Se vivi in città combatti il colesterolo

giornata-del-camminareQuante sono le persone che si chiedono che relazione ci sia  tra la loro salute ed i percorsi in auto che ogni giorno fanno per andare al lavoro, accompagnare i figli e fare le commissioni giornaliere? In quanti hanno sentito dire dal medico che più movimento corrisponde a minor rischio di malattie cardiovascolari, hanno  capito che non fa  bene muoversi solo stando immobili sulle quattro ruote ed hanno aggiunto ai viaggi in auto anche quello per andare in palestra?

Il concetto che la mobilità possa essere pensata come movimento del corpo è difficile da introiettare perchè spesso si vive troppo lontano da dove si lavora o si studia per poter contare sulle proprie gambe, anche se potenziate da un paio di ruote.  La vera domanda che il popolo dei pendolari e degli auto-dipendenti dovrebbe farsi è che relazione c’è tra la salute e la tipologia insediativa del luogo di residenza. Perchè un conto è vivere dove appena fuori da casa, camminando un po’, si possono fare le compere, accedere a piedi ai servizi, andare a scuola ed al lavoro, e un altro è se per ognuna di queste attività si ha bisogno di un mezzo motorizzato.

E’ assai probabile però che se si chiedesse ai forzati dell’auto di esprimere un parere su come il luogo in cui risiedono incide sulla loro salute, la maggior parte delle risposte tirerebbe in ballo gli aspetti ambientali. C’è da scommettere che chi abita in una casa unifamiliare con giardino, e in un quartiere di case come la sua, sarà convinto di vivere in un ambiente migliore rispetto a chi risiede nel centro di una grande città.

Questa credenza popolare viene però smentita in quella parte di mondo dove il modello abitativo unifamiliare  disperso sul territorio ha avuto la maggiore diffusione. Secondo un articolo del New York Times, pubblicato nella rubrica dedicata alla salute, gli americani più sani non vivono nei sobborghi immersi nel verde ma a New York. La ragione di ciò che magari potrà sembrare una rivelazione sconcertante sta nel massiccio uso dell’auto a cui sono obbligati gli abitanti dello sprawl. Nelle vaste aree a vocazione residenziale che circondano le città americane si arriva a registrare il paradosso che le casalinghe stanno più in auto dei loro mariti pendolari, perché costrette a coprire considerevoli distanze con l’auto per soddisfare qualsiasi necessità loro e del nucleo famigliare. L’automobile sarà anche il simbolo della libertà di movimento, come stanno affermando da tempo le donne saudite che cercano di rompere il divieto di guida, ma se diventa il posto dove si passa buona parte della  vita da svegli il prezzo che si paga per questa libertà diventa altissimo.

Dall’altra parte dell’oceano se ne stanno accorgendo da tempo che il sogno americano del suburbio, come alternativa alla città inquinata e violenta, si è tramutato in un’emergenza sociale e sanitaria. Disagi mentali ed obesità, elevati tassi di colesterolo nel sangue ed ipertensione, stress psicofisico e insonnia sono conseguenze sanitarie dei lunghi spostamenti  in auto a cui costringe il suburbio. Al contrario, vivere in un quartiere urbano non esclusivamente residenziale, dove a distanze facilmente raggiungibili a piedi si possono trovare i servizi, i negozi necessari per le esigenze quotidiane, scuole e parchi pubblici, spinge le persone a camminare e ad incontrarsi. Se poi si vive anche vicino al posto di lavoro i vantaggi per la salute sono evidenti soprattutto per le donne, nella cui vita ci sono molte più ragioni di spostamento rispetto agli uomini a causa delle attività di cura ed alle incombenze famigliari che gravano ancora sulle loro spalle. Il pendolarismo ha effetti sulle loro aspettative di vita poiché più il lavoro è lontano da casa maggiori sono le possibilità che vivano di meno.

La Washington University School of Medicine  di St. Louis e il Cooper Institute di Dallas hanno intrapreso studi sulle condizioni di salute di chi ha scelto o è costretto a guidare per più di 16 chilometri per andare al lavoro ogni giorno, per cinque giorni alla settimana. Anche altri istituti di ricerca europei stanno conducendo indagini su mobilità e salute poichè sappiamo che lo sprawl non è un fenomeno solo americano.

