Il difficile rapporto tra democrazia e trasformazioni urbane

Il processo di sostituzione del patrimonio pubblico con l’edilizia residenziale privata sta cambiando il paesaggio urbano di molte città del Regno Unito. Durante  l’anno appena trascorso una protesta popolare aveva impedito che la demolizioni delle torri del quartiere-ghetto di Red Road a Glasgow servisse da spettacolo inaugurale dei Commonwealth Games, e aveva indicato all’opinione pubblica britannica uno degli aspetti meno accettabili della rigenerazione urbana.

È tuttavia la capitale britannica  il luogo dove la sostituzione del patrimonio residenziale pubblico con interventi immobiliari privati, dominati da investitori internazionali, sta avendo le peggiori conseguenze sul  fabbisogno di alloggi economici. Qui, dove l’attuale sindaco prima di entrare in carica inveiva contro l’“aziendalizzazione” dello spazio pubblico, tra la demolizione di decine di immobili pubblici si stanno facendo strada nuovi complessi di abitazioni di lusso.

È il caso di Heygate Estate che un tempo ospitava 3.000 persone a basso reddito nel distretto urbano di Elephant & Castle. Al suo posto sorge ora Elephant Park, un esclusivo complesso di 2.500 case delle quali solo 79 saranno alloggi sociali. Quello di Elephant Park non è solo l’accattivante nome del nuovo complesso immobiliare: per 70 anni è stato il più grande parco di Londra ed ora sarà di proprietà privata. La stessa cosa sta succedendo in numerosi quartieri e distretti della metropoli.

La privatizzazione dello spazio pubblico favorita dalla dismissione e dalla riqualificazione di immobili comunali, come la Battersea Power Station, dove sarà creata una piazza privata – la Malaysia Square – a testimonianza dell’origine del gruppo d’investitori privati –  o l’ex sito di Mount Pleasant di smistamento postale della Royal Mail a Clerkenwell, la cui riconversione in appartamenti di lusso ha incontrato la decisa opposizione dei residenti locali, è parte del modello di radicale trasformazione urbana sostenuta da Boris Johnson che sta costringendo i londinesi a basso reddito ad andarsene dalla capitale. E’ un processo più volte descritto anche in altri articoli di questo sito.

Eppure nel 2009 Johnson aveva annunciato un “manifesto per lo spazio pubblico”, un documento programmatico che denunciava il senso di esclusione vissuto dai cittadini nei confronti della trasformazione della loro città.  La dichiazione riguardava la democrazia e il diritto per i londinesi di sentirsi inclusi nella loro città. Ora sembra aver cambiato decisamente direzione di marcia.

Anna Minton, che in Ground Control si è occupata di come la cosiddetta rigenerazione urbana abbia trasformato le condizioni di fruibilità dello spazio pubblico e interagito con le divisioni della cittadinanza-  ricorda su The Guardian come i fautori delle nuove proprietà private, che si moltiplicano in tutta Londra, facciano notare che in questo modo essa è stata costruita a partire dal XVIII secolo. Gli investitori di quel tempo si chiamavano conte di Bedford (Covent Garden), conte di Southampton (Bloomsbury Estate) e il Duca di Westminster (Mayfair, Belgravia e Pimlico), ma anche la stessa famiglia reale (Royal Estate a Regent Park).

Nel modello di sviluppo urbano degli estate del West End londinese lo square sostituiva la piazza e il giardino pubblico altro non era che verde condominiale. Nel disegno della città l’intervento immobiliare privato diventa la trama sulla quale il riformismo municipale interverrà in seguito per dare alla strada la stessa dignità ordinatrice della proprietà fondiaria. E tuttavia il fatto che  questa parificazione dell’intervento privato a quello pubblico abbia plasmato alcuni dei più bei settori londinesi basta  a spiegare il motivo per cui, a distanza di due secoli, mantenere lo spazio pubblico sotto il controllo della autorità locale scoraggiarebbe gli investimenti privati?

