Nuove idee per la Barcellona del futuro

Barcellona è una città mediterranea aperta e cosmopolita, una città di cultura, conoscenza, creatività, innovazione di livello internazionale, oltre ad essere diventata una delle maggiori destinazioni per turisti provenienti da tutto il mondo. A differenza di altre grandi città nel mondo, che di solito si caratterizzano per la presenza di un centro ricco e di una periferia povera, Barcellona si contraddistingue per essere una metropoli di quartieri aventi ognuno la propria identità e diversità socio-economica, oltre ad essere dotati dei servizi di cui necessitano i relativi residenti.

In un contesto di crisi delle risorse pubbliche e di un modello di rigenerazione urbana che ha cambiato fortemente l’aspetto della città tra gli anni ’90 ed i primi anni 2000, oggi Barcellona sta vivendo un processo di trasformazione graduale. Dopo l’ampia critica al modello di sviluppo della città, le nuove tipologie di interventi urbani dovranno stare più attenti alle esigenze dei cittadini. Ciò si tradurrà in più spazio per i pedoni, in marciapiedi più ampi, in piste ciclabili, in strade e quartieri con traffico limitato, nella limitazione progressiva dell’uso del mezzo privato a favore del miglioramento dei trasporti pubblici, nella promozione di veicoli elettrici e in nuove aree verdi. Inoltre tra i nuovi propositi vi è il rinnovato interesse per gli alloggi pubblici, con una politica improntata su affitti a prezzi agevolati e di stimolo per le opere di ristrutturazione del tessuto edilizio esistente, in un’ottica di garantire maggiore efficienza energetica.

Da quanto sta emergendo dall’ampio dibattito istituzionale che si sta svolgendo nella capitale catalana, la città del XXI secolo si baserà su un diverso modello urbano attento all’applicazione intelligente delle nuove tecnologie al servizio dei cittadini. Si tratta della a rinaturalizzazione della città, dell’autosufficienza energetica – per renderla più sostenibile e migliorare la qualità della vita – e della responsabilizzazione dei cittadini. La città dovrà produrre l’energia di cui la città ha bisogno ed anche innovare, sia a livello globale sia a quello locale, la sua vocazione produttiva, con le industrie di nuova tipologia che potranno insediarsi in quartieri dove le persone saranno in grado di vivere e lavorare. Pertanto nella nuova economia di Barcellona avranno sempre più spazio i cosiddetti ateneos de fabricación, ispirati al concetto americano di fab lab, laboratori di indagine volti alla conoscenza rispetto a tutto ciò che si avvicini al mondo digitale e all’universo tecnologico.

 

Port Vell
Foto: F. Camerin

Uno dei grandi obiettivi del nuovo modello urbano, forse il più problematico, è trasformare progressivamente le modalità di trasporto e di innovare il concetto di mobilità, togliendo spazio al mezzo privato e potenziando la rete di autobus e del car sharing, oltre ad incentivare ancora di più il già buon sistema ciclabile. Per quanto riguarda la mobilità pedonale, l’intenzione del governo locale è  di ampliare i marciapiedi per aumentare gli spazi dedicati a questo modalità di spostamento. Attualmente lo spazio urbano occupato dalle infrastrutture per la mobilità è distribuito al 50% tra auto e pedoni e l’obiettivo è arrivare ad un 70% per i secondi ed un 30% per i veicoli privati. Questo fatto dovrebbe cambiare la scala di valori di come funziona la città, in sintonia con le nuove tendenze della società urbana, mettendo al primo posto il trasporto pubblico e la mobilità lenta che garantiscono una migliore qualità della vita e una maggiore qualità ambientale.

Altro tema rilevante è l’autosufficienza energetica, che è diventato uno dei grandi assi sui quali realizzare la trasformazione urbana della città. L’obiettivo è arrivare a produrre zero emissioni per l’anno 2050: ciò potrà conseguirsi da una parte producendo l’energia  di cui ha bisogno e, dall’altra, con politiche di risparmio energetico che permettano di consumarne di mano. La base di questa politica saranno gli interventi sugli edifici, finalizzati alla produzione di energia tramite pannelli fotovoltaici sui tetti e la predisposizione di sistemi di rifornimento sotterranei per i veicoli elettrici. Inoltre la promozione della riqualificazione energetica degli edifici contribuirà a combattere le difficoltà, anche economiche, dei quartieri marginali della città.

