Città che odiano le donne

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Foto M. Barzi

Il caso delle due ragazzine barbaramente violentate e uccise in un villaggio dello stato indiano dell’Uttar Pradesh ha segnalato con brutale evidenza all’opinione pubblica un problema noto: l’assenza di servizi igienici all’interno delle abitazioni espone le donne alla violenza sessuale. Il problema è tanto più grave nei grandi agglomerati urbani, sia in India che negli altri paesi in via di sviluppo, dove la maggioranza dei residenti vive all’interno di slum privi di acqua corrente e di servizi igienici.

Se è ormai assodato che oltre la metà della popolazione mondiale oggi vive in contesti urbani, è altrettanto chiaro come un terzo di questa metà, ovvero un miliardo di persone, viva senza un alloggio sicuro, servizi essenziali, proprietà della terra, istruzione e diritti, compreso quello di essere liberi dalla paura e dalla violenza. Nelle baraccopoli delle città del Terzo Mondo l’assenza del diritto ad una casa dignitosa, all’acqua, ai servizi sanitari, alle varie reti e servizi urbani, diventa un ulteriore fattore di insicurezza, specie per il genere femminile. La paura è una realtà comune nella vita delle donne di ogni età che vivono in questi enormi agglomerati urbani, anche se la violenza contro le donne è all’ordine del giorno sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli sviluppati.

Pur essendo il contesto familiare, l’ambito nel quale prevalentemente si sviluppa la violenza di genere, essere violentate o molestate sessualmente nel tragitto tra l’abitazione il lavoro o la scuola, ma anche verso un bagno pubblico, è esperienza di moltissime donne e ragazze che abitano negli insediamenti informali. Negli slum, oltre la mancanza di vere e proprie strade e dei servizi a rete tipici del contesto urbano,  lo spazio pubblico è spesso il luogo della sopraffazione del più debole da parte del più forte. Del rapporto tra violenza di genere e qualità dello spazio pubblico si può raccogliere testimonianza un po’ ovunque nelle grandi metropoli di Africa, Asia e America Latina, ed i casi che seguono sono solo degli esempi.

A Mukuro, nella periferia di Nairobi, un piccolo gruppo di residenti di sesso femminile ha intentato un’azione legale per conto dei circa 400.000 abitanti della baraccopoli nel tentativo di ottenere la proprietà dei terreni sul quali risiedono. Con la loro causa accusano la proprietà privata dei suoli di aver evitato la costruzione di servizi igienici adeguati, costringendo gli abitanti di sesso femminile a percorrere lunghe distanze per usare i bagni ed esponendosi così al rischio della violenza sessuale.

A Recife , in Brasile , molte aree della città sono scarsamente collegate alla rete dei mezzi pubblici, le strade spesso vicoli sterrati e stretti, l’illuminazione pubblica inaffidabile o addirittura inesistente.  La questione della sicurezza delle donne negli spazi urbani è qui fortemente correlata allo spaccio di droga e al mancato controllo da parte delle forze dell’ordine. In pratica la violenza di genere è uno degli aspetti più evidenti della violenza urbana.

Le donne dell’area metropolitana della Valle di Kathmandu in Nepal hanno denunciato l’inadeguatezza dei servizi di trasporto pubblico, il sovraffollamento e lunghe attese alle fermate degli autobus. Esse inoltre affrontano costantemente vari tipi di molestie sessuali in luoghi pubblici come strade , mercati , parchi, templi, fermate degli autobus e sui diversi mezzi di trasporto pubblico .

Le studentesse universitarie in Liberia lamentano di subire discriminazioni e violenze nei campus universitari. Oltre alla richiesta di sesso in cambio per ottenere buoni voti agli esami vi è la mancanza di servizi di base, come servizi igienici e acqua corrente, e in generale l’atmosfera ostile dei campus a non incoraggiare la presenza delle donne nei corsi universitari.

Le venditrici di strada ad Addis Abeba hanno spesso segnalato come la violenza e le molestie sessuali siano mezzi di dissuasione quanto le rapine che subiscono da parte di chi non gradisce la presenza delle donne nel commercio urbano.

