettici attraverso lunghe file di viali. Esso corrisponde alla tendenza che si osserva continuamente nell’Ottocento a nobilitare necessità tecniche con finalità artistiche. Gli istituti del dominio mondano e spirituale della borghesia dovevano trovare la loro apoteosi nella cornice delle grandi arterie stradali. Certe arterie erano ricoperte, prima della loro inaugurazione di una tenda, e quindi scoperte come monumenti».

Lo spettacolo della nuova Parigi dei boulevard sta in primo luogo nella grande possibilità di consumo che essi offrono. Una possibilità che inscrive nell’ordine spaziale il dato economico della divisione in classi.  Gli occhi dei poveri di Baudelaire,  fissi sullo scintillante café –  nuovo quanto lo è l’arteria del sistema circolatorio urbano che lo ospita e che è appena stata costruita –  osservano riflessa nelle sue vetrine l’immagine di una città che non conoscevano per essere stati, fino a quel momento, chiusi nel miserabile quartiere demolito dai Grands Travaux.

Marshall Berman nel suo Baudelaire: il modernismo per le strade ha descritto molto bene il dato ultimo, forse l’effetto meno previsto, dei piani del regime bonapartista: «I boulevard di Napoleone e Haussmann posero le nuove basi – economiche, sociali ed estetiche – per l’aggregazione di una enorme quantità di persone». E’ la vie parisienne fatta di negozi, botteghe caffè e ristoranti che hanno reso così animati i marciapiedi dei grandi viali, progettati in modo da creare ampi scorci prospettici anche grazie a filari di alberi che convergono nei punti di fuga delle piazze monumentali. E’ la modernizzazione dello spazio urbano che si produce sotto gli occhi di Baudelaire: la forma di una città può cambiare più velocemente del cuore di un mortale.

Modernità versus modernismo

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Foto: Moma.org

Le immagini della grande manifestazione di Parigi restituiscono la carica simbolica di una città che per la generazione di Berman è stato l’esempio, tanto a cui riferirsi come da demolire, del conflitto tra modernità e modernismo. Se l’idea di uccidere la strada fosse riuscita a compiersi pienamente, se il Plan Voisin di Le Corbusier fosse stato preso sul serio e l’autostrada, che ha dominato l’urbanistica novecentesca, avesse plasmato interamente lo spazio urbano, riuscendo a separare quelle «forze materiali ed umane esplosive» che nei boulevard  – il segno distintivo dell’urbanistica ottocentesca – si sono rimescolate, dove avremmo visto riversarsi quella folla enorme?

Non è una domanda oziosa: è possibile manifestare coma cittadini in assenza di uno spazio le cui caratteristiche fisiche consentano grandi resamblement? Non si può fare a meno di notare che la natura moderna della città che ha ospitato la storica manifestazione dell’altro ieri ha molto a che fare con le ragioni di chi manifestava. Al contrario le proteste che hanno portato nelle strade –  malgrado gli enormi sforzi compiuti dall’urbanistica novecentesca per cancellarle  – migliaia di cittadini contro, ad esempio, la costruzione degli stadi per i mondiali di calcio nelle città brasiliane o la distruzione di Gezi Park a Istambul raccontano una diversa storia dell’urbanizzazione come processo di modernizzazione.

I regimi totalitari, come il Secondo Impero bonapartista, conoscevano bene il valore simbolico degli spazi in cui tenere parate militari o le grandi adunate di popolo. La Comune di Parigi è stata, da questo punto di vista, una sorta di eterogenesi dei fini perché ha dimostrato che la simbiosi tra spazio pubblico e privato, che fa della la città un «corpo politico», può assumere forme inaspettate. Non è un caso che Harvey abbia visto a questo riguardo dei parallelismi con quanto è accaduto a New York negli anni ’60 con il movimento dei diritti civili, quando il Moloch modernista da abbattere erano le autostrade urbane di Robert Moses. In fondo è questa l’esperienza della modernità che ha raccontato Marshall Berman e i due milioni a Parigi ci hanno confermato che se «la strada, lo spirito moderno, continuano a dissolversi nell’aria» è ancora possibile sentirci a nostro agio nel mondo della modernizzazione.

Riferimenti

F. Choay, Le città. Utopie e realtà, Torino, Einaudi, 1973.

D. Harvey, The political economy of public space, 2005.

W. Benjamin, Parigi. La capitale del XIX secolo, in Angelus Novus, Torino, Einaudi, 1962.

M. Berman, Baudelaire: il modernismo per le strade , in Tutto ciò che è solido svanisce nell’aria, Bologna, Il Mulino, 1985.

Parigi, la luna e tu

Amare una citta.