Barcellona sta pianificando la città del futuro. Questo processo di rinnovamento del modello di sviluppo urbano si attuerà attraverso vari passaggi e nel lungo periodo, però suppone in una certa maniera di re-inventare nuovamente la città. Barcellona già lo ha fatto in varie epoche: dal  piano di Illdefonso Cerdà a metà del XIX secolo fino alle più recenti trasformazioni urbanistiche introdotte dai Giochi Olimpici del 1992. Di fatto questo processo ha suscitato grandi aspettative nel mondo, come risulta dal fatto che oltre duecento delegazioni di città provenienti da tutto il mondo visitino Barcellona ogni anno per capire come essa stia organizzando per il futuro il proprio sviluppo urbano.

Trieste: nuovi scenari dopo la caduta del muro

L’ubicazione di Trieste sul confine nord est, quello a maggiore valenza strategica durante la guerra fredda ha determinato una cospicua presenza militare per quasi tutto il XX secolo ma, con la caduta del muro di Berlino, avvenuta nel 1989, è iniziato un inevitabile processo di “smilitarizzazione”. Con l’abrogazione della leva obbligatoria e l’entrata in Europa, nel 2004, della Slovenia, tale processo ha registrato un’ulteriore accelerazione che ha portato all’abbandono di numerose aree nella città. Alcune caserme triestine sono risultate sovradimensionate rispetto agli organici dell’esercito ed alle necessità della difesa nazionale. A partire dagli anni ’90, nella città è iniziata la progressiva chiusura di alcune proprietà militari, che nel corso degli anni si sono trasformate in luoghi di forte degrado, sia per quanto riguarda le strutture edilizie che per le aree limitrofe.

Nel 2014 il Comune, in accordo con l’Agenzia del Demanio ed il Ministero della Difesa (titolare della proprietà degli immobili in questione), ha stipulato un patto che prevede la riconversione di un patrimonio immobiliare molto consistente, costituito da dodici aree per un totale di quasi 70 ettari ed oltre 450 mila metri cubi di volumetria. Alcuni di questi beni sono già stati riconvertiti (per esempio, l’ex caserma “Duca delle Puglie” oggi è un Museo Civico), mentre per altri la questione del nuovo uso è in fase di sviluppo. Gli obiettivi da raggiungere riguardano il concreto avvio di un percorso di riqualificazione urbana con tempi certi e rapidi, partecipato e condiviso con cittadini e associazioni di categoria. L’intento è quello di contrastare i fenomeni di degrado cui gli edifici abbandonati danno origine: oltre al disordine ambientale, queste aree sono un pericolo per incolumità collettiva. L’altro aspetto è che  il recupero delle aree edificate esistenti evita il consumo del suolo di aree libere ed inedificate.

I 55 mila metri quadrati dell’ex caserma “Vittorio Emanuele II”, dismessa nel 2008, saranno adibiti a servizi ed attrezzature pubbliche e sanitarie, anche in funzione del vicino polo scolastico.L’ex caserma della Polstrada “Emanuele Filiberto”, di circa 8 mila mq di superficie, si inserisce in un contesto densamente popolato, dove la mancanza di aree verdi e luoghi di aggregazione è particolarmente sentita. Per questi motivi l’idea del Comune è quella di finalizzare entro il 2017 i lavori per la realizzazione di un asilo nido, di nuovi spazi per il verde e parcheggi, di spazi ludici e di aggregazione, di un bar, di un dog park e di una piazza che potrà ospitare eventi e manifestazioni.

Oltre alle ex caserme esistono altre zone abbandonate ed in stato di degrado, come nell’area del Porto Vecchio, la cui riconversione diventa fondamentale per il futuro della città, un importante snodo ferroviario e marittimo in cui vivono circa 200.000 abitanti. I beni ex militari rappresentano grandi aree che fino ad oggi sono rimasti inaccessibili per la popolazione. Una loro riqualificazione costituisce quindi, ormai da decenni, una sfida per dare risposta alle esigenze della popolazione.

In questo contesto, particolarmente importante risulta il cambio di approccio da parte dello Stato –  attraverso il Ministero della Difesa –  in merito a questi scenari di rigenerazione urbana. Rispetto agli anni ’90 ed al primo decennio del 2000, oggi la tendenza è di porre sullo stesso piano la riconversione delle caserme ai fini della riqualificazione fisica, del miglioramento delle condizioni di sicurezza e di benessere dei cittadini, oltre alle opportunità di sviluppo economico che ne possono derivare, con le questioni di natura contabile che riguardano la necessità di “fare cassa” come misura di riduzione del debito pubblico nazionale.