La campagna delle Nazioni Unite per l’equità di genere UN-Women e ONG come ActionAid  da tempo lavorano a programmi focalizzati sulla relazione tra la violenza contro le donne ed il ruolo dello spazio e dei servizi pubblici. Da essi emerge frequentemente quanto la pianificazione e la progettazione urbana non  tengano conto delle esigenze delle donne  e quanto la violenza di genere sia considerata una componente normale nella vita di molte comunità. Se si somma la tacita accettazione da parte delle donne a non frequentare, in certi momenti del giorno o della notte, alcuni luoghi delle città considerati pericolosi alle idee dominanti sul posto donne nella società si capisce quanto possa essere intensa l’esclusione di genere dai luoghi e  dalla vita pubblica.

Affinché i vasti processi di urbanizzazione siano sostenibili a livello globale diventa quindi decisivo il ruolo dei governi nel considerare maggiormente l’impatto della migrazione delle donne dai contesti rurali a quelli urbani, e quanto sia importante la pianificazione e la progettazione urbana, oltre ai servizi igienico-sanitari, il trasporto pubblico ed in generale le pari opportunità in ambito urbano. Al di là degli obiettivi di sviluppo del Millennio, l’equità di genere è fondamentalmente una questione di sopravvivenza delle città, poiché l’enorme crescita urbana non può avvenire in modo tanto insostenibile per le donne.

Riferimenti

Qui la presentazione del programma UN-Women Safe and Friendly Cities for All e il documento di ActionAid Women and the City II.

Sulla relazione tra violenza di genere e mancanza dei servizi igienici si veda anche, M. Anderson , Kenyan women sue for ownership of Nairobi slum, The Guardian, 2 ottobre 2013.

Un questa sezione del sito sono contenuti altri articoli sul rapporto tra pianificazione, forma urbana e violenza sulle donne.

 

 

Arcade Fire, Sprawl I (Flatland) (2010)

Contributi Musicali all’Urbanistica | Puntata 6

Perché non provare a leggere i fenomeni urbani e suburbani attraverso gli indizi lasciati dalla musica?

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Nelle precedenti puntate della serie città e musica, abbiamo viaggiato attraverso emozioni, pratiche e usi delle metropoli nel secondo dopoguerra, stravolte da enormi cambiamenti urbanistici e sociali sia in Europa che negli USA. Si sono toccati i temi del confronto tra città e suburbio, l’interazione tra popolazioni migranti e popolazioni residenti, delle luci e del rumore della città contrapposti al buio e al silenzio della campagna, del cemento contrapposto al verde. Da Petula Clark a Celentano, da Gaber a Tenco, nell’Italia degli anni ’60 in tanti hanno cantato di queste trasformazioni, così come in Francia, negli USA e nella Svezia degli stessi anni.
Dopo aver esplorato uno dei maggiori momenti di formazione della città contemporanea e delle relative culture popolari, forse è il caso di fare un salto sino ai nostri giorni.

Tra i maggiori narratori musicali dello sprawl nel panorama odierno, sicuramente stanno gli Arcade Fire, gruppo indie canadese formatosi nel giugno del 2003 a Montréal. La band è nota per la ricchezza del proprio sound, caratterizzato da armonizzazioni complesse, date dall’interazione tra diversi strumenti musicali, tra cui chitarre, batteria, basso, pianoforte, violino, viola, violoncelli, contrabbasso, xilofono, glockenspiel, tastiera, corno francese, fisarmonica, arpa, mandolino, organo e ghironda, oltre che per le abilità esecutive dal vivo. Dal loro debutto, gli Arcade Fire vantano lavori discografici di grande successo sia per la critica che il pubblico.

