La grande bellezza e l’immaginario urbano

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe città, come dovrebbero intuire un po’ tutti, non sono solo cataloghi di architetture. Ma certo dopo almeno due secoli e mezzo di guide turistiche (senza contare i loro illustri precedenti) c’è ormai una consolidata tradizione in questo campo. Vengono in mente le incisioni di Giambattista Piranesi e  Roma, come repertorio di architetture antiche e moderne, ne diventa il prototipo.

Poco più che ventenne, il celebre illustratore e visionario architetto arriva da Venezia nell’Urbe per ammirare ed apprendere da queste auguste reliquie che restano ancora dell’antica maestà, e magnificenza Romana. Due secoli dopo le architetture all’antica di Palladio, il giovane Piranesi dal medesimo spirito condotto in questa Regina delle Città di quello che aveva portato lì, dalle più remote parti d’Europa i più Valenti Uomini dell’età presente e delle passate, dedicava al suo mecenate Nicola Giobbe la Prima Parte di Architetture e Prospettive che precedono la serie di Varie Vedute di Roma Antica e Moderna alle quali deve gran parte della sua fama.

La Città Eterna era la tappa principale del Grand Tour e le vedute in fondo i primi souvenir dei pochi fortunati turisti, modello per le successive cartoline. L’opera di Piranesi ha avuto un ruolo decisivo nel trasmettere l’attrazione per la smisurata mole de’ marmi e la vasta ampiezza di spazio tra gli innumerevoli visitatori ed estimatori di Roma delle generazioni successive, anche se  a sua volta la passione per le parlanti ruine e l’esattissima perfezione delle architettoniche parti degli Edifizj gli veniva dalla tradizione rinascimentale veneta che portava i nomi di Sansovino, Palladio e Scamozzi.

Fu quest’ultimo, che dal tardo Cinquecento contribuì ad una serie di trasformazioni urbane, a decorare la facciata del teatro di Sabbioneta, piccola città “ideale” al centro della Pianura Padana, con l’aforisma Roma quanta fuit ipsa ruina docet. E le rovine di Roma hanno continuato ad insegnare, fino ai nostri giorni, quanto grande e potente è stata la città  .

E’ proprio da questa tradizione storica e iconografica, che sembra discendere la scenografia del film di Paolo Sorrentino La grande bellezza: celebratissimo, e malgrado ciò anche molto criticato, dopo l’incetta di premi internazionali dei quali è stato insignito, ultimo dei quali l’Oscar come miglior film straniero. Le numerose sequenze dedicate soprattutto ai monumenti di Roma antica e barocca ci riportano alla tradizione dei cataloghi architettonici delle vedute di Piranesi: acquedotti, fontane, palazzi e chiese.

Le passeggiate del protagonista, Jep Gambardella, servono forse alla individuazione dello scorcio suggestivo, all’evocazione della monumentalità senza tempo, più che alla narrazione vera e propria. La città sullo sfondo, così poco popolata, sembra lo scenario ideale per la promozione turistica piuttosto che per lo svolgimento di una storia. E’ una Roma idealizzata, come quella delle vedute che da cinque secoli isolano dal contesto urbano i monumenti dell’antichità e delle successive fasi storiche, catalogo per l’architettura di tutti i tempi più che città vera e propria.

Diversamente da La dolce vita di Fellini, che per il film di Sorrentino è una specie di riferimento formale, la città contemporanea sparisce, sia nelle sue forme fisiche che in quelle antropologiche. L’unica umanità visibile è fatta dagli abitatori dei palazzi storici che, tra una terrazza con vista sul Colosseo e un antico giardino, ripete stancamente quella specie di rito tribale che sono le feste.

La città dei circa settant’anni di cinema, da Rossellini a Moretti, non si vede proprio da nessuna parte. Al suo posto, un’idea di eternità solidificata nei monumenti, analoga a quella proiettata alla classe di ragazzini in Roma di Fellini. Una città solo immaginata per effetto della storia, le cui bellezza scorre tra le diapositive in mezzo alle quali è finita, guarda caso, anche una figura femminile e discinta.

Grande (deliberato?) equivoco, l’equazione tra La grande bellezza e Roma, che forse è servita a promuovere il film nel mondo, con ottimi risultati evidentemente. Ciò che vediamo è l’immaginario urbano del protagonista, diventato ad un certo punto guida della romanissima spogliarellista alla scoperta delle meraviglie nascoste della sua città.

Che sia diventata proprio questo Roma, solo immaginario urbano? E’ una domanda sollecitata dalla visione del film ed è  sensato farsela. In fondo è ciò di cui campa l’industria turistica, che non a caso ha già fatto diventare “pacchetto” la serie di luoghi nei quali esso è stato girato.

Riferimenti

Le citazioni in corsivo sono tratte dalla lettera di Giambattista Piranesi a Nicola Giobbe pubblicata in  A. Bettagno (a cura di) Piranesi, incisioni – rami – legature architetture, Vicenza, 1978, Neri Pozza, pp.16-17.

L’immagine è tratta da Roma, luoghi del film “La grande bellezza” pubblicato sul sito www.circuitoturistico.it