Urbanistica e povertà

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Gustave Doré: “London: A Pilgrimage” 1872

Forse lo si è dimenticato, ma il contrasto degli effetti  della povertà ha determinato la nascita dell’urbanistica. La concentrazione di abitanti  poveri  nelle  città del primo periodo industriale aveva soprattutto conseguenze sanitarie che si manifestavano con patologie epidemiche, come il colera, o endemiche, come la tubercolosi. L’urbanistica affonda le proprie radici nelle metodologie di analisi e nelle tecniche di risanamento del degrado associato alla povertà urbana.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo le mappature degli aspetti epidemici e sociali, pensate dal medico John Snow  per stabilire la relazione tra casi di colera e pompe dell’acqua, e dal filantropo Charles Booth,   per individuare la distribuzione della povertà a Londra, hanno indicato come riconoscere i sintomi ed intervenire sul corpo malato delle città. Parallelamente, i Grands Travaux  del prefetto Haussmann per dotare la Parigi del Secondo Impero di  acqua potabile, fogne, gas, strade ampie e ripulire la città dagli abitanti più poveri, hanno posto le basi per la nascita dell’ingegneria sanitaria, una delle matrici tecnico-professionali dell’urbanistica.

La povertà urbana, il soggetto ritratto da Gustave Dorè nel suo London. A Pilgrimage del 1872 e di molti capolavori della letteratura ottocentesca, è  tutt’altro che sparita malgrado da oltre un secolo nelle città europee si sia diffusa la pratica di pianificarne le trasformazioni anche allo scopo di eliminarla.  I programmi di edilizia sociale, che hanno cambiato il volto delle città e la vita delle persone cui erano indirizzati, nel bene e nel male sono uno degli effetti collaterali dell’urbanistica, così come le norme che hanno reso obbligatoria la dotazione minima di servizi e spazi pubblici, che qualche effetto concreto sulla qualità della vita degli abitanti delle città lo hanno avuto.

Ora sembra che l’urbanistica sia sempre più disconnessa dall’esistenza delle persone, come se non avesse nulla a che fare con le questioni che stanno loro a cuore.  Probabilmente le responsabilità di questo scollamento sono da ricercarsi nel modo in cui negli ultimi decenni  la politica e i media hanno affrontato il tema degli strumenti di pianificazione, fondamentalmente centrato sui vantaggi della deregulation anziché sull’efficacia dei piani. La dominante cultura neo-liberista ha rimosso dall’opinione pubblica il principio che una casa decente, indipendentemente dal reddito, sia un diritto di tutti. In questi giorni in Italia abbiamo qualche evidenza dei risultati di questa rimozione: il diritto alla casa sta diventando un tema di scontro sociale con risvolti sull’ordine pubblico.  Inoltre, malgrado il clima da emergenza,  anche l’edilizia sociale sembra che possa essere liberalizzata come altri campi un tempo di competenza dello stato.

Nel Regno Unito la consapevolezza del ruolo sociale della pianificazione ha avuto come riscontro la nascita  del movimento per la Città Giardino,  al cui ideatore Ebenezer Howard si deve la fondazione dalla Town and Country Planning Association . La costruzione,  tra la fine degli anni ’40 e la fine degli anni ’60 del secolo scorso, di 32 New Town  abitate da 2,6 milioni di persone è l’effetto più evidente di quella stagione di riforme iniziata durante l’ultimo scorcio del XIX secolo e proseguita per buona parte del XX.

Malgrado un gran numero di persone continui a vivere nei complessi di edilizia popolare realizzati un po’ ovunque nelle città britanniche durante i decenni dell’urbanistica riformista , la consapevolezza del ruolo della pianificazione nel combattere la povertà sembra svanita anche lì. Eppure i poveri continuano a vivere nei quartieri di edilizia a basso costo costruiti in epoca vittoriana o nei blocchi di edilizia pubblica realizzati  nel periodo interbellico secondo buone intenzioni che non sono state onorate dagli esiti finali.