Se vengono realizzati in tutta Londra spazi la cui natura è giuridicamente privata, anche se teoricamente sono aperti a tutti, sorvegliati dalla sicurezza interna 24 ore su 24, è inevitabile che verranno imposte regole sui comportamenti ammessi e sulle modalità di accesso. Persino il Garden Bridge attraverso il Tamigi viene previsto soprattutto come attrazione turistica privata, piuttosto che come spazio pubblico per la città, con limitazioni imposte alle modalità di passaggio.

Minton invita a prendere seriamente in considerazione le conseguenze di questa perdita di controllo della autorità locale sulle condizioni democratiche di accesso alla città, che il cambio di prospettiva del sindaco Johnson sta facendo diventare prerogativa di investitori miliardari. Il rischio che le condizioni d’uso pubblico degli spazi di pertinenza dei complessi privati somiglino  a quelle delle aree aperte degli estate della Londra pre-democratica – controllate da cancelli e postazioni di guardia – sembra diventato piuttosto concreto.

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Foto: M. Barzi

N.d.R. Nella foto qui sopra è possibile osservare un caso nostrano di “aziendalizzazione” dello spazio pubblico: un’area verde e di passaggio pedonale all’interno del complesso privato Porta a Nuova a Milano.

Riferimenti

A. Minton, What I want from our cities in 2015: public spaces that are truly public, The Guardian, 30 dicembre 2014.

Su come il modello di rigenerazione urbana, sostanzialmente orientato verso gli interessi degli investitori privati, abbia contrinuito a cambiare il volto della capitale britannica si veda anche M. Barzi, Metropoli a sei zeri, Millennio Urbano, 26 novembre 2013.

Sulla vicenda della demolizione delle torri di Glasgow si veda, M. Barzi, Periferie a perdere, Millennio Urbano,14 aprile 2014.

Londra: effetti perversi della rigenerazione urbana

Sembra incredibile ma una delle più ricche città del pianeta, scenario di un impetuoso processo di trasformazione, si sta mutando anche un una città di poveri incapaci di avere un alloggio dignitoso. Da tempo la stampa britannica sottolinea quanto sia pervasiva a Londra la crisi degli alloggi a prezzi accessibili ed ora stanno emergendo segnali del possibile ritorno a condizioni abitative di estremo degrado, quegli slum che i programmi residenziali pubblici avevano via via cancellato nel corso del Novecento.

Londra è la più sfavillante vetrina immobiliare del momento e la rigenerazione urbana è da poco stata celebrata in una speciale edizione della fiera  MIPIM, in più grande evento del real estate al mondo, che di solito si tiene una volta l’anno a Cannes, ma che ha trovato nella capitale britannica una nuova, ideale, location.

Se si vuole trovare un esempio di come funzioni in modello londinese di rigenerazione urbana promosso da MIPIM, basta andare nel quartiere popolare di Heygate, nel distretto urbano di  Elephant and Castle. Qui un complesso residenziale pubblico di 1200 alloggi è in procinto di essere demolito per fare spazio a 2400 appartamenti di lusso, ai quali se ne affiancheranno solo 79 di edilizia sociale. Gli ex inquilini di Heygate verranno spostati dalle loro case  e coloro che si rifiutano verranno messi davanti ad un ordine di requisizione che prevede un indennizzo in grado di coprire solo un terzo del valore di mercato di un appartamento equivalente.

Quello di Heygate è un esempio di come la rigenerazione in realtà significhi pulizia sociale, un’operazione alla quale si prestano le autorità locali in un momento in cui milioni di londinesi hanno assolutamente bisogno di alloggi a prezzi accessibili. La giustificazione per tutto ciò è fornita dalle cattive condizioni del patrimonio edilizio pubblico, per intervenire sul quale da tempo le amministrazioni locali hanno smesso di disporre dei fondi necessari a causa delle necessità di “risanamento” dei bilanci statali.

Originariamente, il piano di rigenerazione di Heygate comprendeva 1200 unità abitative a canone sociale dove i residenti esistenti avrebbero dovuto essere risistemati. Tuttavia i molti cambiamenti al progetto iniziale, negoziati dalla società immobiliare che lo promuove, hanno fatto sì che il numero di unità a canone sociale fosse ridotto al 3% del totale.  Michael Edwards – docente alla Bartlett School of Planning presso il London University College –sottolinea come la rigenerazione abbia il perverso effetto negativo di espellere proprio di quelle persone le cui condizione di privazione giustifica l’intervento sui quartieri in cui abitano.

