Se banlieue significa ghetto

Le biografie degli autori degli attentati terroristici di Parigi, in cui diciassette persone hanno perso la vita, rimandano alla banlieue, e a parole come ghetto, segregazione o apartheid utilizzate dal premier Manuel Valls per indicare la natura di un problema non risolto. Precedentemente all’incarico di primo ministro del governo francese, Valls era stato sindaco di Evry, una delle ville nouvelle costruite a partire dagli anni sessanta per decongestionare la capitale francese, di fatto assimilabili alle periferie che la circondano. In occasione della rivolta delle banlieue, quando guidava l’amministrazione di questo centro di 50.000 abitanti che dista 25 chilometri da Parigi, Valls aveva già avuto modo di usare quelle parole che di nuovo ha speso per sottolineare quanto i mali che affliggono le periferie dalle quali provenivano gli attentatori siano ancora tutti da affrontare.

«La fratture, le tensioni che covano da troppo tempo e delle quali si parla ad intermittenza sono ancora presenti. Chi si ricorda dei disordini del 2005? Eppure le cicatrici sono ancora lì» ha ricordato Valls, insistendo sul concetto di ghetto insito nell’essere relegati nei contesti periurbani, ai quali non sfugge la città dell’Ile de France della quale è stato sindaco. «Si deve parlare di cittadinanza, non di integrazione – dimentichiamo le parole che non vogliono più dire nulla –  ed essa ha bisogno di essere rifondata, rinforzata, rilegittimata. (…) Il problema non è il rinnovamento urbano.Molto è già stato fatto con l’Agenzia nazionale per la riqualificazione urbana, ma dobbiamo anche porre la questione della diversità urbana. Se non si cambia la popolazione si rischia di creare dei ghetti».

L’accezione del termine ghetto, usato dal primo ministro, secondo Luc Bronner su Le Monde  diverge da quella più volte utilizzata Nicolas Sarkozy, che tra il 2007 e il 2012 è stato ministro dell’Interno e poi presidente della Repubblica.  Non zone dove il diritto è assente perchè è forte la concentrazione di delinquenza ma luoghi dove si crea una “contro-società“,  attraversati da frontiere invisibili. Uno scenario – ricorda  Bronner – delineato dal  libro Ghetto urbain di Didier Lapeyronnie, la cui pubblicazione nel 2008 ha sconvolto le convinzioni della sociologia francese, fino a quel momento incline a rifiuatare gli accostamenti tra le banlieue francesi e i ghetti urbani statunitensi caratterizzati da una forte segregazione etnica.

Il ghetto come forma mentis

Scriveva Louis Wirth, uno dei sociologi della scuola di Chicago, nel 1928: «Se conosciamo l’intera biografia di un individuo collocato nel suo contesto sociale, probabilmente conosceremo la maggior parte di ciò che val la pena di essere conosciuto sulla vita sociale e sulla natura umana. Se conoscessimo l’intera storia del ghetto, il sociologo disporrebbe di un esemplare da laboratorio che incarna tutti i concetti e i processi del suo vocabolario professionale». Per Wirth studiare il ghetto significa comprendere gli effetti dell’isolamento, e più precisamente del «tipo di isolamento prodotto dalla mancanza di inter-comunicazione che deriva dalla differenza di lingua, di costumi, di tradizioni e di forme sociali. Il ghetto, come lo abbiamo considerato, non è tanto un fatto fisico, quanto una forma mentis».

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Immagine: http://www.artvalue.fr

Per la Francia la questione banlieue sembra ormai coincidere con «l’apartheid territoriale, sociale ed etnica» di cui parla Valls. Il termine apartheid indica apertamente il concetto di segregazione ed evoca il fallimento delle politiche urbane degli ultimi decenni. Non è stata solo la crisi ad aver segnato un indebolimento dell’azione pubblica, in particolare nei settori degli alloggi, dell’istruzione e del lavoro: utilizzandolo, si sottolinea quanto ci sia stato di deliberato nell’aver segregato i poveri ai margini della città e nell’averli esclusi da un concetto di cittadinanza che si applica solo entro i suoi confini storici, quelli che a Parigi, ad esempio, sono ancora segnati dall’antico sedime delle mura sulle quali è sorto il Boulevard Périphérique.

