L’EUR deve tornare città pubblica

Una serie di fallimenti urbanistici, conseguenza della “grandeur” progettuale delle precedenti amministrazioni, stanno trascinando un pezzo di Roma nel baratro del degrado, a cui – forse non a caso –  fa da corollario la recente proposta di far diventare l’EUR il distretto romano della prostituzione. Di seguito l’appello dell’associazione Carteinregola  per il rilancio economico e culturale di un luogo simbolo della città contemporanea.

“Una città nella città”, recita lo slogan di EUR spa, di proprietà per il 90 % del Ministero dell’Economia e per il 10% del Comune di Roma, che gestisce un pezzo pregiato di città pubblica, l’unico su cui decide un consiglio di amministrazione e non il Comune. Una gestione che avrebbe potuto accontentarsi dei dividendi del ricchissimo patrimonio immobiliare e che invece si è spinta in una serie di imprese fallimentari, i cui segni sono sparpagliati tra le geometrie monumentali del regime fascista e del miracolo economico. Torri sventrate, opere incompiute, voragini post esplosione, baracconi abbandonati, antri scavati sotto il laghetto. Da anni in attesa di una soluzione. E sopra tutto la Nuvola, il nuovo palazzo dei congressi interrotto, simbolo della grandeur di una gestione che voleva essere europea e che non è stata all’altezza dell’ordinaria amministrazione.

Intanto, il prossimo 24 aprile un magistrato dovrà decidere se il piano di ristrutturazione finanziaria che presenterà EUR spa sarà in grado di garantire i suoi creditori, o se dichiararne l’insolvenza e avviare le procedure fallimentari. Ipotesi che dovrebbe essere remota, ma quello che sta succedendo per scongiurarla è di difficile comprensione. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non intende coprire i 300 milioni per rimettere a posto i conti della sua società, e si parla di vendita di alcuni immobili d’importanza monumentale ad altro soggetto pubblico. Ma non si capisce perché l’operazione potrebbe essere remunerativa per INAIL – il più accreditato acquirente – e non lo sia per il Ministero dell’Economia, tanto più che gli immobili sono vincolati e dovrebbe essere impossibile per qualsiasi nuovo proprietario cambiarne la destinazione.

Dopo le vicende di Mafia Capitale, che si aggiungono ad altre indagini che coinvolgono l’ex Presidente Mancini, che è stato alla guida di  un  consiglio di amministrazione tuttora in carica, e che, pur in scadenza, dovrebbe presentare il fatidico piano di salvataggio, riteniamo un preciso dovere dei Ministri delle Finanze Padoan, dei Beni Culturali Franceschini e del Sindaco Marino aprire un nuovo capitolo della storia dell’EUR, all’insegna della trasparenza e dell’interesse pubblico.

Per questo chiediamo che, prima di avviare qualunque iniziativa – piano, vendite e salvataggio – si proceda a una profonda riforma, restituendo l’EUR al governo comunale, pari a tutti gli altri quartieri di Roma, senza l’ingombro di una spa inutile e dannosa. E sia il Comune a predisporre un piano per il rilancio economico e culturale dell’EUR, garantendone la sostenibilità, all’insegna della trasparenza e della partecipazione dei cittadini.

Qui l’elenco dei firmatari al 1 aprile 2015

Vezio De Lucia, Vittorio Emiliani, Edoardo Salzano, Maria Pia Guermandi, Enzo Scandurra, Tomaso Montanari, Anna Donati, Domenico Finiguerra, Paolo Maddalena, Pier Luigi Cervellati, Andrea Emiliani, Lucinia Speciale, Paola Elisabetta Simeoni, Umberto D’Angelo, Gigliola Fioravanti, Mariella Guercio, Linda Giuva, Giovanna Merola, Rita Paris, Irene Berlingò, Associazione Assotecnici, Sergio Vasarri, Paola Nicita, Elisabetta Forni, Cettina Mangano, Luca Bellingeri, Sandro Roggio, Paolo Baldeschi, Maria Paola Morittu, Alberto Asor Rosa, Amatel’architettura, Luciano Manuzzi, Manlio Lilli, Maria Teresa Filieri, Paola Bonora, Michela Barzi.

Per firmare l’appello cliccare qui.

L’Avana riparte dallo spazio pubblico

Se c’è una città che si distanzia dagli aspetti più difettosi del modello di sviluppo urbano di provenienza statunitense questa è L’Avana. La metropoli caraibica, che ha conservato l’influenza mediterranea impressa dagli antichi dominatori spagnoli, offre un esempio di come potrebbe essere una città che non ha conosciuto i paradigmi della crescita urbana della seconda metà del XX secolo. L’Avana ha mantenuto la sua personalità originaria e sta intraprendendo un una fase di rinnovamento che ha saputo più che altrove interpretare correttamente i principi dello sviluppo sostenibile.