 

 

Torino: se le ex caserme diventano social housing

Dal 2013 a Torino è iniziato un percorso volto a capire come gestire il problema del disagio abitativo. Da un’indagine svolta infatti era emerso che il numero di sfratti per morosità incolpevole fosse sostanzialmente raddoppiato tra il 2008 e il 2012, individuando quindi nel tema del social housing una vera emergenza per la città (in relazione alla limitazione del consumo di suolo e del riutilizzo del patrimonio edilizio oggi in disuso). Il social housing rappresenta l’evoluzione dell’edilizia popolare e costituisce un insieme di strumenti predisposti a garantire alloggi e servizi, con forte connotazione sociale, per coloro che non riescono a soddisfare il proprio bisogno abitativo sul mercato (per ragioni economiche o per assenza di un’offerta adeguata), cercando di rafforzare la loro condizione. Dunque i comuni, solitamente con il supporto economico delle fondazioni private, recuperano edifici pubblici in disuso e li trasformano in complessi residenziali destinati a persone disagiate: anziani, donne sole con figli minori, giovani in difficoltà.

Per soddisfare tali carenze Torino ha già avviato varie iniziative di social housing, contenute nel Piano Casa della Città, definendo il passaggio dalle politiche per la casa alle politiche dell’abitare attraverso una serie di azioni che promuovono sinergie e collaborazioni tra pubblico e privato e favoriscono la solidarietà e lo sviluppo delle reti territoriali.

Tra le varie proposte si annoverano, per esempio, le “residenze temporanee”, per persone che per ragioni di carattere sociale, economico, familiare, professionale, vivono una fase di transizione o di momentanea difficoltà. Di fatto si tratta di esperienze come il “condominio solidale”, supportato dall’Associazione Giovanile Salesiana e lo “Sharing Torino” (Condividere Torino), in cui si compartono spazi comuni e si usufruiscono vari servizi, aperti anche agli altri abitanti, come ristorante, bar, bio market, tintoria, sportelli di orientamento, consulenza, mediazione culturale, assistenza legale e poliambulatorio (altre iniziative sono la Torino Residenza Open 011, l’Ospiteria dell’Arsenale della Pace ed il “Programma Housing” della Compagnia di S. Paolo).

Un’altra soluzione abitativa alternativa che comporta nuove forme di convivenza sviluppata a Torino attiene al co-housing. Il progetto “Numero Zero”, inaugurato nel 2013, è un’esperienza abitativa condivisa dove singoli, coppie di giovani o anziani, intere famiglie vivono in complessi residenziali composti da appartamenti privati e da ampi spazi destinati all’uso comune e in cui si svolgono a turno servizi utili per tutta la comunità di vicinato.

Ex edifici militari per sviluppare progetti di housing sociale

Rispetto alle particolari esigenze abitative di Torino, risulta interessante il fatto che l’articolo 26 del Decreto Legge 133/2014 (il cosiddetto “Sblocca Italia”) permetta ai Comuni italiani di riconvertire a social housing le ex caserme nell’ambito dei processi di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico.

Il comune di Torino ha quindi avviato un dialogo collaborativo con gli organi del demanio militare e dell’Agenzia del Demanio, culminato con un primo protocollo d’intesa per il riuso di quattro ex strutture militari, ubicate nel centro della città, in un’area caratterizzata da immobili di pregio storico-architettonico che ospitano per lo più residenze di tipo signorili e studi professionali oltre a funzioni pubbliche, anche di rappresentanza. La volontà del comune è di promuovere interventi di per la realizzazione di social housing e alloggi convenzionati per studenti a supporto del programma “Torino città universitaria”, a cui si accompagneranno attività culturali e di servizio alle persone e alle imprese.

Tra le varie esperienze internazionali di riuso dell’ex patrimonio militare, interessante è il progetto di cohousing di Vauban a sud di Friburgo, attivo dal 2001. Cinquemila persone abitano in un grosso quartiere ex militare di circa 38 ettari di superficie, studiato per favorire la sostenibilità ambientale: pannelli solari, impianti per la produzione di energia secondaria, servizio di car sharing per sostituire le auto di proprietà.

Grazie ad una condivisione degli obiettivi a priori da parte degli enti pubblici coinvolti, a Torino si prospetta dunque l’opportunità per sviluppare ulteriori soluzioni in tema di social housing per la riqualificazione delle aree militari dismesse, che possano produrre ricadute positive sia per gli enti che le attuano, sia, soprattutto, per l’intera collettività.