Se il rapporto tra il luogo in cui abita la maggior parte degli americani e la loro situazione sanitaria definisce uno scenario da emergenza, introdurre la valutazione degli effetti sulla salute dei piani urbanistici potrebbe essere una soluzione. Così negli Stati Uniti la progettazione di quartieri che riducano la dipendenza dai veicoli motorizzati sta diventando una prassi sempre più diffusa.

Da noi mettere in discussione la libertà degli automobilisti è impresa al limite dell’impossibile anche se si dovesse lanciare l’allarme sui possibili effetti sul sistema cardiovascolare dell’eccesiva dipendenza dall’auto. Non giocano a favore di questa causa il trasporto pubblico poco affidabile e le infrastrutture stradali pensate solo per le auto. Una maggiore consapevolezza del problema potrebbe però passare attraverso i criteri che indirizzano le persone nella scelta del luogo in cui vivere, magari informandole degli svantaggi della vita nel sobborgo, che da noi si chiama ancora paese anche se fa parte della città in senso lato. Da questo punto di vista sensibilizzare coloro che formeranno i futuri nuclei famigliari sui vantaggi di una vita meno dipendente dall’auto potrebbe essere una strada da percorrere. Allo stesso modo convincere gli adolescenti che il raggiungimento della maggiore età  non coincide per forza con il possesso dell’auto, insegnare ai bambini ad usare il trasporto pubblico appena hanno la capacità di muoversi da soli, sono forme di educazione alla mobilità sostenibile della quale molto si parla ma per la quale poco si fa.

Anche i marchi automobilistici, che tuttavia continuano a proporre lo stereotipo dell’auto come seconda casa della famiglia (ed effettivamente è così se si considera quanto tempo vi passano le persone bambini inclusi), mentre le immatricolazioni calano, sempre più gente che si compra una bicicletta ed aumenta la percentuale di utilizzatori del mezzo pubblico, stanno ripensando al ruolo dell’auto nell’organizzazione del territorio. Il car sharing, ancora considerata modalità di spostamento marginale, da questo punto di vista può avere un ruolo decisivo.

Vi sono anche gli effetti della crisi finanziaria sul sistema sanitario e la minore disponibilità di spesa per la salute a suggerire che per combattere l’eccesso di colesterolo nel sangue sarebbe meglio consentire alle persone di usare un po’ meno l’auto e un po’ più le gambe. Da questo punto vista la medicina di base potrebbe avere un importante ruolo d’indirizzo sulla pianificazione urbanistica se le amministrazioni locali, nella formazione delle scelte di piano, la smettessero di rivolgersi solo alle corporazioni che si occupano delle trasformazioni della città.

 

 

Riferimenti

J. E. Brody, Commuting’s Hidden Cost, The New York Times, October 28, 2013

Il marketing dello sprawl sostenibile

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Foto: M. Barzi

E’ sempre più diffusa l’idea che gli stili di vita possano orientare il mercato, mentre lo è sempre di meno la constatazione che fino ad ora è avvenuto esattamente l’opposto. Con la stessa logica duale c’è chi pensa che si possano modificare le aree urbane nel loro complesso: da una parte seguendo l’onda mossa dalle scelte individuali e, dall’altro orientandole con mirate operazioni di marketing. Nulla di strutturale, per carità, solo qualche aggiustamento nelle strategie e alla fine le debolezze del sistema possono magicamente diventare punti di forza, grazie – ça va sans dire – al mercato.

Nel Regno Unito, ad esempio,  Ikea ha avviato la commercializzazione di pannelli fotovoltaici a prezzo accessibile, prodotti in Cina, che successivamente saranno messi in vendita anche nel resto d’Europa. La ragione addotta per questa iniziativa commerciale è la maggiore sensibilità della clientela verso stili di vita sostenibili, ma sicuramente anche la convenienza dell’investimento, che si ripagherebbe velocemente grazie all’energia  prodotta, fa parte delle strategie di marketing dei produttori svedesi di mobili a basso prezzo.  Vi è poi un altro aspetto meno visibile ma che sembra essere essenziale:l poter contare su possibili compratori in grado di decidere autonomamente sull’installazione dei pannelli, vista la grande diffusione delle case che dal piano terra al tetto appartengono ad una sola famiglia.