La riqualificazione dell’Avana si basa sulla vitalità della suo tessuto sociale e urbano. Forse non esiste  un’altra città al mondo con un numero così altro di bambini che giocano per strada, sia nelle sconnesse vie dei quartieri residenziali che nei viali pavimentati ed alberati del centro monumentale. E’ in generale l’intensa vita di strada che può favorire un processo complessivo di rinnovamento urbano attraverso il cosiddetto placemaking, un processo che si fonda sull’interazione tra progettisti e cittadini nella creazione di luoghi vivibili nelle città. L’innovazione consiste appunto nel considerare di fondamentale importanza l’opinione degli abitanti di una determinata comunità, con riferimento ai possibili miglioramenti che possono essere apportati in quegli spazi pubblici che gli stessi sono soliti frequentare, usando come punto di riferimento i loro bisogni, le mancanze lamentate e tutto quanto possa rendere un determinato posto più vivibile.

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Un’immagine dell’Avana tratta da una cartolina

Per la capitale cubana si tratta di evitare di commettere gli stessi errori di moltissime città dei paesi sviluppati, e di utilizzare, come punto di forza la grande presenza di pedoni come mezzo per scoraggiare il traffico veicolare privato. Lo stesso processo di valorizzazione della condizione attuale riguarda il commercio urbano, che ha oggi nei mercati di quartiere la principale fonte di approvvigionamento alimentare della popolazione. L’Avana sta investendo sull’agricoltura urbana per la produzione di cibo alla scala dei suoi 2,2 milioni di abitanti e questo aspetto è un altro punto di forza del processo di riqualificazione urbana basato sulle iniziative condotte dal basso.

Anche la grande disponibilità di spazi verdi  – parchi, giardini viali alberati sul modello delle Ramblas di Barcellona –  così come l’affaccio sull’oceano del Malecon, contribuiscono a creare un ambiente urbano favorevole ai pedoni anziché alle automobili, in grado di supportare l’integrazione culturale, l’incontro delle persone e la vita all’aperto. Negli spazi pubblici dell’Avana vi è un fiorire di iniziative come in nessun altro luogo: dai festeggiamenti all’aperto, ai tagli improvvisati di capelli, ai giochi da tavolo fino al baseball, le strade di questa città veramente unica sono un esempio di vitalità che va conservata, insieme all’architettura e agli spazi pubblici che fanno da sfondo.

L’Avana del XXI secolo vuole consentire alla sua popolazione di continuare a vivere, lavorare e divertirsi in una città contemporanea che rispetti lo spirito del luogo, i suoi valori e la sua eredità culturale.

(F.C.)

Riferimenti

Havana’s Public Spaces. Learning from ad Building on a People-Centered City, Project for Public Space, 3 marzo 2015

 

Scherzi da caserma

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Foto: M. Barzi

In molte città le caserme dismesse sono le ultime grandi aree sulle quali si possono prevedere progetti di trasformazione urbana e tuttavia le amministrazioni comunali faticano a trovare idee per reinventare le destinazioni di imponenti complessi edilizi, la cui riconversione può essere pensata come componente della strategia complessiva per migliorare la vivibilità urbana.

Nelle grandi città, ad esempio,  ci sono centinaia di migliaia di metri quadri vuoti, in attesa di nuova destinazione, che grazie agli strumenti urbanistici comunali, possono rientrare in un quadro più complessivo di trasformazione della metropoli, con la previsione di funzioni tra loro molto diverse che per il momento vanno dai servizi, attrezzature e spazi pubblici alle residenze e al verde, ma soprattutto a partire dall’ipotesi che questi grandi spazi non siano consegnati all’abbandono e al degrado. Le aspettative della cittadinanza a questo proposito potrebbero essere un elemento che guida le scelte di trasformazione, all’interno di una visione strategica che riguarda la città nel suo complesso e non solo le singole aree. La precedente tornata di grandi interventi sui settori urbani che contenevano aree dismesse o sottoutilizzate ha infatti messo in evidenza la sostanziale autoreferenzialità dei progetti che hanno più che altro pensato di collocare le quantità di volumi concordata con la pubblica amministrazione tramite una presentazione architettonica accattivante che però non esercita nessuna influenza sul disegno complessivo della città.