La sostituzione sociale è resa possibili dalla realizzazione in cambio di alloggi “ a prezzi accessibili”, dove con questa espressione s’intende quelli che verranno affittati ad un prezzo equivalente all’80% del valore medio del mercato. Si tratta però di alloggi inaccessibili per gli utenti dell’edilizia residenziale pubblica, i quali vengono spinti fuori dalla città, ad incrementare la popolazione delle zone suburbane e costretti a diventare pendolari.

Quando si ha una buona sponda

 

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Foto: M. Barzi

L’aggiramento delle norme della pianificazione, pensate per controllare l’impatto sociale delle operazioni di rigenerazione urbana, con le quali le società immobiliari ottengono la sostituzione di alloggi a canone sociale con quelli “a prezzi accessibili”, si avvale di specifiche figure professionali cresciute con il proliferare delle iniziative immobiliari. Interventi che anziché qualificare il patrimonio residenziale pubblico continuano ad eroderlo sempre di più.Nemmeno la fermezza delle amministrazioni locali circa il rispetto di quei requisiti, che dovrebbero tenere sotto controllo l’impatto sociale dei progetti di rigenerazione, riesce a fermare la capacità di aggiramento sviluppata dagli immobiliaristi. Di fronte all’opposizione del consiglio di Lewisham ad un progetto proposto da una società con sede ad Hong Kong  (uno degli aspetti peggiori di questo tipo di operazioni immobiliari è che si rivolge a investitori internazionali il cui obiettivo prioritario non è risiedere in quegli alloggi) il proponente ha aggirato l’ostacolo rivolgendosi direttamente al sindaco Boris Johnson, ottenendone in questo modo l’approvazione.

Nel frattempo, mentre le case popolari sono rase al suolo con l’escamotage degli alloggi a prezzi accessibili, ci sono 344.000 famiglie londinesi in attesa di una alloggio pubblico e la maggior parte dei londinesi non può esercitare alcuna influenza sul modo in cui vengono gestiti i cambiamenti della città. Questo approccio alla rigenerazione urbana si configura quindi come un inarrestabile ed antidemocratico processo di svendita di suolo pubblico e di espulsione dei poveri che sembra riportare Londra ad oltre un secolo fa, quando eliminare i tuguri significava alleviare la povertà di chi li abitava.

Riferimenti

T. Hill, Is regeneration bringing slums back to London?, openDemocracy,  17 ottobre 2014.

Crisi e futuro di una metropoli

La rivolta di Ferguson ha nel fallimento di un programma di edilizia residenziale pubblica una radice lontana. Si tratta del demolito complesso Priutt-Igoe di St.Louis e ora l’area che ospita le sue macerie è al centro di un ambizioso progetto di rigenerazione urbana che dovrebbe ridisegnare il futuro della città del Missouri. Quel sito  rimane altamente simbolico nel momento in cui l’intera regione urbana di St.Louis riflette sulle disparità economiche e sulle politiche abitative che le tensioni di Ferguson hanno rilevato.

Anthony Flint, in un articolo su The Atlantic Citylab, ha delineato quanto intrecciata sia la storia della costruzione e demolizione dei 33 enormi edifici da 11 piani con quella delle rivolte suburbane che si sono svolte 18 chilometri più a nord. La brutta copia della Ville Radieuse di Le Corbusier, rappresentata dalle strutture edilizie fatte saltare in aria nel 1972 a soli sedici anni dalla sua costruzione, sono diventate il simbolo delle conseguenze della cattiva pianificazione.