Erano già in molti quel mattino ad averti notato, ma nessuno osava: appena iscritta al corso di lettere, indirizzo archeologia e beni culturali.

Primo giorno di lezione. Io, che ormai ero fuori corso, ti sedetti accanto nella gremita Aula Magna, avvolto nell’allure del fascinoso diritto internazionale. Nessuno badò alla cosa. Sui tuoi comignoli aleggiava la ben nota bruma mattutina.

Mi complimentai, mi sdilinquii, mi scomposi, mi rivestii. “Non tutti i giorni capita di trovarsi accanto una famosa città”, ti dissi. La cosa sembrò farti piacere. Ci presentammo.“Quel che subito affascina in me – dissi nel più fulgido stile Yves Montand – è che sono fuori corso.” Oh, fingesti di non capire, certo: ma entrambi, nel profondo del cuore, intuimmo la Verità.

Prendesti a punzecchiarmi, come sovrappensiero: la Tour Eiffel. La cosa non mancò di stuzzicarmi, eravamo molto giovani allora. Seguitasti tutta la lezione. Ti invitai a pranzo: “non so, sono un po’ in disordine, piove.” dicesti.

Capii che era solo per farti pregare, ma non insistei. Non facesti una piega. Ti invitai a pranzo.   “D’accordo – fu la risposta – Molto bene.” Ti invitai a pranzo. Accettasti con strana irritazione, punzecchiandomi con la Tour Eiffel. Non posso dire che mi dispiacesse: eravamo molto giovani.

Quel pomeriggio fummo sugli Champs Elisées e tu volesti assolutamente cucinare. « Je t’en prie, – insistesti – absolument ! ».Oh, absolument! Impazzivo per come lo dicevi. Davvero, lo trovavo terribilmente carino.

Amai all’istante ogni tuo arrondissement, poi pagai il conto. Non facesti una piega. Nel congedarmi, alle mie labbra sorsero confuse parole: che mai e poi mai io e te avremmo potuto essere semplici amici, che il nostro incontro esigeva un pegno mirabile e squisito, e tutto questo poco prima che avessi il mio delirium tremens e mi ricoverassero.

“Se non ti spiace la prossima volta vorrei essere io a cucinare!”, gridai forte. “Stia calmo.”, mi ingiunse l’infermiera.  Impazzii per come lo diceva.

Quella notte in camera il telefono squillò, la tua voce tremante all’altro capo. “Henri, j’ai compris, mon cher, je t’aime”. Annodai in fretta le lenzuola del letto, aprii la finestra e mi calai in giardino, firmai un nugolo d’autografi al personale paramedico.

E ti raggiunsi, finalmente ti raggiunsi. Mi amasti quella notte, malgrado tutto: malgrado tu fossi tanto ambita ed io nient’altro che uno sconosciuto che firma gardenie ed elefanti, malgrado neanche mi chiamassi Henri.

“Oh, ti prego, fa’ piano” – sussurrasti- sono un po’ in disordine, sai, hanno appena “eseguito” Robespierre”.  Allora ripensai alla tua storia altera e tumultuosa, alla Grandeur e ai pompier, al Tour de France e a Tintin. Perciò mi tenni sul vago.

“Sapresti – chiesi – sillabare minuziosamente il nome Ver-cin-ge-to-ri-ge?”.  Riuscisti a calmarti perdendo i sensi.  Ebbi cura di riporre la ghigliottina.

Mi punzecchiasti grata: la Tour Eiffel. Lo ammetto, provai una strana irritazione. Eppure un’onda di folla commossa gremì la rive gauche e trovò doveroso applaudire.

“Ti trovo cambiato.” osservasti. ”E’ che mi rendi talmente Romantico – ammisi – Romantico, hai presente? Sturm und Dra…” ”Pappamolla di un crucco”, ribattesti. Dalla rive gauche un gruppo di altezzosi intonò la Marsigliese.

Finsi di non capire, ma, nel profondo del profondo del cuore, tutti noi intuimmo la Verità. “Le tue bifore mi turbano – dissi con dignità- ma ti ammiro” “E’ che tengo alla mia archetipica sobrietà.” “Oh, je suis d’abord, vraiment!» assentii nel più puro stile Yves Montand. “Bando alle ciance, caro: ho un amante” .

“Ma davvero, allora rendimi la Gioconda. Il suo nome non è per caso Gaston, e ha baffi ben curati?”

“Come vuoi che lo sappia? Sono una città!” “Beh, mia cara – obiettai – non sono certo io ad aver inventato la parola coiffeur!”. Da Notre Dame all’alba ci giunse un coro, un oratorio tristissimo e azzurro, camelie vizze, velocipedi e assenzio.

Presto lasciai l’Europa.
Ti tenesti la Gioconda.