Proprio quando lo sforzo  collettivo della ricostruzione dopo l’ultima guerra avrebbe dovuto sottolineare le implicazioni di natura sociale della pianificazione, l’urbanistica ha cominciato a rinchiudersi nel recinto dei tecnicismi.  Essa ha perso la carica utopica  collegata agli obiettivi di riforma sociale degli inizi, ed ha preferito ritagliarsi un ruolo tecnico come quello degli ingegneri igienisti della stagione autoritaria degli sventramenti, quando la demolizione delle parti più antiche e malsane delle città aveva come corredo l’espulsione dei ceti più svantaggiati verso le nuove periferie urbane in condizioni di non minore deprivazione.

Abbandonato l’obiettivo di pianificare un ambiente urbano che possa offrire migliori condizione di vita per i suoi abitanti, l’attenzione degli strumenti di pianificazione è oggi orientata sui temi ambientali, quasi un ritorno alle istanze dell’ingegneria sanitaria ed alle sue tecniche di contrasto delle varie forme di contagio messe a punto oltre un secolo fa.  Anche i programmi di rigenerazione urbana hanno contribuito a far dimenticare la finalità sociale dell’urbanistica delle origini. Le trasformazioni della città contemporanea sono state prioritariamente affrontate alla luce delle loro implicazioni economiche e le risorse pubbliche sono state indirizzate verso operazioni di valorizzazione immobiliare piuttosto che sui bisogni della popolazione svantaggiata.

Rimettere al centro del dibattito sul futuro della pianificazione  il tema della povertà urbana è l’obiettivo al quale intende rispondere il rapporto Planning out Poverty, redatto dalla Town and Country Planning Association con il supporto del Webb Memorial Trust.

Oltre ad una approfondita analisi sull’evoluzione del ruolo sociale della pianificazione urbanistica, il rapporto presenta quattro casi di città nelle quali persistono sacche di povertà, per combattere la quale le amministrazioni locali hanno pianificato una serie di azioni. Da un quartiere di Londra fino ad una piccola città ex mineraria del Derbyshire, sono presentati esempi di come la pianificazione possa offrire migliori condizioni vita ed opportunità economiche a chi vive in condizione di povertà e di esclusione sociale.

La reinvenzione dell’urbanistica secondo principi di utilità sociale necessita tuttavia un riposizionamento della pianificazione nel contesto delle politiche sociali, togliendola dalla marginalità dei problemi legislativi nella quale si è cacciata, sostiene il rapporto.

Il sistema nel quale è organizzata la pianificazione potrà ancora avere un significativo impatto sulla riduzione dell’esclusione sociale e sul miglioramento dell’accesso al lavoro, ai servizi e ad un ambiente sano  a condizione che sappia considerare le sue ricadute  sui bisogni dei meno abbienti. D’altra parte, se la pianificazione  non è più  riconosciuta  come strumento fondamentale delle politiche pubbliche di riduzione della povertà  è perchè la politica nazionale in materia di pianificazione ha smesso di avere come priorità la giustizia sociale.

La questione fondamentale è quindi di natura politica ed attiene agli orientamenti che non solo nel Regno Unito hanno contribuito notevolmente  a comprimere l’intervento pubblico in ambito urbano.  Il cambio di passo, particolarmente sollecitato dalle grandi disparità sociali messe in evidenza dalla crisi, deve arrivare sia dal governo centrale che da quelli locali, ma anche dall’intervento privato e dal mondo professionale, settori ai quali il rapporto indirizza una serie di raccomandazioni, delle quali la più stringente è l’introduzione di strumenti legali per la riduzione della povertà.

175 anni dopo la descrizione fatta da Charles Dickens in Oliver Twist di uno degli effetti più terribili introdotti dalla Poor Law, le famigerate Workhouses, combattere la povertà urbana ritorna ad essere una priorità sociale e, si spera, un argomento di proposta politica.

 

Riferimenti

Town and Country Planning Association, Planning Out Poverty, TCPA, 2013.