Questo anello stradale di scorrimento del traffico veicolare, costruito a partire dal 1956 sul tracciato dell’ultima cerchia di fortificazioni a ridosso della quale il Barone Haussmann aveva portato i confini comunali, è ancora il confine tra città e banlieue. Anche se la costruzione del raccordo anulare era inserita in una visione più complessa della Grande Parigi, nella quale l’integrazione del verde urbano, del sistema di trasporto pubblico e degli insediamenti residenziali pianificati doveva servire a contrastare la crescita suburbana disordinata, al di là del Périph’ la banlieue parigina dei grandi complessi di edilizia popolare e delle ville nouvelle non ha saputo integrarsi con la città in un conseguente disegno metropolitano.

La storia del ghetto come dispositivo dell’isolamento, che secondo Wirth rappresenta  «uno specifico ordine sociale», ha quindi ancora molto da raccontare a proposito delle periferie, indipendentemente dalle loro caratteristiche spaziali. Queste ultime –  Valls fa bene a ricordarlo – per troppo tempo sono state l’unico oggetto delle politiche d’intervento. Le parole del primo ministro francese dovrebbero dire qualcosa anche a noi in Italia, dove sulla questione periferie sembra abbia voce in capitolo solo qualche archistar.

D’altra parte la tendenza a ridurre il problema della marginalità sociale ad un uso più o meno sapiente dell’architettura a servizio delle politiche urbane sembra accomunare i due paesi divisi dalle Alpi. Ne è una dimostrazione la recente costruzione della Philharmonie di Parigi, la sala da concerti progettata da Jean Nouvel ai margini del Parc de la Villette sul confine nord-orientali della città, in quello stesso 19° Arrondissement dove sono cresciuti i due fratelli attentatori di Charlie Hebdo. Presentare l’opera dell’archistar di turno come un ponte per l’integrazione culturale e sociale della banlieue, che sta dall’altro lato dell’autostrada urbana, vuol dire ancora una volta ignorare le responsabilità che anche gli architetti hanno avuto nella costruzione di un’idea antropologica di periferia come concentrato – ci ricorda Valls – della «miseria sociale, alla quale si aggiunge quotidianamente la discriminazione per non avere il cognome o il colore della pelle giusti o perché si è donna».

Riferimenti

Manuel Valls évoque « un apartheid territorial, social, ethnique, Le Monde 20 gennaio 2015.

L. Bronner, L’«apartheid» en France? Pourquoi les mots de Manuel Valls marquent une rupture, Le Monde, 21 gennaio 2015.

L. Wirth, Il ghetto. Il funzionamento sociale della segregazione, Milano, Res Gestae, 2014.

Sulla vicenda della Philharmonie di Parigi si veda, M. Barzi, Musica, architettura e periferia, Millennio Urbano, 17 gennaio 2015.

Case popolari e riforma urbanistica: due questioni che s’intrecciano

Sono passati 45 anni da quando, giusto in questi giorni, fu proclamato uno sciopero generale nazionale che poneva all’attenzione dell’opinione pubblica un tema mai affrontato in modo specifico dalle rivendicazioni sindacali: il diritto alla casa. Due anni dopo sarà promulgata la legge 865 Programmi e coordinamento dell’edilizia residenziale pubblica con l’obiettivo di unificare tutti i fondi stanziati per la realizzazione di insediamenti di edilizia economica e popolare e  riorganizzare l’intervento pubblico in materia di edilizia residenziale.

