Città indiane: l’imperativo è la resilienza

Stagioni monsoniche con piogge particolarmente intense mettono in evidenza come il cambiamento climatico produca enormi impatti sulle città indiane cresciute rapidamente e senza pianificazione. Megacity come Kolkata (precedentemente Calcutta, 14 milioni di abitanti) e Mumbai (20 milioni di abitanti) sono in cima alla lista delle città più vulnerabili al mondo riguardo al rischio di inondazioni. Ma anche nella più piccola Surat, nello stato del Gujarat, cresciuta velocemente fino agli attuali 4,5 milioni di abitanti grazie alla presenza di industrie in vari settori produttivi, la frequenza degli allagamenti dovuta all’ubicazione lungo una sponda fluviale puo essere un fattore di rischio di epidemie di malaria e dengue.

Il cambiamento climatico potrebbe causare la perdita delle attività economiche che sono il motore della espansione non pianificata delle città indiane e riportare la sempre più numerosa popolazione urbana alla condizione di povertà dalla quale è fuggita quando risiedeva nelle campagne. Surat, che dal 2008 aderisce all’Asian Cities Climate Change Resilience Network, istituito dalla Rockfeller Foundation,  ha tuttavia la possibilità di diventare un modello per le altre città indiane riguardo ai provvedimenti da adottare per diventare resilienti.

Le soluzioni sono note: bloccare le costruzioni delle piane fluviali più esposte alle esondazioni, e controllare le espansioni urbane prive di pianificazione. Un compito non facile e non solo per Surat, dato che al 2030 si prevede che 590 milioni di indiani vivranno in città in condizioni di esposizione ai rischi di epidemie, peggioramento all’accesso all’acqua pulita ed aumento della temperatura se nel frattempo l’imperativo della resilienza non sarà accolto.

Il 18 aprile scorso Surat ha presentato la sua strategia per la resilienza come città pilota dell’India in questo campo. La Strategia di Resilienza di Surat è organizzata intorno a sette pilastri chiave e contiene 20 obiettivi e 63 iniziative. Si va dalla connettività  del tessuto urbano, tramite i servizi di mobilità per rendere sicuro e facile percorrere la città, alla accessibilità del patrimonio residenziale, attraverso la valutazione delle esigenze abitative della città e il migliore allineamento  alla domanda dell’offerta di alloggi, alla disponibilità e qualità dell’acqua, attraverso il miglioramento dell’approvvigionamento idrico della città con l’utilizzo di tecnologie innovative, alla regolamentazione in campo ambientale, finalizzata ad  affrontare le sfide del cambiamento climatico. Sul lato dell’occupazione e dello sviluppo economico la strategia prevede di incoraggiare una crescita equilibrata e una imprenditorialità diffusa, mentre su quello della coesione sociale e della salvaguardia della salute cruciale è il coinvolgimento dei cittadini nelle misure da individuare.

Partner della strategia per la resilienza di Surat è, tra le altre organizzazioni, il World Resources Institute, che è un organismo globale di ricerca senza scopo di lucro che ha tra le sue aree principali di studio le città. Il WRI ha sviluppato il modello di valutazione della resilienza delle comunità urbane Urban Community Resilience Assessment ( UCRA) che ha tra le sue finalità quella di aiutare le città a integrare la coesione sociale nelle strategie di contrasto dei rischi climatici locali, quali i sistemi di allarme rapido e la gestione dei disastri. Analizzando queste capacità locali, l’UCRA fornisce un quadro che consente di pianificare le azioni da mettere in campo, valutando la percezione del rischio e la forza delle relazioni di vicinato. Ciò permette agli amministratori locali  di impegnare i membri della comunità nella pianificazione della resilienza urbana .

Surat è una delle quattro città pilota a livello mondiale nella implementazione del modello UCRA , che consente ad esse di concentrarsi sulle particolari vulnerabilità che vivono gli abitanti degli insediamenti informali –  meglio noti come slum  – dove oggi a livello globale, vive circa un miliardo di persone. L’ONU definisce gli abitanti degli slum come coloro cui manca un accesso sufficiente all’acqua, ai servizi igienici, allo spazio vitale, al suolo e ad abitazioni non contaminate. Negli slum spesso convivono elevati tassi di criminalità e povertà estrema con notevoli esempi di ingegnosità e resilienza della comunità. Ciò fa sì che in qualche caso siano gli abitanti ad auto-dotarsi di servizi di base, quali fognature, scuole e abitazioni, per sostenere le loro esigenze.