Di particolare interesse il terzo disco della band, un concept album uscito nel 2010 e intitolato “The Suburbs” (“la periferia”). Grazie anche all’accessibilità e comprensibilità di molti temi trattati, inerenti la vita in periferia, l’album indipendente riceve importanti riconoscimenti, sino a portare la band verso la sperimentazione di diverse forme espressive, tra cui un progetto cinematografico realizzato con la regia di Spike Jonze, Scenes From the Suburbs. “The Suburbs” racconta le percezioni di un ragazzo e una ragazza che ripercorrono i territori della loro infanzia. Non molto diverso dal percorso che aveva fatto Celentano con “Il Ragazzo della via Gluck”, ma con la fondamentale differenza che lo spazio non è più quello della città in crescita, ma la città dispersa. Insomma, lo sprawl. Il sound ne risente: i motivetti allegri e orecchiabili del boom economico lasciano spazio a sonorità più cupe e ansiogene, che ben descrivono le sensazioni sperimentate dai due ragazzi.

Uno dei brani più significativi si chiama proprio “Sprawl I (Flatland)”, che può essere tradotto sia come “Territorio piatto”, per via della bassa densità, che “Territorio monotono”, per via delle pratiche sociali routinarie. Il primo verso, ripetuto più volte nella ballad, racchiude in poche parole una delle principali questioni: “Took a drive into the sprawl”, “Abbiamo fatto un giro in macchina nello sprawl”. Innanzitutto lo sprawl non si visita, non ci si fa una gita di piacere: al massimo ci si passa dentro (into), solo e  rigorosamente in auto. Altrimenti non ci si riesce a muovere, perché i mezzi pubblici non esistono e le distanze sono troppo elevate per qualsiasi altro mezzo. Non è il piacere che spinge i due ragazzi a tornare in quegli spazi, ma la voglia di rivedere la vecchia casa in cui sono cresciuti:

 

Took a drive into the sprawl

To find the house where we used to stay

Couldn’t read the number in the dark

You said, “Let’s save it for another day”

Abbiamo fatto un giro in auto nello sprawl

Per trovare la casa dove abitavamo

Non siamo riusciti a leggere i numeri nel buio

Mi hai detto: “Torniamo un altro giorno”

Come il Ragazzo della via Gluck, neanche i due protagonisti di Flatland riescono a trovare la loro vecchia casa. Non perché sia stata demolita per fare posto a nuovi edifici più moderni, ma più semplicemente perché non si distingueva dalle altre, e al buio era impossibile vedere il numero civico, unico elemento che avrebbe permesso di riconoscere l’edificio. Fatto curioso, che genera un paradosso sottolineato qualche verso avanti: “Took a drive into the sprawl, in these towns they built to change, “abbiamo fatto un giro in auto nello sprawl, queste cittadine che hanno costruito per cambiare”. Cambiare da cosa, cambiare da chi, se poi alla fine sono tutte identiche e senza distinzione alcuna? In uno spazio tutto uguale “The emotions are dead”, le emozioni sono morte.
Nella seconda parte del brano, uno dei ragazzi ricorda invece uno dei pochi incontri avuti in Flatland dopo l’orario di cena: quello con i cops, i poliziotti, incaricati della sicurezza del quartiere. E dalle risposte del ragazzo al poliziotto, probabilmente mai dette nella realtà, emerge la contrapposizione tra un mondo piatto e monotono e la voglia di scappare via, di prendere aria e di uscire da quel micro-mondo che vede un ragazzino con la bici come una potenziale minaccia, pericoloso in quanto incapace di adeguarsi alle regole sociali implicitamente imposte alla “comunità” dalla forma urbana in cui è insediata.

 

Cops shone their lights on the reflectors of our bikes
Said, “Do you kids know what time it is?”

Well sir, it’s the first time
I’ve felt like something is mine
Like I have something to give

The last defender of the sprawl said,
“Well, where do you kids live?”

Well sir, if you only knew what the answer is worth
Been searching every corner of the earth.

I poliziotti puntarono le luci sui catarifrangenti delle nostre bici e dissero: “Ragazzi, sapete che ora è?”

Beh signore, è l’ora in cui per la prima volta
ho sentito che qualcosa era mio,

che avevo qualcosa da donare.

L’ultimo difensore dello sprawl disse:
“E ragazzi, dov’è la vostra casa?”