Le famiglie afro-americano in fuga da Pruitt-Igoe – scrive Flint –  hanno cercato alloggi nella contea di St. Louis, a nord, nelle “unincorporated town” (piccole città nelle quali i servizi sono gestiti dalla contea n.d.t.) come Spanish Lake e Ferguson. Altri sobborghi prevalentemente bianchi hanno bloccato la costruzione di edifici residenziali plurifamiliari. Così l’anello di suburbi che circondano la città di St. Louis si è sviluppato secondo logiche differenti, andando a costituire la regione metropolitana famosa per la sua frammentazione amministrativa. La città stessa ha lottato contro il declino post-industriale e per impedire l’innesco della spirale della perdita di popolazione, che era di oltre mezzo milione di persone (contro i 320.000 scarsi di oggi n.d.r.), e le divisioni razziali sono diventate parte del paesaggio fisico.

Ora la foresta che ricopre le macerie di Priutt-Igoe si trova quasi esattamente al centro dei 6 chilometri quadrati interessati dal progetto di rigenerazione urbana North Side. Oltre a funzioni residenziali, commerciali e terziarie, una scuola e più di 200.000 metri quadri di parchi e piste ciclo-pedonali, esso prevede la ricollocazione dell’Agenzia Nazionale di Sorveglianza Geospaziale. Il suo pianificato trasferimento dell’agenzia –  con i relativi 3.200 posti di lavoro – sarebbero il catalizzatore della rigenerazione dell’area e il sindaco di St. Louis Francis Slay è convinto che sarà determinante per una ripresa economica prolungata .

Quanto in ogni caso può la pianificazione davvero migliorare le cose – si domanda Flint –  in presenza della torbida situazione, delle profonde tensioni, della sfiducia, e della disoccupazione visti a Ferguson? L’unica cosa che la leadership civica può fare è non mollare di fronte a una serie di sfide complicate come la promozione di nuovi posti di lavoro, ma non solo per uomini bianchi istruiti; piani di grande e piccola portata; proprietà della casa e opportunità di affitto per  redditi diversificati; ed una densità degna di una buona struttura urbana, ma non troppo elevata.

La questione centrale diventa quindi il rapporto tra città e suburbio, tra la densità eccessiva dei concentrati di povertà alla Priutt-Igoe, e la dispersione di posti come Ferguson nei quali i poveri si sono disseminati.

Non potrebbe darsi che tutti i problemi che affliggono la St. Louis County discendano da una frammentazione delle amministrazioni locali? si è chiesto Reihan Salam su Slate. La questione vera sembra però un’altra rispetto alla pur esistente debolezza economica dei piccoli comuni:  il suburbio a bassa densità di casette unifamiliari tipico di questa zona del Missouri – a dire il vero tipico di tutto il paese –  è fondamentalmente inospitale verso chi si ritrova al gradino più basso della scala economica. Ci si potrebbe anche chiedere come mai tante famiglie povere si spostino verso il suburbio (sono cresciute a velocità doppia rispetto ai poveri urbani fra il 2000 e il 2011) se si tratta di luoghi così difficili per tirare avanti. Una parte della risposta è che quando le fasce di reddito medie e alte vanno nel suburbio, i redditi bassi legati ai servizi domestici non possono far altro che seguirli. Poi accade anche che le città americane più vivaci stiano vivendo una forte ripresa, e la “gentrification” espelle le famiglie a redditi più bassi nelle fasce e centri esterni.

Ma è anche vero che la frammentazione amministrativa della contea di St. Louis, che fa parte dell’area metropolitana di quella città, ha in qualche modo indotto i piccoli comuni impoveriti a far soldi in modi “creativi”,  per supplire al ridotto gettito fiscale che è conseguenza dell’impoverimento della popolazione. Di sicuro non esiste un modo facile per scappare da questa trappola suburbana. Certo non fa male incentivare più case economiche nelle città troppo costose, o scoraggiare certi tipi di trasformazioni insostenibili, almeno evitando di favorirle. Ma il primo passo per risolvere la crisi del suburbio è quello di ammetterla, e per questo basta chiedere conferma a chi abita nella St. Louis County – conclude Salam  – suggerendo implicitamente che le questioni da affrontare hanno una dimensione metropolitana che supera la divisione città-suburbio.

Riferimenti

A. Flint, A Failed Public-Housing Project Could Be a Key to St. Louis’ Future, The Atlantic Citylab, 25 agosto 2014.

R. Salam, How the Suburbs Got Poor, Slate, 4 settembre 2014.