Se ciò è particolarmente  vero per il Regno Unito, dove la  tipologia della terraced house  è presente anche i quartieri residenziali di Londra,  non lo è di meno per il resto d’Europa, dove a frenare un po’ la diffusione delle abitazioni unifamiliari è intervenuta solo recentemente la  crisi economica. In sostanza Ikea più che far conto sulla sensibilità ambientale della propria clientela si affida al modello prevalente di organizzazione del territorio, connotato dalla dispersione degli insediamenti residenziali nei cui interstizi, tra uno svincolo autostradale ed una zona industriale, hanno trovato posto anche i loro punti vendita.

 

Riconvertire il suburbio

 

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Foto:M. Barzi

ll ruolo delle aree suburbane nella produzione di energia è stato  messo in evidenza da una ricerca dell’Università di Lincoln (UK) e dal New Zeland Energy Centre, finalizzata a dimostrare come il suburbio da ambiente costruito a bassa efficienza energetica  possa trasformarsi in produttore di energia grazie all’abbondanza di tetti sui quali installare i pannelli fotovoltaici.

I ricercatori anglo-neozelandesi sostengono che, mentre la città compatta consente maggiore efficienza negli spostamenti con veicoli a combustione, quella dispersa è il luogo ideale per lo sviluppo del trasporto su veicoli elettrici, che si avvantaggerebbero dell’energia prodotta con i pannelli fotovoltaici. In una prospettiva di cambiamenti climatici poi,  produrre energia con il sole avrebbe anche il vantaggio incorporato di abbassare le emissioni globali  e di far diventare di massa l’uso dell’auto elettrica che non dipende dalle energie fossili.  Lo sprawl può quindi essere sostenibile se è adeguatamente equipaggiato con pannelli fotovoltaici ed orientato alla mobilità su veicoli elettrici ed il modello della città dispersa energeticamente efficente potrebbe entrare nelle prospettive di sviluppo del terzo mondo.

L’approccio alla sostenibilità del colosso dell’arredamento svedese sembra assolutamente in linea con le conclusioni di questa ricerca, con la differenza che nel caso della loro iniziativa commerciale la trasformazione dello sprawl in luogo di produzione di energia sostenibile si dovrebbe basare sulla sensibilità ambientale di chi vi abita,  anche se gli abitanti del suburbio forse sono più che altro interessati ai vantaggi economici della produzione autonoma di energia per i bisogni delle loro case energivore.  I probabili acquirenti dei pannelli fotovoltaici low cost rappresentano la risposta fai da te al problema della enorme dipendenza energetica del modello insediativo disperso e l’iniziativa commerciale di Ikea potrebbe non avere più senso se qualcuno darà retta alle conclusioni della ricerca anglo-neozelandese.

C’è da scommettere che il mercato immobiliare non tarderà a proporre  nuove soluzioni residenziali unifamiliari, disperse e energeticamente sostenibili, capaci di tramutare gli  svantaggi collettivi dello sprawl nel vantaggio individuale dell’indipendenza energetica. Lo scenario che in teoria si profilerebbe ha come conseguenza una diminuzione delle utenze della rete di produzione dell’energia elettrica dalla quale ancora dipende la città compatta, la quale nel frattempo potrebbe essere svuotata dai suoi abitanti attirati dal mito dell’indipendenza abitativa ed energetica . Il tutto si baserebbe sulla disponibilità teoricamente illimitata di suolo da utilizzare per la costruzione del nuovo suburbio sostenibile, cioè quanto di più insostenibile si possa immaginare. Ma si sa che il marketing  è fatto per vendere tutto, anche la sostenibilità.

 

Riferimenti

Qui la ricerca dell’Università di Lincoln (UK) e dal New Zeland Energy Centre.