La rapida urbanizzazione dell’Asia meridionale, e in particolare dell’India, fa sì che anche a Surat il numero di abitanti degli insediamenti informali sia molto elevato e in continua crescita. WRI e la rete di città 100RC (100 Resilient Cities) stanno lavorando insieme per fornire una metodologia di costruzione della resilienza attraverso il coinvolgimento delle comunità locali. Il modello UCRA sarà utilizzato per sviluppare piani di progetti operativi per attività prioritarie nella costruzione della resilienza di comunità formate da 100-500 famiglie degli slum delle quattro città pilota che, oltre a Surat, sono Semarang (Indonesia), Porto Alegre e Rio de Janeiro (Brasile). Si tratta di un approccio al processo di pianificazione della resilienza bottom-up e  partecipativo che consente ai membri della comunità di accedere ai processi di pianificazione urbana e di essere protagonisti delle azioni finalizzate alla costruzione delle resilienza. Un modello da seguire globalmente, valido anche per le meno problematiche, da un punto di vista insediativo, popolazioni delle grandi città del nord del mondo.

Riferimenti

 Julien Bouissou, Indian city of Surat anticipates worst effects of climate change, pubblicato sul Guardian Weekly il 15 settembre 2014.

 Kiran Pandey, Why Asian cities should be made ‘smart cities’, Down To Earth, 15 settembre 2014.

100 Resilient Cities About Surat.

 

 

L’oro grigio del Burkina Faso

Come altri paesi dell’Africa sub-sahariana, il consumo di cemento in Burkina Faso è in piena esplosione e si prevede che aumenti in media del 12% all’anno: nel 2015  esso era pari a 105 milioni di tonnellate e si stima che nel successivo decennio raggiunga i 134 milioni.  D’altra parte il tasso di urbanizzazione della popolazione del Burkina Faso sta triplicando dal 1985 e nel 2025 è previsto che raggiunga il 35-40% . Tali prospettive non hanno lasciato indifferenti i produttori ed ha attirato giganti della produzione di cemento come la società francese Lafarge, la tedesca Heidelberg Cement e il gruppo nigeriano Dangote Cement. Il fondatori di quest’ultima società, Aliko Dangote, è l’uomo più ricco d’Africa ed ha costruito un impero nella produzione di cemento in soli dieci anni e nel 2020, Dangote Cement spera di produrre 100 milioni di tonnellate all’anno.

Paese del Sahel senza sbocco sul mare, il Burkina Faso ha un tasso di urbanizzazione della popolazione di quasi un quarto di quella totale, per circa due terzi residente nelle due maggiori città: Ouagadougou e Bobo Dioulasso. Il fenomeno dell’urbanizzazione del Burkina Faso si basa su una rete di città precoloniali e su centri urbani nati della colonizzazione, ma sono le due maggiori città i poli di attrazione delle migrazioni interne dalle zone rurali verso i centri urbani.

Insieme alle persone verso le città si dirige anche una crescente quantità di legna da ardere. Sono tipiche del paesaggio saheliano le cataste di legna poste nelle vicinanze delle strade ed i camion carichi di legname che trasportano i loro carichi verso le città. La legna raccolta o tagliata nelle zone rurali viene principalmente consumata in città. Il fenomeno, per quanto in crescita così come il tasso di urbanizzazione non è tuttavia nuovo. Le rovine di Ouara, l’antica capitale del regno di Ouaddai in Ciad,  ci ricordano che la deforestazione indotta dai consumi urbani di legna da ardere ha a che fare con la desertificazione, cioè il principale problema dell’economia dei paesi del Sahel.

Lo svilippo di Ouagadougou tra il 1986 e il 2006 da immagini della Nasa.
Lo svilippo di Ouagadougou tra il 1986 e il 2006 da immagini della Nasa.

Il processo di urbanizzazione implica una marcata crescita della superficie urbanizzata: tra il 1980 e il 2000 la superficie di Ouagadougou è triplicata, mentre nel trentennio 1976-2006 la popolazione delle città è quasi decuplicata. Nel caso della capitale essa è passata dei 60.000 abitanti del 1960, anno del passaggio da colonia francese a paese indipendente con la dominazione di Alto Volta, ai quasi 2 milioni odierni. Con l’urbanizzazione, e i cambiamenti economici e sociali connessi, la tradizionale legna da ardere viene soppiantata dal carbone di legna, diventato il combustibile maggiormente utilizzato in quanto meglio trasportabile.