Cara signora, l’urbanistica non fa per lei

1269668_janejacobs_portrait_finalNel 1961 la giornalista del Washington Post Phyllis Richman  decise d’iscriversi al Dipartimento di Pianificazione Urbana e Regionale della  Graduate School of Design di Harvard. Come risposta al modulo che aveva inviato,  ricevette la lettera di un assistente del dipartimento nella quale le veniva chiesto di motivare la sua scelta in considerazione del suo ruolo di donna sposata. La sua richiesta d’iscrizione sarebbe stata presa in considerazione se accompagnata da una relazione nella quale avrebbe dovuto esporre in che modo intendeva conciliare le responsabilità verso suo marito e la sua futura famiglia con la carriera da urbanista. Come se ciò non bastasse, nella lettera lo scrivente le comunicava la convinzione che le donne sposate, quando intendono dotarsi di una educazione professionale, esprimono una tendenza a sprecare tempo e sforzi.

Phyllis non rispose a quella lettera e non intraprese una carriera da urbanista, anche se ebbe un’esperienza professionale nella Commissione Urbanistica della città di Filadelfia. Nel giugno 2013, dopo 52 anni, la giornalista  decise di pubblicare quella lettera sul suo giornale, insieme alla risposta che mai ebbe il coraggio di scrivere, con la quale denunciava quanto la discriminazione subita abbia pesato sulle sue scelte professionali.

Nello stesso anno in cui il progetto di  Phyllis Richman di diventare un urbanista veniva così pesantemente frustrato, un’altra giornalista, Jane Jacobs, pubblicava il suo libro più famoso, The Death and Life of Great American Cities, che ha impresso un cambiamento epocale al modo d’interpretare il funzionamento delle città. Jacobs ha dimostrato con il proprio attivismo contro i grandi progetti di trasformazione urbana promossi da Robert Moses , che l’osservazione dal punto di vista femminile della città è capace di sovvertire il disegno razionalista dell’urbanistica del ’900  perché è basata sull’esperienza quotidiana, fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi. Visione esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici, funzionale alla costruzione della città-macchina che separa i flussi in circuiti chiusi e gerarchizzati, dall’auto al pedone. Malgrado sia passato mezzo secolo dalla pubblicazione del libro di Jacobs, tradotto in italiano nel 1969 con il titolo Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, il punto di vista di genere nella pianificazione urbana è ancora ampiamente ignorato ed è assai probabile che gran parte di coloro che lo hanno letto non abbia affatto colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate.

Nello scenario di predominanza culturale del modello della città razionale, pensata per il maschio adulto, lavoratore ed automunito, s’inserisce controcorrente l’esperienza di Vienna, dove a partire dagli anni ’90 più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana sono stati attuati secondo i principi del gender mainstreaming, ovvero l’orientamento alle questioni di genere delle politiche urbane.

Eva Kail, un’esperta di questioni di genere presso il nucleo cittadino di pianificazione urbana,  intervistata da CityLab,  ha chiarito che l’approccio adottato da lei e dal suo gruppo si basa essenzialmente sull’osservazione dell’uso dello spazio pubblico, di chi lo utilizza e per quali scopi. Da questa analisi discende l’individuazione di cosa interessa e serve ai differenti gruppi di cittadini sotto forma di indirizzi alla pianificazione urbana. L’esperienza di Kail iniziò nel 1991 con la mostra fotografica “ Di chi è lo spazio pubblico – La vita quotidiana delle donne nella città”, che mise in evidenza come i differenti tracciati delle donne nello spazio urbano abbiano in comune la stessa richiesta di sicurezza e facilità di movimento. La mostra ebbe un gran numero di visitatori e  notevole risalto mediatico, così i politici locali decisero di far proprio l’approccio di genere nelle politiche urbane. Il primo progetto realizzato fu un complesso di appartamenti, progettato da e per le donne nel ventunesimo distretto della città, chiamato Women-Work-City. All’interno del complesso, situato in prossimità del trasporto pubblico, si trovano aree verdi per il gioco dei bambini, un asilo, una farmacia ed uno studio medico. Il tutto aveva l’obiettivo di rendere più facile la vita delle donne divisa tra lavoro e funzioni di cura.