Quartieri, non solo case

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Foto: M. Barzi

La legge intendeva soprattutto orientare il settore edilizio a regia pubblica in interventi coordinati che superassero il caos seguito al periodo d’incontrollata espansione, culminato con la frana di Agrigento del 1966. Con la 865 vengono realizzati quartieri veri e propri, dotati di servizi e verde pubblico; pezzi di città e non solo case popolari.  La sua promulgazione fa parte della stagione segnata dai tentativi di riforma della legislazione urbanistica, iniziata con nel 1962 con la legge 167 Disposizioni per favorire l’acquisizione di aree per l’edilizia economica e popolare, e conclusasi con la legge 457 del 1978, che intendeva rilanciare la programmazione dell’intervento pubblico in edilizia favorendo il recupero del patrimonio residenziale esistente.

Il diritto alla casa per riformare l’urbanistica

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Foto: M. Barzi

L’innovazione introdotta  dalla 167/1962 sta nella possibilità data alle amministrazioni comunali di realizzare insediamenti di case popolari nell’ambito delle previsioni del Piano Regolatore Generale, espropriando le aree e pagandole un prezzo non ancora condizionato dalle previsioni edificatorie del piano: intere parti di città potevano così essere pianificate e realizzate senza i condizionamenti della rendita fondiaria. La legge interpretava in particolar modo l’esigenza di dare un quadro normativo preciso alle esperienze di realizzazione di insediamenti di edilizia economico-popolare avviate dal cosiddetto piano Fanfani (legge 43/1949 Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per i lavoratori) e dalla successiva istituzione del programma INA-Casa.

La 167 servì anche per sperimentare, almeno nell’ambito dell’espansione urbana, la riforma della legislazione urbanistica, ferma al 1942. Un provvedimento legislativo quindi non solo utile per pianificare meglio i tumultuosi sviluppi della ricostruzione post bellica e della nuova fase economica espansiva, che attraversava ampie zone del paese soprattutto al Nord, ma anche lo strumento per superare il limite invalicabile di ogni buona pianificazione urbanistica, e cioè la questione della proprietà dei suoli e i conseguenti interessi messi in gioco sulla loro destinazione. Il naufragato disegno di legge di riforma urbanistica, formulato dal ministro dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo pochi mesi dopo la promulgazione della legge 167/1962, adottava infatti lo stesso principio dell’acquisizione dei suoli tramite esproprio come soluzione per eliminare le sperequazioni insite nel processo di pianificazione urbanistica.

Il tramonto di una stagione

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Foto; M. Barzi

Non sembra quindi un caso che il tema dell’edilizia popolare, del crescente bisogno di alloggi ad un canone che non superi il 30% del reddito delle famiglie – a fronte di un enorme numero di domande inevase e delle tensioni sociali che ne derivano e che vengono descritte ormai quotidianamente dalle cronache giornalistiche – si profili proprio nel momento in cui si stanno delineando le conseguenze del progetto di riforma della legge urbanistica nazionale, messo a punto dal Ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. Nel DDL Lupi l’edilizia residenziale pubblica – concetto riformulato con l’aggiunta dell’aggettivo sociale – diventa un servizio che può essere erogato dall’intervento pubblico così come da quello privato attraverso l’offerta di alloggi in locazione o il sostegno all’accesso alla proprietà della casa

Il clamore giornalistico suscitato dalle rivolte degli abitanti dei quartieri realizzati attraverso interventi pianificati dal pubblico – e dominati dal degrado edilizio e sociale innescato da decenni di mancati interventi e di dismissione del patrimonio pubblico – potrebbe utilmente aprire la strada all’idea che il cosiddetto social housing,realizzato dai privati anche con agevolazioni pubbliche (riduzione o esonero dal contributo di costruzione), sia la soluzione che risolve i mali delle periferie. I problemi dei quartieri popolari sono noti da tempo e certo la perdurante crisi economica non ha fatto altro che aggravarli. Che sia questa l’occasione giusta per risolverli sancendo la fine dell’intervento pubblico sul diritto alla casa e consegnando in generale le trasformazioni urbane all’interesse privato?