Nelle campagne del Burkina Faso sono per lo più le donne che raccolgono la legna, la portano dei villaggi o sul ciglio della strada o ai mercati locali, per poi essere trasportata con i camion verso le città. Nelle zone rurali, dove le donne cucinano un pasto al giorno, il consumo pro capite di legna da ardere è più contenuto che in città anche grazie alla disponibilità di  fonti energetiche alternative (scarti vegetali da agricoltura).

Il fatto che l’urbanizzazione sia una delle maggiori cause del maggior consumo di legna da ardere si spiega anche con il fatto che la popolazione urbana cresce ad un tasso annuo del 4,28% rispetto al 1,14% della popolazione rurale e al 2,13% di quella totale. E se la crescita urbana è fatta prevalentemente di insediamenti informali ai quali mancano le infrastrutture minime proprie dell’ambiente urbano, come una adeguata rete stradale e di approvvigionamento idrico ed energetico, il massiccio prelievo di legna dalle zone rurali a quelle urbane diventa inevitabile per il soddisfacimento dei bisogni deli abitanti degli slum.

L’altra faccia della medaglia di questo fenomeno sono le ricorrenti inondazioni provocate dalle piogge torrenziali a carattere stagionale che colpiscono pesantemente soprattutto gli slum di Ouagadougou lasciando dietro di sé migliaia di senza casa. I poveri delle aree rurali che cercano nelle città condizioni di vita migliori sono da una lato la causa e dall’altro coloro che pagano le conseguenze dell’incontrollato processo di crescita urbana.

Oltre tre quarti della popolazione urbana del Burkina Faso vive negli slum e nel 2015 la Banca Mondiale ha finanziato per ottanta milioni di dollari la realizzazione della rete idrica e fognaria nelle periferie di Ouagadougou. Le iniziative di sviluppo urbano della capitale hanno visto nel 2003  la distruzione di villaggi urbani, posti su 85 ettari di superficie tra il centro di Ouagadougou e il suo aeroporto, per avviare la costruzione di un centro commerciale e amministrativo. Qui vivevano circa 50.000 abitanti che nel corso degli anni sono riusciti a costruire reti economiche informali ma efficienti che hanno permesso a questa popolazione di sopravvivere alle dure condizioni di vita degli slum. Il progetto ZACA (Zones d’Activités Commerciales et Administratives) aveva anche l’obiettivo di risolvere i problemi legati alla proprietà fondiaria delle aree sulle quali sorgono gli insediamenti informali, di riabilitare il tessuto urbano e di fornire gli ex abitanti della zona con migliori condizioni di vita altrove. Dopo circa un decennio di stallo, recentemente il governo locale ha cominciato a rilasciare i permessi per costruire alcuni settori dell’area di progetto, anche se non molto è cambiato riguardo alle conseguenze sociali e fisiche dello spostamento delle 50.000 persone che abitavano l’area.

Dal 2008, il governo ha messo a punto un programma pluriennale di edilizia sociale grazie al quale nel luglio 2013 sono state consegnate 1 500 case. Il nuovo governo, sorto dopo la fine del regime dittatoriale di Campaoré, sta accelerando lo sviluppo del nuovo polo urbano di Bassinko, un villaggio situato a circa 15 chilometri da Ouagadougou, dove diverse aziende private stanno costruendo 14 000 case. Il progetto di edilizia abitativa Bassinko è il secondo più grande dopo il progetto ZACA.

Con i due terzi della popolazione urbana che vive in case realizzate con mattoni di terra cruda, non c’è quindi da meravigliarsi se i progetti di riqualificazione urbana e di costruzione di nuove unità abitative sostenuti dalle agenzie governative abbiano come effetto un’impennata della domanda di cemento.

Riferimenti

L’immagine di copertina è di Giovanni Quattrocolo ed è tratta da urbanNext.