Beh signore, se solo sapesse il valore della risposta:
la stiamo cercando in ogni angolo della Terra.

 

Riferimenti:

Arcade Fire – Sprawl I (Flatland) (Youtube).

Federica Manenti, 2014, “Il Ragazzo della via Gluck. Viaggio tra le cover internazionali (1966-67)”, Millennio Urbano.

Federica Manenti, 2013, “Il Ragazzo della Via Gluck, Adriano Celentano (1966)”, Millennio Urbano.

Federica Manenti, 2013, “Downtown, Petula Clark (1964-65)”, Millennio Urbano.

Antonio Galanti, 2012, L’età suburbana: oltre lo sprawl, Aracne, Roma

Roberto Camagni, Maria Cristina Gibelli, Paolo Rigamonti, 2002, I costi collettivi della città dispersa, Alinea, Firenze.

In questa sezione del sito gli articoli sullo sprawl

La signora che osservava la strada

Osservare cosa succede sulla strada ed in generale negli spazi pubblici dove s’incontra una comunità di persone  non ha nulla a che vedere con il controllo dell’ordine pubblico svolto dalla polizia. Anzi, l’attenzione al modo in cui nello spazio pubblico s’incontrano i diversi attori sociali dovrebbe rientrare nelle competenze di chi si occupa di pianificare la città.

Lo affermava più di 50 anni fa Jane Jacobs che urbanista non era ma che conosceva molto bene i danni prodotti dalla pianificazione urbana disattenta alla società. La strada e lo spazio pubblico in genere sono il teatro della convivenza civile, il luogo dove le persone s’incontrano e mischiano le loro diversità.

Come tutti sanno per esperienza diretta, l’intensità  e la varietà di questi incontri è una garanzia di sicurezza: è normale sentirsi in pericolo camminando in una strada deserta, mentre al contrario più le strade sono affollate più ci sentiamo sicuri. Ciò accade perchè le persone che vi transitano o che si affacciano dalle finestre degli edifici, sono in grado di restituire la sensazione di controllo esercitata dai loro occhi. Avere molti occhi sulla strada,  ci ricorda Jacobs nel suo Vita e morte delle grandi città americane, è uno straordinario antidoto contro il crimine ed è un potente collante del senso di comunità.

 

Strade e piazze per giocare

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Foto: M. Barzi

Molte delle persone oggi adulte e già un po’ in là con gli anni probabilmente ricordano che c’era sempre qualcuno della famiglia la mattina ad osservare dalla finestra di casa il momento  in cui attraversavano  la strada per andare a scuola. Capitava poi  di veder apparire di tanto in tanto durante il pomeriggio una persona adulta a controllare che tutto andasse bene nel luogo dove i bambini s’incontravano a giocare, poco importa che fossero il cortile di casa o gli spazi pubblici del quartiere. Nella maggior parte dei casi era una figura femminile, una madre, una nonna, una sorella maggiore a dare un occhio ai più piccoli. Ancora oggi sono soprattutto le donne ad accompagnare i bambini a giocare all’aperto, certo non nelle strade dominate dalle auto e diventate troppo pericolose, ma  nei giardini pubblici e ovunque esista uno spazio sicuro.

Qualche tempo fa in Texas una madre di due bambini di 6 e 9 anni è stata arrestata per aver consentito loro di uscire a giocare nella strada cul de sac davanti alla loro abitazione in un sobborgo residenziale. Malgrado la signora stesse sull’uscio di casa a controllare la strada dove i pargoli si divertivano con i monopattini, qualche vicino ha pensato di chiamare la polizia e di denunciarla per aver messo i figli in pericolo. Eppure la donna stava facendo una cosa che milioni di madri urbane fanno da sempre: sorvegliare i bambini mentre usano la strada per il proprio divertimento e come mezzo di esplorazione del mondo.