L’idea di realizzare insediamenti di edilizia residenziale dotati di servizi non è certo nuova e discende dalla tradizione del socialismo utopistico, vecchia di due secoli, che ha via via prodotto una serie di falansteri urbani pensati per comunità di lavoratori. In questo caso l’aspetto innovativo del progetto riguarda la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano dell’approccio basato sulla centralità dei bisogni degli utenti. Lo sviluppo successivo ha riguardato la progettazione delle aree verdi,  i cui usi diversi secondo il genere erano stati registrati in particolare tra la popolazione giovanile. Nel 1999 i pianificatori urbani hanno riprogettato due parchi del quinto distretto della città con l’intento di allargare il numero ed il tipo di frequentatori, avendo precedentemente registrato che le ragazze erano meno propense ad utilizzare gli spazi verdi poiché spesso scoraggiate dall’invadenza maschile. Sono stati introdotti sentieri per migliorare l’accessibilità e aree per attività sportive che incrementassero l’utenza, così come accorgimenti progettuali del verde intesi a suddividere gli ampi spazi aperti. Il cambiamento non tardò a produrre risultati e, senza che scaturissero conflitti, differenti gruppi di ragazze e ragazzi cominciarono a frequentare i parchi.

Dello stesso anno è il progetto finalizzato a rendere più accessibile il trasporto pubblico e migliori e più sicuri i percorsi pedonali secondo le necessità espresse dalle donne. Il progetto discende dalle rilevazioni fatte a seguito di un’inchiesta rivolta a tutta la popolazione del nono distretto e relativa alle modalità ed alle ragioni degli spostamenti. Mentre la maggioranza degli uomini aveva dichiarato di utilizzare l’auto o il trasporto pubblico due volte al giorno per il tragitto casa-lavoro, le donne avevano messo in evidenza la molteplicità delle ragioni di spostamento,  legate soprattutto al ruolo di cura di bambini ed anziani che è ancora  loro prerogativa. Furono realizzati marciapiedi più spaziosi e meglio illuminati e infrastrutture che facilitassero l’accesso alle intersezioni del trasporto pubblico, dove anche chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle possa raggiungere ed utilizzare facilmente i mezzi in transito.
L’approccio alla pianificazione urbana gender mainstreaming. malgrado i risultati promettenti, ha anche suscitato critiche e sarcasmo. Quando il gruppo di Eva Kail, propose la mostra fotografica “ Di chi è lo spazio pubblico – La vita quotidiana delle donne nella città”, qualcuno disse cose tipo “allora dovremmo dipingere le strade di rosa?” Evidentemente la pianificazione orientata alla questione di genere può suscitare reazioni emotive, come sentirsi attaccati,  tra coloro cui si fa presente quanto essa non sia stata presa in considerazione nel passato. C’è inoltre il rischio che nel caratterizzare i differenti usi della città tra uomini e donne si rinforzino gli stereotipi alla base delle differenze di genere. La stessa espressione gender mainstreaming è stata successivamente messa da parte dai funzionari pubblici che preferiscono usare l’etichetta “Città Equamente Condivisa”, forse ritenuta meno politicamente orientata.

Malgrado i limiti emersi, l’approccio alla pianificazione urbana utilizzato da Kail e dal suo gruppo ha lasciato un segno sulla capitale austriaca e si sta ora evolvendo  verso il tentativo più ampio di cambiare la struttura ed il tessuto della città, così che i differenti gruppi di cittadini vi possano convivere senza conflitti. Si tratta di un visione politica della pianificazione della città, afferma Kail, con la quale si cerca di portare nello spazio urbano persone delle quali prima non si riconosceva l’esistenza o che si sentivano prive del diritto di esistere.

Ma vi è un altro aspetto dell’esperienza del gruppo di pianificatrici urbane viennesi che vale la pena di sottolineare ed è la dimostrazione che solo le donne,  e non solo quelle professionalmente coinvolte nei processi di trasformazione delle città come nel caso di Jane Jacobs, possono farsi carico del compito di rappresentare gli interessi del genere a cui appartengono.

 

Riferimenti

C. Foran, How to Design a City for Women, CityLab, 16 settembre 2013.

Sullo stesso argomento si vedano i numerosi articoli contenuti nella cartella Questioni di genere.

 

Una città a misura di razza

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Foto M. Barzi

C’è un parco urbano in riva al lago nella periferia della città.  E’ un luogo molto frequentato da diverse categorie di cittadini che vi giungono per godere degli ampi spazi a prato, dell’ombra degli alberi, della vista del lago con  il Monte Rosa sullo sfondo. Si trova di fianco al vecchio lido con la piscina scoperta, molto frequentata in estate, ed è attraversato dalla pista ciclabile che corre tutto attorno al perimetro del lago. Sotto la chioma degli alberi sono sistemati una serie di tavoli e panchine e sono numerosi coloro che vi giungono attrezzati per il pic nic. Un tempo vi erano anche le strutture per cuocere i cibi alla brace, rito di socializzazione oggi relegato ai giardini delle case unifamigliari che deve per forza chiamarsi barbecue, anche se presente nella cultura popolare di molti popoli. I fuochi nel parco, si rese conto l’amministrazione comunale  nel 2010, con tutte quelle piante potevano essere pericolosi e poi c’era il problema dei residui della cottura. Quindi via i bracieri, ma soprattutto via gli stranieri, forse le maggiori presenze nei momenti in cui nel parco aleggiavano le basse ed olezzanti nuvole di fumo di carbonella.

In città vi è un’altra area verde ad alta frequentazione multietnica che si trova nel mezzo di un quartiere popolare, nascosto alla vista da chi passa sul viale che divide in due l’insediamento di edilizia economico-popolare. Vi giocano a calcio molti ragazzi stranieri, a volte mischiati agli italiani, in squadre improvvisate o in tornei auto-organizzati. Sulle altalene un po’ arrugginite si divertono i bambini del quartiere, in maggioranza non italiani pur essendo nati in Italia. Secondo il piano regolatore l’area non è un parco pubblico, anche se di proprietà comunale, ed è edificabile. Vi erano le difficoltà finanziarie del comune, come ha sostenuto l’amministrazione della città nel 2010, alla base della scelta d’inserirla nel piano delle alienazioni, ma, secondo l’opinione dei molti residenti che, grazie ad una raccolta di firme ne hanno bloccato la vendita, è più probabile che ci fosse  la volontà di disfarsi della manutenzione di un luogo prevalentemente frequentato dagli immigrati.

Altri settori della città ad alta frequentazione di stranieri, che sono il 12% della popolazione cittadina, sono stati trasformati o sono in procinto di esserlo. Le panchine di due viali vicini ad un quartiere con il 40% di popolazione straniera sono state tolte o sostituite con sedute individuali ben distanti le une dalle altre, e tutto ciò a seguito della cosiddetta ordinanza anti-bivacco. Il grande piazzale posto tra le due stazioni ferroviarie, che ospita il terminal delle linee del trasporto extraurbano ed il mercato tre volte a settimana, diventerà il fulcro del progetto di unificazione delle stazioni ed ospiterà un edificio multifunzionale con posteggio interrato.  Non si sa dove verrà spostato  il mercato o se sarà semplicemente eliminato, ma nel frattempo si moltiplicano le dichiarazioni contro l’eccessiva presenza di ambulanti stranieri da parte di esponenti del partito che governa la città da 20 anni.