 

Restiamo umani: notizie dai nostri quartieri

Da giorni è in corso una campagna di stampa sulle occupazioni abusive di alloggi popolari a Milano. La ricostruzione che ne emerge è, se va bene, quella della guerra tra poveri. Si legge sotto traccia il tentativo di etichettare l’edilizia residenziale pubblica come un problema ingestible, una specie di bubbone da rimuovere dal corpo sano della città, una pesante eredità novecentesca che non risponde più alle esigenze di una società radicalmente mutata. Di seguito la testiminianza di chi da decenni vive il disagio dei quartieri popolari di Milano, raccontandolo e cercando soluzioni insieme ai suoi abitanti (m.b.).

Oggi sono venuti quelli de La 7.

Li ho accompagnati di fronte a Piazza Insubria 1. Il quadro dei citofoni incendiato,  da mesi. Non è la prima volta. Le vecchiette per aprire il portone devono scendere.   Il tetto incendiato. Il Corriere della Sera non se ne era  accorto. Ci sono stati altri incendi. Anche vent’anni fa, il tetto di Piazza Insubria 1, incendiato. Il Corriere della Sera non se ne era accorto.
Siamo entrati in un alloggio di Via Tommei 3, occupato da una famiglia rom. Abbiamo parlato con la madre di un piccino, che guardava, forse un po’ spaventato. Lei ha chiamato una zia, che parla meglio l’italiano. Non hanno voluto essere riprese. Abbiamo parlato fra persone.

Abbiamo parlato fra persone. L’ho ripetuto. Ho spiegato perché abbiamo chiesto lo sgombero di tutte le occupazioni recenti: che sia esaminata la condizione di ogni famiglia, che sia data una sistemazione abitativa a chi ne ha bisogno e diritto. La sistemazione non può essere un alloggio occupato nelle case popolari. Hanno risposto che erano state sgomberate da un campo, messe per strada. Sono andate in Romania e da là sono partite, il giorno dopo sono entrate in un alloggio vuoto del quartiere Calvairate. Ho chiesto se c’è stato chi ha organizzato questo viaggio e queste occupazioni. L’ho chiesto anche in Questura, a fine luglio. A questa e ad altre domande il Vice Questore e il Capo di Gabinetto  hanno risposto che è aperta un’inchiesta. L’inchiesta sarà anche conclusa? Sapremo?

 

FRANCA CAFFA - ALER
Foto: F. Caffa

Siamo andati in Etruschi 9 dove stanotte un marocchino ha scardinato una porta blindata, l’ha aperta a una giovane donna egiziana in stato di gravidanza. Ha incassato 800 euro.  Nel mezzo della porta, uno squarcio. I vicini non hanno chiamato la polizia.
E’ un alloggio ristrutturato, vuoto. Lei dorme su una copertina sottile sottile stesa sul pavimento. Siamo a Milano? Non sa parlare l’italiano, poche parole.  La custode mi ha detto che l’aveva vista nei giorni precedenti,  aggirarsi…La voce che corre: fra i dipendenti delle imprese per la pulizia, in particolare egiziani, c’è chi segnala gli alloggi vuoti. Da quanto tempo? Il Corriere della Sera non ha saputo di questa voce. Forse non ha neanche saputo delle portinerie chiuse, del ricorso agli appalti per la pulizia. Da 35 anni…E’ aperta un’inchiesta della Magistratura per tangenti sugli appalti. Quali appalti?
Se non ho capito male, questa donna ha detto che ha già perso bambini e che non vuole perdere questo. Se dico che infine ho visto qualche lacrima, esagero?  Che cosa dobbiamo fare?

Milano, 80.000 case vuote.
Milano, ricca.

Questa donna dorme per terra. Forse fra qualche giorno tirerà fuori risorse, un letto, ecc.? Chissà. Aveva 800 euro… Bisognerebbe andare a parlare con lei, meglio di quanto io abbia saputo fare? Capire meglio?
Prima di uscire le ho fatto una carezza. Sento la mia impotenza, la mia  solitudine. Scrivo parole che poi cancello, per timore che non siano quelle giuste.

Il mio saluto.
Franca Caffa, Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti