Lo spazio pubblico tra funzioni urbane e pratiche sociali

cosa_spaziopubblicoLo spazio pubblico assolve a molteplici funzioni di carattere sociale, alcune delle quali sono socialmente accettate e prive di implicazioni legali, come spostarsi, incontrarsi,  divertirsi,  giocare, praticare attività sportive/motorie, ecc.,  altre, come spacciare sostanze, reclutare lavoro nero, prostituirsi, rispondono a finalità potenzialmente destabilizzanti che il corpo sociale sente il bisogno di espellere e che si svolgono nello spazio pubblico quando esso è inteso come terra di nessuno da conquistare .

La qualità dello spazio urbano ha una relazione con le diverse forme che assumono la funzione di carattere sociale, più o meno accettate, che in esso prendono vita. Ci sono giardini pubblici particolarmente adatti al gioco dei bambini e piccole piazze appartate ambite dagli spacciatori, oppure può succedere che un ampio viale alberato sia usato di giorno da jogger e ciclisti e di notte dalle prostitute per via delle superfici non esclusivamente dedicate alla circolazione automobilistica. Non esiste quindi uno spazio pubblico buono ed uno cattivo in relazione alle pratiche sociali che vi si svolgono quanto, al contrario, sono le diverse funzioni sociali a trovare nelle sue caratteristiche fisiche la ragione del loro svolgimento. Nel caso dei luoghi deputati agli spostamenti, come la stazione ferroviaria o l’aeroporto, lo spazio pubblico assume le forme di un particolare tipo di edificio che innanzitutto è in grado di assolvere ad una particolare funzione sociale, quella di andare da un luogo all’altro, alla quale magari se ne aggiungono di nuove e non istituzionalmente previste, come il riparo di fortuna per senza tetto o lo shopping mall.

Ci sono spazi pubblici la cui multifunzionalità è la ragione di fruizioni diverse e non reciprocamente escludenti: ad esempio chi pratica jogging in parco pubblico potrebbe essere la stessa persona che in tempi diversi passeggia con il cane, accudisce il bambino che si diverte nell’area giochi, legge un libro all’ombra di un albero o prende il sole sdraiato sul prato. Una piazza può essere il luogo d’incontro di generazioni diverse e per finalità diverse e, anche se non ci sono forme di interazione tra le diverse popolazioni e le loro pratiche sociali, forse è legittimo pensare che ci sia una relazione tra la signora seduta nel dehors di un bar a consumare una bibita e l’adolescente che aspetta gli amici sotto al monumento che sta nel centro di quella stessa piazza, visto che potrebbero tranquillamente essere membri dello stesso nucleo familiare.

Insomma lo spazio pubblico è il luogo del possibile, a condizione che esso sia veramente tale quanto a fruizione. Se una piazza è un parcheggio sulla sua funzione c’è poco da discutere, ma se è uno spazio aperto ed accessibile a tutti ci possono essere mille ragioni per andarci e sarà la sua multifunzionalità l’aspetto che farà di essa il luogo d’incontro di coloro che vi giungono per consumare, vedere gli amici, chiedere l’elemosina, esibirsi in performance artistiche. Il fatto che dello spazio pubblico beneficino attività economiche che hanno una finalità privata non toglie nulla alla fruibilità del luogo, ma ne diversifica semmai le forme di fruizione generando quel miscuglio di attori sociali che danno vitalità agli insediamenti umani. E’ la vita delle città –  così efficacemente descritta da Jane Jacobs in contrapposizione alla morte introdotta dalla specializzazione funzionale delle sue parti –  che tutti noi sperimentiamo mentre attraversiamo quelle zone urbane comunemente definite “movimentate” perché frequentate da gente di vario tipo per diverse ragioni.

Per valutare la qualità dello spazio pubblico sembra quindi sensato guardare anzitutto alla sua multifunzionalità, che è il veicolo dell’interazione tra diversi attori sociali, piuttosto che al suo essere luogo d’incontro delle diversità delle pratiche sociali, aspetto sul quale insistono parecchio i ricercatori di sociologia urbana che hanno redatto il volume Pratiche sociali di città pubblica scaturito dalla ricerca nazionale Spazi pubblici, popolazioni mobili e processi di riorganizzazione urbana condotta dalle università di Milano-Bicocca, Genova, Bologna, Perugia, Sassari e dai Politecnici di Torino e Bari.

La ricerca, attraverso l’osservazione di ciò che accade negli spazi pubblici percepiti socialmente come tra i più significativi in una serie di contesti urbani italiani, e cioè il Parco del Valentino di Torino, le stazioni Centrale e Lambrate di Milano, il Porto Antico di Genova, la Sala Borsa di Bologna, gli intorni della Fontana Maggiore di Perugia, Piazza Umberto I di Bari, l’Aeroporto Costa Smeralda di Olbia, cerca di tratteggiare quale idea di spazio pubblico si vada affermando nelle città italiane. Questi luoghi, secondo quanto afferma la curatrice del volume Antonietta Mazzette, rappresenterebbero in maniera esemplare i cambiamenti in corso e delle pratiche sociali che rendono la città una controversa entità “pubblica” sempre più proiettata verso il privato.  I risultati della ricerca condurrebbero alla affermazione che lo spazio pubblico vada pensato e progettato per essere davvero luogo della collettività. Dalle osservazioni svolte emergerebbe che è il mercato con le sue specifiche esigenze economiche  a progettare lo spazio pubblico, mentre l’amministrazione pubblica è inerte. Anche se le parti più attive e mobili della popolazione sono in grado di creare spazi accessibili secondo meccanismi spontanei e non pianificati, la natura pubblica di questi spazi è estremamente influenzata dalle ragioni  per cui determinati gruppi di persone ad un certo punto cominciano ad incontrarsi in un luogo che magari non era stato pensato per quello scopo. Generalmente sono sia gli esponenti più giovani che quelli più vecchi della popolazione i maggiori fruitori di questi spazi che acquisiscono la natura di luogo pubblico senza averne la qualità sociale in termini di sicurezza e di controllo, di estetica, eccetera. Secondo Mazzette, le dinamiche economiche e la creazione spontanea dello spazio pubblico sulla base di particolari necessità d’incontro non appaiono sufficienti a dare risposte adeguate alla domanda espressa dalla popolazione nel suo complesso, per cui resta compito dell’amministrazione pubblica mettere in campo ogni forma di convivialità sociale.

Nei diversi capitoli del libro vengono descritte le pratiche sociali che si svolgono nei luoghi oggetto dell’indagine e l’abbondanza di informazioni che ne discende a proposito del dettaglio più minuto e persino ovvio di quello che succede in un parco, una piazza, una biblioteca, una stazione ferroviaria, un aeroporto fa sorgere una domanda: non aveva per caso senso buttare un occhio anche alle qualità spaziali che definiscono le funzioni sociali di quei luoghi? Qualità spaziali che non si fermano ovviamente alle caratteristiche edilizie, ma includono il contesto urbano e le sue funzioni. Ma, a ben vedere se i ricercatori si fossero fatta questa domanda forse avrebbero scoperto che sovrapporre il concetto di spazio pubblico in se con determinate funzioni urbane o urbano/territoriali –  peraltro assai diversificate secondo che si trovino in un contesto urbano sparso e a bassissima densità, in una città di medie dimensioni o in una metropoli con una regione urbana da svariati milioni di abitanti – conduce all’equivoco di non considerare la diversa articolazione delle popolazioni che li frequentano, le quali sono portatrici, nelle modalità di fruizione dello spazio, delle differenze determinate dai diversi contesti territoriali dai quali provengono.  Osservare lo spazio pubblico, che esiste in tutti gli insediamenti umani di qualsiasi tipo e grandezza, solo come contenitore di pratiche sociali conduce all’errore di confonderlo con le funzioni cui certi luoghi sono deputati in relazione al contesto urbano di appartenenza.

E’ forse per evitare di vedere queste differenze che il concetto di popolazione usato nella ricerca diventa talmente rigido da cancellare, nel caso degli stranieri, le molteplici articolazioni che la presenza di cittadini di origine non italiana ha assunto nel nostro paese.  Sono un gruppo compatto, senza età, professione, ubicazione nell’ambiente urbano e, in qualità di immigrati, o, peggio extracomunitari, rappresentano “l’altro” rispetto agli autoctoni. Gli stranieri qualificano il venditore ambulante e la badante ma è estremamente probabile che tra le popolazioni mobili, dalle quali dipende il senso di uno spazio pubblico come la stazione ferroviaria ad esempio, ci siano moltissimi non italiani che svolgono differenti professioni, non necessariamente quelle che si possono riconoscere nei luoghi dove la sosta e la necessità di usare un luogo per ritrovarsi (anche su base della provenienza e della lingua) viene individuata come una pratica di appropriazione tendenzialmente escludente,  che non favorisce l’interazione sociale. E’ sulla base di questo aspetto che i diversi capitoli della ricerca cercano di valutare qualitativamente i differenti spazi pubblici analizzati.  Le forme di occupazione per funzioni diversificate da parte dei differenti fruitori sono sempre etichettate come escludenti, generatrici di frontiere: ad esempio, a proposito del fatto che ci siano persone che usano un grande parco pubblico urbano come luogo per correre, prendere il sole, passeggiare con il cane, osservare i figli mentre giocano, sedersi per consumare una bibita, e chi più ne ha più ne metta, il criterio di valutazione messo in campo dai ricercatori riguarda la possibilità che queste persone, nelle quali magari si riassumono le diverse modalità di fruizione, non interagiscano tra loro e mettano in atto pratiche sociali separate e ipoteticamente confliggenti.

Banalizzando un po’, non si capisce perché debba essere socialmente desiderabile che mamme con i bambini piccoli si mischino a pensionate con cani, forse perché queste forme di “appropriazione” dello spazio per funzioni distinte ricorda le modalità con le quali il mercato cerca di appropriarsi funzionalmente di tutti gli ambiti della sfera pubblica? C’è un assunto ideologico, non a caso enunciato da Mazzette nella introduzione ai temi ed ai luoghi della ricerca, che fa  fatica a prendere corpo nelle descrizioni dei diversi ambiti indagati e che, indipendentemente dagli aspetti qualitativi che emergono dai risultati della ricerca, dovrebbero condurre alla seguente affermazione: le amministrazioni locali hanno rinunciato a progettare lo spazio pubblico, ergo esso è sempre di più privatizzato nelle forme di fruizione.

D’altra parte se si pretende di valutare degli ambiti spaziali con criteri che con la qualità dello spazio non c’entrano nulla, ma che fanno riferimento alle sue differenti fruizioni, si finisce per aver bisogno di un qualche appiglio per dimostrare il senso della propria indagine e in questi casi i postulati ideologici funzionano molto bene. A questo riguardo la categoria dei senza tetto costituisce una sorta di cartina di tornasole: essi sono individuati come i soggetti deboli per eccellenza ai quali viene negato quel diritto di cittadinanza che è la libera fruizione dello spazio pubblico in relazione alla loro tendenza a farne il luogo in cui risiedere. Il postulato ideologico è che lo spazio pubblico consenta a tutti di esercitare questo diritto, indipendentemente dal fatto che esso sia determinato solo dal bisogno e dalla mancanza di uno spazio privato. Usare la presenza dei senza tetto come indicatore delle qualità civiche di uno spazio pubblico, senza considerare che è un diritto primario di cittadinanza l’accesso a condizioni di vita dignitose, presenta quella venatura di cinismo tipica di una visione ideologica che, come abbiamo visto,  presuppone i risultati di una ricerca ancor prima del suo svolgimento.

 

Riferimenti

A. Mazzette (a cura di) Pratiche sociali di città pubblica, Roma-Bari, Laterza, 2013.

La signora che osservava la strada

Osservare cosa succede sulla strada ed in generale negli spazi pubblici dove s’incontra una comunità di persone  non ha nulla a che vedere con il controllo dell’ordine pubblico svolto dalla polizia. Anzi, l’attenzione al modo in cui nello spazio pubblico s’incontrano i diversi attori sociali dovrebbe rientrare nelle competenze di chi si occupa di pianificare la città.

Lo affermava più di 50 anni fa Jane Jacobs che urbanista non era ma che conosceva molto bene i danni prodotti dalla pianificazione urbana disattenta alla società. La strada e lo spazio pubblico in genere sono il teatro della convivenza civile, il luogo dove le persone s’incontrano e mischiano le loro diversità.

Come tutti sanno per esperienza diretta, l’intensità  e la varietà di questi incontri è una garanzia di sicurezza: è normale sentirsi in pericolo camminando in una strada deserta, mentre al contrario più le strade sono affollate più ci sentiamo sicuri. Ciò accade perchè le persone che vi transitano o che si affacciano dalle finestre degli edifici, sono in grado di restituire la sensazione di controllo esercitata dai loro occhi. Avere molti occhi sulla strada,  ci ricorda Jacobs nel suo Vita e morte delle grandi città americane, è uno straordinario antidoto contro il crimine ed è un potente collante del senso di comunità.

 

Strade e piazze per giocare

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Foto: M. Barzi

Molte delle persone oggi adulte e già un po’ in là con gli anni probabilmente ricordano che c’era sempre qualcuno della famiglia la mattina ad osservare dalla finestra di casa il momento  in cui attraversavano  la strada per andare a scuola. Capitava poi  di veder apparire di tanto in tanto durante il pomeriggio una persona adulta a controllare che tutto andasse bene nel luogo dove i bambini s’incontravano a giocare, poco importa che fossero il cortile di casa o gli spazi pubblici del quartiere. Nella maggior parte dei casi era una figura femminile, una madre, una nonna, una sorella maggiore a dare un occhio ai più piccoli. Ancora oggi sono soprattutto le donne ad accompagnare i bambini a giocare all’aperto, certo non nelle strade dominate dalle auto e diventate troppo pericolose, ma  nei giardini pubblici e ovunque esista uno spazio sicuro.

Qualche tempo fa in Texas una madre di due bambini di 6 e 9 anni è stata arrestata per aver consentito loro di uscire a giocare nella strada cul de sac davanti alla loro abitazione in un sobborgo residenziale. Malgrado la signora stesse sull’uscio di casa a controllare la strada dove i pargoli si divertivano con i monopattini, qualche vicino ha pensato di chiamare la polizia e di denunciarla per aver messo i figli in pericolo. Eppure la donna stava facendo una cosa che milioni di madri urbane fanno da sempre: sorvegliare i bambini mentre usano la strada per il proprio divertimento e come mezzo di esplorazione del mondo.

Le strade cul de sac dei sobborghi dominati  dall’auto e le file di garage affianco agli ingressi delle villette, sono quanto di meno adatto esista per fare passeggiate ed incontrare le persone. Perché mai uno dovrebbe spingersi là fuori con i propri piedi se ha l’auto praticamente dentro casa? Perché i figli non li porta direttamente con l’auto a giocare da qualche parte, al parco, al centro commerciale o a casa di qualche compagno di scuola? Questo sarà stato il pensiero del solerte vicino di casa della signora texana, il quale deve aver considerato una pazzia lasciare ai figli tanta libertà di movimento sulla strada dove l’unico rumore ammesso è quello delle auto dei residenti. La polizia ha proceduto impassibile ad ammanettare la signora davanti ai bambini el’ha condotta agli arresti per una notte.

Eppure i figli della signora texana, malgrado la brutta esperienza della madre, sono fortunati: a differenza degli altri  bambini dei sobborghi a loro è consentito spostarsi non esclusivamente sull’auto.  Da tempo i medici e gli psicologi lanciano periodici allarmi sulle conseguenze della mancanza di movimento da parte dei bambini. Stress ed obesità, insicurezza e depressione sono in crescita tra i minori di 15 anni, perennemente accompagnati da un genitore in auto a scuola, a svolgere l’attività sportiva, e persino a giocare dagli amici.

E’ quasi sempre la madre a farsi carico di questi spostamenti  che potrebbero essere evitati se per il gioco ai bambini fosse data la possibilità di uscire di casa da soli, se le scuole non fossero costruite a distanze impossibili da coprire a piedi, se i percorsi casa-scuola fossero pensati  anche per chi usa la bicicletta.

Nei sobborghi composti da lottizzazioni con la strada a fondo cieco innestata direttamente sulla viabilità principale, l’abitante privo dell’auto semplicemente non esiste. Tanto meno,  in quanto agglomerati edilizi monofunzionali,  questi insediamenti residenziali si possono definire quartieri,  dato che l’interazione tra persone che avviene nello spazio pubblico lì non esiste.

 

Occhi sulla strada

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Foto: M. Barzi

Justice for Family , un’associazione che negli Stati Uniti si occupa di riformare il sistema giudiziario minorile, lo scorso 6 agosto ha dato vita all’evento Night Out for Safety and Democracy. Nel manifesto realizzato per l’occasione si vede un’anziana signora affacciata alla finestra ad osservare ciò che avviene in strada, dove ci sono un ragazzo che va in bicicletta ed una giovane madre seduta a leggere con la propria bambina in braccio.  E un caso che nel manifesto  chi osserva la vita della strada sia una donna? No, perchè l’osservazione è un’attività di cura ancora prevalentemente svolta dalle donne, come ci ricorda l’espressione inglese to look after.