Sono così stati costruiti una serie di episodi urbani che al massino si relazionano con il sistema di trasporto pubblico urbano ma che non si capisce cosa apportino alla città nel suo complesso, se non una certa dotazione edilizia in suggestive forme verticali. Qui le aspettative dei cittadini, riguardo a maggiore dotazione di spazi pubblici fruibili, verdi e non, di alloggi a prezzi accessibili, di servizi e di tutto ciò che migliora la vivibilità urbana, sono state del tutto ignorate. Sembra infatti che l’unico vantaggio di questi interventi riguardi la loro natura di operazioni immobiliare prima che di trasformazione urbana. Quale relazione essi abbiano con i processi di pianificazione alla scala almeno comunale, per non parlare di quella sovralocale, con la risoluzione dei problemi dei quali i cittadini hanno consapevolezza, uno per tutti quello della mobilità, non è dato saperlo.

E’ esattamente questo lo scenario che, per fare l’esempio di ciò che avviene in un capoluogo di provincia di dimensioni medie come Varese, riguarda l’ex caserma Garibaldi dismessa da decenni e da vent’anni al centro di una serie di progetti.  In essi non solo l’edificio ma una porzione importante del centro cittadino diventa l’oggetto di una serie d’interventi di riqualificazione che nulla hanno a che vedere con le strategie complessive di trasformazione urbana.

Immaginata dapprima come sede dell’Università nelle intenzioni del Comune, l’ex caserma oggi pericolante è al centro di un controverso progetto dell’amministrazione cittadina che l’ha acquisita nel 2009. L’enorme volume dovrebbe diventare l’oggetto di uno scambio edilizio con il teatro che sta sull’altro lato della piazza, a sua volta realizzato nell’ambito di un precedente intervento di riqualificazione dell’area realizzato a fine anni ’80.

La domanda che sorge spontanea è: perché spostare un teatro esistente e funzionante dentro un edificio pericolante che ha anche l’ulteriore gravame di un vincolo apposto dalla Soprintendenza per i beni culturali e paesaggistici? La risposta non è tuttavia complicato darsela se si va a vedere cosa è stato realizzato con il precedente intervento di riqualificazione. Quel teatro è sorto come edificio temporaneo su di una superficie rimasta vuota a seguito della radicale trasformazione della piazza che, di fatto, è diventata la copertura di un posteggio interrato multipiano a servizio di uno shopping mall. In pratica un centro commerciale con gli effetti connessi alla mobilità urbana è stato piazzato nel mezzo del centro cittadino,  con la prevedibilissima conseguenza di un incremento del traffico veicolare dentro l’area urbana centrale.

Un ostacolo insormontabile per tutti i progetti di pedonalizzazione e limitazione dell’accesso della auto che nel frattempo sono stati realizzati senza un disegno unitario perché si doveva lasciare aperto un canale di transito da e per lo shopping mall. E non c’è come separare un’area dal suo contesto, facendola attraversare dal traffico automobilistico,  per renderla un luogo negletto, dalla quale allontanarsi il prima possibile per raggiungere destinazioni più confortevoli,  come lo shopping mall o le via pedonalizzate del centro cittadino che in fondo altro non sono che un’estensione del concetto a cielo aperto.

Il ruolo chiave che l’ex caserma nella riqualificazione di un’area penalizzata dalle conseguenze di un progetto sbagliato è facile da individuare. A patto che si riesca ad eliminare l’errore di fondo, ovvero riconsiderando all’interno del nuovo progetto in modo completamente diverso il paradigma della mobilità cittadina: detto in soldoni vuol dire avere il coraggio di mettere al centro un ripensamento radicale della gestione dei flussi di traffico che lì convergono.

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Foto: M. Barzi

Ma è possibile tramutare una scelta sbagliata in qualcosa di utile alla costruzione di scenari diversi per la mobilità urbana? Forse sì, a patto che il nocciolo della questione non sia solo quanti volumi edilizi infilare lì ma come, anche attraverso la loro costruzione, possa essere perseguita una certa strategia di trasformazione urbana. Infondo rendere più dense le città, arricchirle di una pluralità di funzioni, che per la vita dei cittadini significa più servizi ed opportunità, ma vuol dire anche costruire ed includere gli interessi degli operatori immobiliari come uno degli aspetti funzionali al successo delle scelte progettuali.

Tuttavia, se la logica con la quale si promuovono le trasformazioni urbane è quella di nascondersi dietro il project financing, presumendone la bontà a prescindere, i volumi edilizi finiscono per essere l’unico argomento in campo. Bisognerebbe che da parte delle amministrazioni comunali venisse anche qualche idea sulla città nel suo complesso e sul ruolo che quella determinata area può avere a questo riguardo, perché lo capisce anche un bambino che non basta evocare un teatro o un’altra attrezzatura culturale per risolvere i problemi nati da scelte sbagliate fatte un quarto di secolo prima.