Le strade cul de sac dei sobborghi dominati  dall’auto e le file di garage affianco agli ingressi delle villette, sono quanto di meno adatto esista per fare passeggiate ed incontrare le persone. Perché mai uno dovrebbe spingersi là fuori con i propri piedi se ha l’auto praticamente dentro casa? Perché i figli non li porta direttamente con l’auto a giocare da qualche parte, al parco, al centro commerciale o a casa di qualche compagno di scuola? Questo sarà stato il pensiero del solerte vicino di casa della signora texana, il quale deve aver considerato una pazzia lasciare ai figli tanta libertà di movimento sulla strada dove l’unico rumore ammesso è quello delle auto dei residenti. La polizia ha proceduto impassibile ad ammanettare la signora davanti ai bambini el’ha condotta agli arresti per una notte.

Eppure i figli della signora texana, malgrado la brutta esperienza della madre, sono fortunati: a differenza degli altri  bambini dei sobborghi a loro è consentito spostarsi non esclusivamente sull’auto.  Da tempo i medici e gli psicologi lanciano periodici allarmi sulle conseguenze della mancanza di movimento da parte dei bambini. Stress ed obesità, insicurezza e depressione sono in crescita tra i minori di 15 anni, perennemente accompagnati da un genitore in auto a scuola, a svolgere l’attività sportiva, e persino a giocare dagli amici.

E’ quasi sempre la madre a farsi carico di questi spostamenti  che potrebbero essere evitati se per il gioco ai bambini fosse data la possibilità di uscire di casa da soli, se le scuole non fossero costruite a distanze impossibili da coprire a piedi, se i percorsi casa-scuola fossero pensati  anche per chi usa la bicicletta.

Nei sobborghi composti da lottizzazioni con la strada a fondo cieco innestata direttamente sulla viabilità principale, l’abitante privo dell’auto semplicemente non esiste. Tanto meno,  in quanto agglomerati edilizi monofunzionali,  questi insediamenti residenziali si possono definire quartieri,  dato che l’interazione tra persone che avviene nello spazio pubblico lì non esiste.

 

Occhi sulla strada

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Foto: M. Barzi

Justice for Family , un’associazione che negli Stati Uniti si occupa di riformare il sistema giudiziario minorile, lo scorso 6 agosto ha dato vita all’evento Night Out for Safety and Democracy. Nel manifesto realizzato per l’occasione si vede un’anziana signora affacciata alla finestra ad osservare ciò che avviene in strada, dove ci sono un ragazzo che va in bicicletta ed una giovane madre seduta a leggere con la propria bambina in braccio.  E un caso che nel manifesto  chi osserva la vita della strada sia una donna? No, perchè l’osservazione è un’attività di cura ancora prevalentemente svolta dalle donne, come ci ricorda l’espressione inglese to look after.

L’immagine sarebbe probabilmente piaciuta a Jane Jacobs che quell’idea di strada piena di scambi sociali l’aveva fortemente difesa contro l’urbanistica dei sobborghi-giardino, collegati alla città solo dalle strade di scorrimento veloce automobilistico. L’approccio di Justice for Family alla sicurezza urbana è esattamente l’opposto di ciò che normalmente avviene nel sobborgo, dove le strade sono pattugliate dalla polizia e dalle agenzie di sicurezza privata. Gli occhi sulla strada promossi  con la loro iniziativa sono finalizzati ad evitare che della sicurezza di un quartiere si debba occupare la polizia. E’ il senso di appartenenza alla comunità che spinge i cittadini ad usare lo sguardo per rendere più sicuro il proprio quartiere, mentre al contrario l’individualismo del sobborgo genera l’insicurezza del suo abitante appena fuori da casa o dall’auto.

Nel frattempo la signora texana che aveva osato mandare i figli a giocare in strada ha annunciato un’azione legale di risarcimento della propria dignità di madre e di persona.  Speriamo che questa sia anche l’occasione di rivendicare il diritto ad osservare la strada non solo dall’abitacolo di un automobile.

 

Riferimenti

Kaid Benfield, A City With No Children, The Atlantic Cities

Sarah Goodyear, A New Way of Understanding ‘Eyes on the Street’, The Atlantic Cities