L’immagine sarebbe probabilmente piaciuta a Jane Jacobs che quell’idea di strada piena di scambi sociali l’aveva fortemente difesa contro l’urbanistica dei sobborghi-giardino, collegati alla città solo dalle strade di scorrimento veloce automobilistico. L’approccio di Justice for Family alla sicurezza urbana è esattamente l’opposto di ciò che normalmente avviene nel sobborgo, dove le strade sono pattugliate dalla polizia e dalle agenzie di sicurezza privata. Gli occhi sulla strada promossi  con la loro iniziativa sono finalizzati ad evitare che della sicurezza di un quartiere si debba occupare la polizia. E’ il senso di appartenenza alla comunità che spinge i cittadini ad usare lo sguardo per rendere più sicuro il proprio quartiere, mentre al contrario l’individualismo del sobborgo genera l’insicurezza del suo abitante appena fuori da casa o dall’auto.

Nel frattempo la signora texana che aveva osato mandare i figli a giocare in strada ha annunciato un’azione legale di risarcimento della propria dignità di madre e di persona.  Speriamo che questa sia anche l’occasione di rivendicare il diritto ad osservare la strada non solo dall’abitacolo di un automobile.

 

Riferimenti

Kaid Benfield, A City With No Children, The Atlantic Cities

Sarah Goodyear, A New Way of Understanding ‘Eyes on the Street’, The Atlantic Cities

Il creazionista nel rogo della Città della Scienza

Il rogo della Città della Scienza a Napoli è stato con ogni probabilità voluto dalla Camorra –  interessata al giro di affari di milioni di euro che ruota attorno alla bonifica ed alla vendita dei suoli di Bagnoli – o, almeno, questa è la pista seguita dagli inquirenti napoletani. Tuttavia a preannunciare questa violenta cancellazione c’era il declino della trasformazione dell’area urbana che ospitava lo stabilimento siderurgico, come ha anche denunciato da Vezio De Lucia cui si deve il progetto di riconversione. 

Eppure, anche al lordo dei fallimenti delle amministrazioni di sinistra che hanno guidato la città da vent’anni a questa parte, la trasformazione di Bagnoli è uno dei pochi casi italiani di riconversione di un’area industriale in spazio pubblico. E questo evidentemente deve essere l’aspetto negativo di tutta l’operazione, ciò che implicitamente disturba, ad esempio, la sensibilità ideologica della stampa italiana di destra.

Il Foglio non si è fatto scrupolo di gioire per il rogo e in un articolo, a firma di Camillo Langone, giustificava tanta esultanza con la motivazione che nella Città della Scienza si propagandava l’evoluzionismo, una superstizione ottocentesca ancora presente negli ambienti parascientifici”.(…)  Il darwinismo è una forma di nichilismo e secondo il filosofo Fabrice Hadjadj dire a un ragazzo che discende dai primati significa approfittare della sua natura fiduciosa per gettarlo nella disperazione e indurlo a comportarsi da scimmia. Dovevano bruciarla prima, la Città della Scienza.

Langone, collaboratore abituale de Il Giornale e di Libero, aveva già dimostrato il suo calibro di maître à penser  riguardo ai temi della specie umana e della  (pro)creazione quando su quest’ultimo giornalesi era così espresso a proposito del calo delle nascite: Io sono di destra perché sono realista: le ideologie e le utopie non me le bevo. (…) Ebbene, gli studi più recenti denunciano lo stretto legame tra scolarizzazione femminile e declino demografico. (…) Il vero fattore fertilizzante è, quindi, la bassa scolarizzazione e se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà.

Evidentemente la destra italiana per sostenere le ragioni di chi ha appiccato il rogo di Napoli si affida agli scimmiottatori degli ultra conservatori americani.  I modelli sono l’ambientalista del Tea Party e trivellatrice in nome di Dio Sarah Palin o l’ex candidato alle primarie repubblicane Rick Santorum, per il quale i cambiamenti climatici vanno contrastati perchè minacciano l’uomo, mica l’ambiente. Insomma bisogna che la politica si ispiri alla Bibbia e non certo alla scienza in materia di inizio e fine vita, ma anche di creazione ed evoluzione.

Si può anche inorridire di fronte alle ridicole scopiazzature di Langone  ma non bisogna dimenticarsi del sostegno che più o meno esplicitamente danno a chi ha cancellato un’esperienza, purtroppo mal gestita, di trasformazione pubblica di un’area industriale.La quale – è bene ricordarlo – aveva tutte le caratteristiche dell’ILVA di Taranto, disastri ambientali compresi.

Riferimenti

C. Langone. Dovevano bruciarla prima, Il Foglio, 7 marzo 2013