Perché non si può essere contro l’urbanistica

L’urbanistica gode di una pessima fama ma per rendersi conto di quanto bisogno di essa ancora ci sia oggi nel mondo basta aver visitato qualche grande città asiatica, africana o sudamericana. Potrebbe anche non servire spingersi così lontano perché persino il cinema ci racconta a volte la condizione esistenziale delle grandi periferie terzomondiali e non solo. Da The Millionaire a Gomorra la mancanza dell’urbanistica o il suo cattivo utilizzo riflettono tutte le differenze che vanno dal disordinato sviluppo urbano dell’India in forte crescita economica e demografica a una enclave europea del sottosviluppo. Da una parte uno dei tanti insediamenti di baracche cresciuti spontaneamente in una grande città globale come Mumbay, dall’altra un quartiere di edilizia popolare di Napoli pianificato e progettato nei minimi dettagli. A questo riguardo il recente Pelo Malo ambientato in una periferia di Caracas fornisce qualche spunto di riflessione. Junior è un ragazzino di nove anni che vive in uno degli innumerevoli appartamenti existenzminimum in un complesso formato da due enormi edifici contenenti centinaia di unità abitative. Tra i due parallelepipedi di edilizia prefabbricata ci sono gli spazi verdi, il campo sportivo e la scuola: il classico standard urbanistico. L’involucro edilizio è stato fagocitato dai differenti usi degli abitanti: c’è chi usa il balconcino per ballare, per ammassarvi oggetti vari, per espandere il proprio spazio vitale. Dentro le caselle della immensa facciata antistante Junior e la sua compagna di giochi individuano tutte le diversità umane, facendo a gara a chi le scova per primo e indicandone esattamente la posizione. Per loro quella è la società, quella che vedono e che sentono arrivare dagli spari delle armi da fuoco della criminalità del quartiere. Dentro questa agglomerazione umana e spaziale c’è tutta la loro vita; nel bene  – una abitazione vera e propria con servizi igienici all’interno e attrezzatture collettive all’esterno –  e nel male che deriva dall’essere quel luogo un ghetto per poveri.

L’architettura, almeno la sua corrente stilistica che ha esercitato un’importante influenza sulla città contemporanea dalla Carta d’Atene in poi, ha dato una forma ha quello spazio che alla prova dei fatti risulta totalmente indifferente alle vite che ha accolto. E tuttavia non seve essere degli specialisti per capire che un conto è l’urbanistica che ha pensato a come dare ai poveri una casa dignitosa e dei servizi per una vita degna e un altro è l’architettura dei grand ensamble, il cui fallimento era già stato sancito con la demolizione del complesso Pruitt-Igoe a Saint Louis nel 1972. Bisognerebbe piuttosto chiedersi, al di là dei fallimenti dell’architettura contemporanea, se ci sia una alternativa per Junior e gli altri bambini poveri di Caracas che non siano i barrio di baracche senza acqua e fognature.

Nata per porre rimedio agli effetti della rivoluzione industriale, come la spaventosa densità demografica e le precarie condizioni igienico-sanitarie della popolazione urbana, di fronte alla apparente ingovernabilità delle città  terzomondiale, dei loro sterminati slum ma anche di certe sperimentazioni architettoniche pensate come loro rimedio, l’urbanistica sembra destinata a una inevitabile crisi d’identità. E tuttavia essa potrebbe ancora essere utilizzata per evitare, ad esempio,  l’innesco di patologie come il colera o Ebola che trovano terreno fertile nell’ambiente urbano degradato degli insediamenti informali. Se è pur vero che questa disciplina, che affonda le proprie origini nella cultura positivista del XIX secolo, ha bisogno di rinnovarsi per evitare di essere inutile rispetto le enormi sfide della complessità urbana nel nuovo millennio, non è però detto che se ne debba sancire l’inutilità.

L’antropologo Franco La Cecla ha tentato di dimostrare nel suo ultimo libro Contro l’urbanistica (Einaudi Torino, 2015, pp.147, €12,00) che esisterebbe un diritto alla quotidianità – fatto di quel mix di tradizioni e comportamenti grazie al quale si distinguono le popolazioni urbane – che l’urbanistica non riesce a riconoscere pur trattandosi del processo che genera l’urbanità. Ciò che però gli sfugge è che l’urbanistica è nata facendo i conti con il fatto che lo spazio urbano muta perché cambiano i bisogni, i comportamenti e la quotidianità dei suoi abitanti. Se è pur vero, da una parte, che per governare la crescente complessità urbana la pianificazione deve essere più versatile e adottare un approccio metodologico che sappia differenziarsi rispetto alle rigidità del controllo gerarchico esercitato dai governi locali, dall’altra risulta sempre meno chiaro a chi spetti assumersi la responsabilità di come vengono modificate le città, anche se è evidente che la loro capacità di autoregolazione richiede che la pianificazione sappia  abbandonare il suo tradizionale approccio lineare e gerarchico. Vale senz’altro la pena chiedersi se essa sia in grado di riuscirci o meno a interpretare questi mutamenti, ma non sarà l’approccio liquidatorio di La Cecla, basato sull’assunto della coincidenza delle forme dell’urbanistica con quelle dell’architettura, che aiuterà questa controversa disciplina a farlo.

 

 

Riferimenti

L’immagine di copertina è tratta dal trailer del film Pelo Malo.

Ringraziamo Franco La Cecla per averci dato la possibilità su questo sito di argomentare, a partire dal suo libro, una visone diversa della disciplina che lui demolisce.