Alla fine degli anni ’80 il mercato cittadino era stato spostato nel grande piazzale tra le stazioni per far posto ad un centro commerciale con annesso posteggio interrato multipiano nella piazza che l’aveva ospitato per secoli.  Essa oggi è di fatto null’altro che la copertura del sottostante posteggio, separata dal livello della strada da una serie di fioriere ed elementi di arredo che definiscono una sorta di percorso verde per raggiungerne l’ingresso. Questo luogo un po’ appartato si è nel tempo tramutato in punto d’incontro per gruppi di stranieri, in prevalenza maschi ed africani, ed ora viene costantemente stigmatizzato come il luogo più degradato del centro cittadino. Anche in questo caso si attende l’attuazione del progetto di riqualificazione della piazza che prevede la sostituzione di una caserma dismessa da anni con il teatro nel frattempo realizzato al posto del vecchio mercato coperto, il cui spostamento genererà la valorizzazione immobiliare dell’area su cui sorge.

Nelle strategie di governo della città la presenza degli stranieri è affrontata come un problema, un elemento di disturbo e di degrado. Il partito che esprime da 20 anni il sindaco ha imposto al governo della regione modifiche alla legge urbanistica per contrastare il sorgere di luoghi di culto e di esercizi commerciali gestiti da comunità di immigrati e, contemporaneamente, le condizioni di accesso all’edilizia residenziale pubblica sono state orientate a misure di maggiore difficoltà per chi non è italiano.

I continui richiami alla qualità dell’ambiente costruito della città hanno sempre come risvolto la chiusura a qualsiasi trasformazione che ne snaturi il suo essere “a misura d’uomo”, con il centro curato come se fosse il salotto di casa, l’area pedonale per lo shopping di lusso ed i quartieri residenziali “immersi nel verde”. Tutto molto diverso e culturalmente distante dalla metropoli che dista solo poche decine di chilometri, evocata quando il fatto di cronaca nera sbatte lo straniero in prima pagina per poi aggiungere che “da noi” queste cose non succedono.

Il fenomeno, tuttavia, non è nuovo. Era iniziato con il boom economico, più di mezzo secolo fa, quando la città aveva preso ad essere luogo di elezione per decine di migliaia emigrati dal Sud d’Italia in cerca di lavoro nelle fabbriche del Nord. La conseguenza fu una grande trasformazione sociale e demografica mal sopportata da coloro che volevano preservare la città dalle turbolenze dello sviluppo economico. I suoi amministratori puntarono tutto sul marchio “città giardino” per attirare chi scappava dalla vicina metropoli sovraffollata, inquinata e violenta. Il modello residenziale proposto, in alternativa alla densità volumetrica e demografica della grande città, era la casa unifamigliare ed una buona dotazione di servizi, tutti facilmente accessibili in pochi minuti di tragitto in auto. E soprattutto c’era una limitata commistione con chi veniva “da fuori”, al massimo concentrati nei quartieri di edilizia popolare o nei nuclei storici abbandonati dagli “autoctoni” che, nel frattempo, si erano costruiti la casetta con giardino.

Su questo terreno culturale, dove ciò che è locale è oggetto di culto ed i valori da difendere sono quelli della  “nostra gente” , si è propagato il consenso al partito che ha preso il posto della vecchia classe politica, cancellata dalle inchieste sulla corruzione di inizio anni ’90.  Senza mai evocarla in questi decenni si è radicata l’idea che esista una “razza” che abita da sempre questa terra e discende direttamente dalle tribù che nel neolitico s’insediarono sulle sponde dei numerosi laghi di questa regione subalpina, lasciando tracce oggi conservate nel museo civico. Agli abitanti della città  è bene ricordare che il ceppo insubrico-padano è l’origine della loro comunità e  a questo scopo l’amministrazione pensò di allestire una capanna palafitticola nel parco sul lago, poi data alle fiamme, come testimonianza vivente di quella civiltà. Sembra che gli autori del gesto vandalico fossero italiani, secondo la testimonianza resa ai carabinieri da alcuni ragazzi stranieri presenti sul luogo, anche se non sapremo mai a quale razza di italiani appartenessero.