Gita al faro

Il fascino delle «sentinelle di luce» che per qualche millennio hanno guidato i naviganti nel Mediterraneo, costruendo un’idea di Mare Nostrum che è stata anche «una certa visione del mondo»,  ci è stato restituito da una serie di racconti che Paolo Rumiz ha pubblicato giusto un anno fa su La Repubblica. Ora l’Agenzia del Demanio (l’ente pubblico che si occupa della gestione del patrimonio immobiliare appartenente allo Stato), in cooperazione con gli enti territoriali sta proponendo il riuso dei fari dismessi ubicati in varie regioni italiane con lo scopo di sottrarli al degrado. Inserito nell’ambito del più ampio processo di riconversione degli immobili pubblici,  il recupero dei fari, situati in contesti di eccezionale valore paesaggistico, si allinea a quanto è stato fatto in altri paesi, soprattutto anglosassoni, e si basa su un’idea imprenditoriale innovativa e sostenibile a livello ambientale.

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Il faro di punta Cavazzi ad Ustica. www.agenziademanio.it

La lighthouse accommodation è  una forma di sfruttamento turistico di beni demaniali orientata alla sostenibilità che ha l’intento di porsi a sostegno della conoscenza, dello sviluppo e della salvaguardia del territorio. In questo senso l’Agenzia del Demanio, dopo aver selezionato 11 tra circa 160 fari, ha avviato una consultazione pubblica online. Questa prima fase ha l’obiettivo di informare, raccogliere idee, proposte e suggerimenti, verificare l’interesse da parte del territorio e del mercato rispetto agli immobili individuati e alle idee sviluppate, al fine di definire il miglior percorso di valorizzazione in vista della successiva pubblicazione dei bandi di concessione. Può partecipare alla consultazione chiunque sia interessato ad offrire il proprio contributo e desideri instaurare un dialogo diretto sul progetto: pubbliche amministrazioni, cittadini, associazioni, operatori di mercato, imprenditori interessati e possibili futuri concessionari. La partecipazione avviene lasciando dei commenti in tre sezioni, ossia sulle ipotesi di valorizzazione e sviluppo, su strumenti di marketing e le azioni di tipo artistico e culturale da associare al riuso dei beni ed infine l’iter procedurale.

A fine luglio sono stati poco meno di 200 gli interventi di supporto al progetto. I vari soggetti che hanno lasciato la propria opinione sulla riqualificazione dei fari hanno proposto non solo la promozione di hotel riservati al turista d’élite, ma soprattutto strutture ricettive di qualità e alla portata di tutti, con un’attenzione particolare a creare ambienti semplici e familiari. Elemento fondamentale: il rispetto dell’ambiente e il legame con i territori, come antitesi ad un turismo “mordi-e-fuggi” slegato dall’ambiente circostante. Per quanto riguarda le attività che si potrebbero realizzare nel faro insieme a quelle strettamente ricettive, chi ha lasciato commenti ha finora privilegiato lo sport, ma anche le attività socio-culturali e di formazione.

Al termine della consultazione, saranno analizzate le risposte ricevute e sarà pubblicato un rapporto conclusivo, sulla base del quale si figureranno gli scenari di valorizzazione, sui quali orientare i parametri per l’elaborazione dei bandi di gara che saranno pubblicati nella fase successiva (autunno 2015). Essi prevedono la concessione fino a 50 anni dei fari, che saranno aggiudicati sulla base della miglior proposta, sia in termini di progetto imprenditorale che di sostenibilità economico-finanziaria.

Anche grazie alle indicazioni dei vari soggetti coinvolti nel processo partecipativo, sembra che l’Agenzia del Demanio abbia impostato un progetto ancorato ad una base conoscitiva solida. Inoltre, per semplificare il coinvolgimento dei privati nelle operazioni di riconversione, l’Agenzia propone per ogni faro delle “schede di valorizzazione”, in cui sono descritte le tipologie degli interventi di ammodernamento e recupero affinché siano sufficienti per raggiungere un rendimento adeguato, anche perché gran parte del patrimonio è sottoposto a vincoli di carattere ambientale e storico, e questo, in termini di mercato, risulta davvero un aspetto poco concorrenziale se non si chiariscono fin da subito le modalità di riuso.

Riferimenti

P. Rumiz, Le sentinelle di luce che dominano il nostro Mediterraneo, La Repubblica, 15 agosto 2014.

Agenzia del Demanio, Valore Paese Fari.

Il turismo di massa uccide le città

La riduzione a parco tematico del nucleo storico di numerose città è uno sconvolgimento anche peggiore di quello già avvenuto con lo svuotamento dei loro abitanti, sostituiti dalle attività terziarie al declinare delle produzioni industriali. Il processo di desertificazione sociale si è definitivamente compiuto quando anche i negozi tradizionali hanno ceduto il passo all’invasione degli articoli per turisti, o sono stati soffocati dalle bancarelle di souvenir .

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Foto: M. Barzi

A Venezia – ci ricorda un articolo del Guardian – l’ultimo negozio locale di biancheria a ha chiuso una decina d’anni fa, e da allora per comprare questo genere di cose gli abitanti dell’isola devono andare sulla terraferma. E’ un tipo di sostituzione che espelle gli abitanti rimasti, incapaci di far fronte alle necessità quotidiane e spesso ostacolati dalle folle persino a scendere in strada. Che i veneziani abbiano abbandonato Venezia non è una novità e basta fare un giro per le zone della città lagunare meno invase dai flussi turistici per constatare quanto avanzi l’abbandono. Ma se lo stesso fenomeno riguarda Barcellona – una metropoli da due milioni di abitanti – allora è il caso di preoccuparsi.

Tutto si spiega con il rapporto tra abitanti e turisti: il numero di questi ultimi è tre volte e mezzo  quello primi. Tuttavia l’amministrazione della capitale catalana non trova nulla di male nell’aumentare il datofino a dieci milioni di turisti all’anno. A La Barceloneta, lo storico quartiere sul mare, ci sono state assemblee, proteste, e in un caso anche tensioni con i turisti evidentemente ignari di trovarsi in una città, scambiata invece per un villaggio vacanze o un parco a tema.  Da tempo ci sono manifestazioni ed iniziative di cittadini che protestano contro l’affitto illegale di appartamenti per vacanze, fenomeno poco contrastato dalla passata amministrazione cittadina che ha favorito le trasformazioni degli edifici residenziali in alberghi.

 

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Foto: M. Barzi

Il triste declino di Barcellona, da metropoli trainante l’economia di un’intera regione a parco tematico, verso il quale si dirige la maggiore quantità di navi da crociera del Mediterraneo e d’Europa, è raccontato in un documentario di Eduardo Chibàs. In Bye Bye Barcelona, però, le immagini delle folle di turisti e le testimonianze dei cittadini sulla difficile convivenza con esse potrebbero però essere state girante anche a Venezia, o a Firenze, o a Roma.

La stessa sorte riguarda altre città d’Europa e del mondo che sono state convertite in fondali, dove i cittadini fanno da figuranti in una sorta di tableau vivant. Cartagenas de Indias ad esempio, che secondo lo scrittore argentino Martìn Caparròs è “lo spazio urbano più bello dell’America Latina”, sta subendo il medesimo destino: sostituzione sociale e definitiva desertificazione di ogni forma di vita locale. Una perdita che sembra non interessare nessuno perchè in fondo, almeno in una certa parte di mondo, siamo tutti turisti globalizzati in cerca di un luogo per sentirci altrove, anche se tutto ciò si consuma nello spazio di qualche giorno.

Riferimenti

A. Colau,  Mass tourism can kill a city – just ask Barcelona’s residents, The Guardian, 2 settembre 2014.

Qui è possibile guardare il documentario Bye Bye Barcelona.

M. Gaparròs, La gentrificazione di Cartagena, Internazionale, 25 settembre 2014.

 

L’urbanizzazione del mare

La nave da crociera più grande del mondo sta navigando nel Mediterraneo. Dopo essere arrivata a Napoli, e aver riversato sulla città più di 6.000 passeggeri (che si sono sommati a quelli di altre grandi navi per un totale di 15.000 in una sola giornata) essa si sta dirigendo verso Barcellona, i cui abitanti conoscono bene gli effetti dei 7 milioni di turisti che ogni anno arrivano in città come croceristi o utenti dei voli low cost.

L’arrivo della Oasys of the Seas  a Napoli è stata la prova generale dell’inserimento nello scalo marittimo partenopeo dei giganti della compagnia Royal Caribbean, a partire dal prossimo maggio. L’accoglienza in pompa magna dei passeggeri da parte di coloro che hanno da offrire servizi turistici dimostra bene quanto alta sia l’aspettativa economica riguardo a migliaia di visitatori che arrivano in un colpo solo. Molto scarsa è invece la consapevolezza del loro impatto ambientale.

Dato che non è difficile informarsi su quanto impressionanti siano i dati relativi alle presenze e alle dimensioni delle grandi navi nei mari del globo terracqueo, c’è da chiedersi perche nessuna, tra le autorità che ne autorizzano il transito, sembra avere qualche preoccupazione sulla loro sostenibilità (e dopo il disastro del Giglio sulla loro sicurezza). Peraltro basta la visione di un documentario come Bye Bye Barcelona per farsi un’idea, ad esempio, degli impatti socio-economici del turismo di massa, rispetto al quale la porzione che arriva con le crociere è in continua crescita. Le immagini e la serie di testimonianze di cittadini che il filmato presenta lasciano poco spazio all’immaginazione riguardo al modo in cui si stia letteralmente consumando l’identità di una metropoli mediterranea, ridotta ad essere trattata come un parco tematico. E’ una dettagliata denuncia della progressiva perdita dei diritti di cittadinanza da parte di chi la città la abita, che avviane con l’inarrestabile privatizzazione dello spazio pubblico messo a profitto.

Numeri

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Foto: M. Barzi

Ma per capire un po’ meglio la portata del fenomeno Grandi Navi bisogna cominciare dalle cifre.  Secondo Cruise1st, sito britannico di promozione del settore,  nel 2014 si prevedono 21,7 milioni di croceristi nel mondo, con una crescita del 21% negli ultimi 5 anni. Le due navi da crociera gemelle più grandi al mondo (Allure e Oasys of the Seas) sono lunghe 362 metri, pesano 225.300 tonnellate (l’equivalente di 9.000 carri armati) e possono ospitare 6.296 passeggeri – oltre ai 2.384 membri dell’equipaggio – per un totale di 8.680 persone. Una nave da crociera di dimensioni medie contiene 3.000 persone ed ha un peso equivalente a 21.200 autobus a due piani. Considerando i numeri globali di coloro che scelgono di fare una crociera, si può facilmente desumere che in un solo anno questa sorta di città galleggianti compiano migliaia di navigazioni e in particolare nel Mediterraneo,  la seconda destinazione più richiesta dai croceristi di tutto il mondo.  Naturalmente anche il giro di affari che ruota attorno alla presenza di questi giganti nei vari porti durante la stagione turistica è stratosferico: fonti giornalistiche riportano una stima per il solo porto di Genova pari a 3 milioni di euro.

Tra questi numeri mancano però le cifre di quelle che, nell’asettico linguaggio degli  economisti, si chiamano esternalità. Chi, oltre ai dati mirabolanti sul settore in crescita, si è mai preso la briga di quantificare i rifiuti, liquidi e solidi, prodotti da questi insediamenti umani collocati sull’acqua?

Impatti

L’Environmental Protection Agency, l’istituzione federale degli Stati Uniti che si occupa di protezione dell’ambiente, stima in 230 le grandi navi circolanti nel mondo. L’EPA letteralmente sostiene che le navi da crociera siano città galleggianti in grado di fornire ai loro passeggeri alcuni dei servizi normalmente dispensati ai cittadini di una piccola città. Poiché le attività di cantieristica che producono di questo tipo di imbarcazioni sono in continua espansione, c’è una crescente preoccupazione riguardo agli impatti ambientali complessivamente generati dalla crocieristica.

Impatti che derivano dalla gestione dell’acqua di sentina e di zavorra, degli scarichi fognari,  delle acque grigie, dei rifiuti solidi e pericolosi. Nel 2008 l’EPA ha redatto il Cruise Ship Discharge Assessment Report proprio con l’obiettivo di valutare la loro portata. Il documento dell’EPA non ha un intento normativo ma risponde alle preoccupazioni, riguardo alle ricadute ambientali delle città galleggianti, contenute nella petizione che il network Bluewater ha lanciato nel 2000. Il rapporto dell’agenzia statunitense si basa anche su studi che evidenziano come il numero dei croceristi cresca ad una velocità doppia rispetto alle altre forme di turismo, così come la dimensione delle navi progredisce a ritmi che non conoscono eguali rispetto agli altri mezzi di trasporto.

Anche senza leggere il rapporto dell’EPA, il fatto che una porzione di popolazione umana superiore agli abitanti della Romania decida di trasferirsi per almeno una settimana all’anno in mezzo al mare dovrebbe sollevare qualche preoccupazione o, almeno, far riflettere su come le dinamiche della dispersione insediativa stiano – temporanemente per ora –  travalicando i confini della terra. D’altra parte  l’urbanizzazione del mare,  pur nelle modalità da set cinematografico di Freedom Ship – un progetto di città galleggiante da 50.000 abitanti, con scuole, un ospedale, negozi, centri commerciali, alberghi, ristoranti, banche, uffici, porto, aeroporto e persino un casinò – qualcuno ha già provato ad immaginarla. Che sia anche il caso di immaginare come controllarla?

Riferimenti

Infographic: Fun Facts About Our Booming Cruise Holiday Industry, Cruise1st, 5 agosto 2014.

United States Environmental Protection Agency, Cruise Ship Discharge Assessment Report, 2008.