Il turismo è la rovina delle nostre città?

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Foto S. Caramaschi

Secondo il rapporto 2012 dell’osservatorio nazionale del turismo il Bel Paese mantiene il quinto posto a livello mondiale, sia in termini di arrivi che di fatturato, dimostrando come numerose città italiane abbiano scommesso sul turismo come ricetta anticrisi. Roma, Milano, Venezia, Firenze sono tra le città più visitate al mondo, con numeri da capogiro. Uno dei fattori che incide maggiormente sull’economia turistica italiana è la capacità di attrarre non solo nuovo turismo, ma anche di invogliare a ripetere l’esperienza di vacanza. L’Italia, infatti, non è una meta turistica occasionale ma è una destinazione dove si torna più volte, dimostrato dal fatto che oltre la metà dei turisti stranieri hanno visitato le nostre terre almeno cinque volte.

L’Italia, si sa, è bella da vedere grazie alle risorse naturalistiche; è ricca di cultura grazie ad un patrimonio artistico e monumentale unico; è ineguagliabile dal punto di vista enogastronomico, del divertimento e dello shopping. Considerati i numeri attuali e le previsioni per il 2020, dove più di 700 milioni di turisti all’anno viaggeranno in Europa da un paese all’altro, quali sono effettivamente gli impatti del turismo sull’identità urbana e sulla vita nelle città? Come sappiamo l’attività turistica opera in stretta simbiosi con l’ambiente urbano e naturale circostante. Viste però le dimensioni del settore a livello globale, risulta inevitabile che il suo impatto comporti accanto a benefici economici, anche conseguenze negative di natura identitaria, culturale ed ambientale.

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Foto F. Bottini

Inquinamento dell’aria, dell’acqua e inquinamento acustico; deturpamento paesaggistico per la costruzione di nuove infrastrutture; uso eccessivo delle risorse naturali; spreco energetico nelle strutture ricettive; distruzione del paesaggio naturale; commercializzazione e modificazione dell’arte e dei modelli locali con relativa perdita di identità urbana, congestione e altri, sono fenomeni ben noti che accrescono il loro impatto dal momento che il turismo è un’attività prevalentemente stagionale. Un problema spesso ignorato riguarda l’impatto del turismo sulla vita dei cittadini residenti. A Venezia il numero giornaliero di turisti (tra i 60.000 e gli 80.000) ha ormai superato il numero di persone che vi risiedono (circa 58.000), rafforzando il fenomeno di espulsione. La pressione del mercato immobiliare in continuo incremento, l’aumento di edifici a scopo turistico e l’impennata dei prezzi hanno portato numerosi cittadini a spostarsi altrove, fuori dal centro storico.

Sfortunatamente nessuna amministrazione cittadina ha trovato una soluzione a questo fenomeno, se non mitigando l’irrefrenabile onda turistica tramite il turismo di qualità. In questo modo si spera di rendere più consapevoli i turisti di quanto unico e fragile sia il patrimonio veneziano. Tramite il sito web www.veniceconnected.com i turisti sono incoraggiati a pianificare le loro visite in dettaglio e in anticipo, con lo scopo finale di distribuire più uniformemente la folla nella città. Grazie a sconti e incentivi, i visitatori sono inoltre incoraggiati a visitare il litorale fuori dalla stagione di maggiore afflusso. Questa emergenza non si riscontra solo a Venezia, ma in molte delle città turistiche europee: a Parigi e Barcellona, nel centro storico di Praga, nelle vie centrali di Roma. In queste e in molte altre città, la vita locale e l’identità urbana sono state intaccate dal commercio turistico, portando alla perdita di attività storiche, negozi di vicinato e vitalità urbana.

Roma e Venezia hanno venduto gran parte del proprio corpo al settore turistico, mettendo a rischio anche la propria anima. Numerose aree centrali sono destinate esclusivamente all’attrazione turistica, a negozi ordinari, a prodotti dedicati al turista medio. Addirittura i monumenti e le opere, che ogni anno richiamano un numero sempre maggiore di turisti, diventano insegne ammiccanti, piuttosto che testimonianza unica e rara. I cittadini si spingono ad abbandonare le proprie residenze e le proprie attività o per vantaggio economico, vendendo a catene alberghiere o al settore della ristorazione e merchandising, o in casi più sfortunati a causa dell’aumento di affitti e ordinanze di sfratto. Giusto per citarne uno, a Roma il Caffè della Pace, uno dei poli storico-culturali della città a pochi passi da Piazza Navona, lascerà spazio probabilmente ad un albergo o bed & breakfast, nonostante presidi, petizioni e mobilitazione internazionale.

È così che le nostre belle città si riempiono di ordinarietà e si svuotano di identità e valori locali, portando chi in queste mura è nato, cresciuto e vissuto a insediarsi fuori, magari in qualche villetta con giardino. È necessario dunque calibrare nel modo giusto l’aggiornamento e il potenziamento di un settore che porta ricchezza alla città, evitando lo snaturamento e l’avvilimento della sua immagine autentica. Alcune interessanti proposte si concentrano sull’individuazione di nuove centralità, valorizzando aree semicentrali o periferiche dal punto di vista turistico, permettendo al turista di penetrare la città e conoscerla nella sua complessità e articolazione, con conseguente alleggerimento generale. Gli impatti del turismo sono molto forti, ma molto forte e importante è l’impatto positivo dal punto di vista economico che ne deriva. Ecco quindi che diverse strategie, limiti, politiche e leggi devono essere sviluppate, per risolvere in primis i problemi contemporanei e per garantire in futuro uno sviluppo urbano più sostenibile.

Riferimenti:

Qui il rapporto dellosservatorio nazionale del turismo.

Il video documentario Bye Bye Barcelona denuncia in maniera critica il turismo nella città spagnola. Video in lingua, ma è possibile attivare i sottotitoli.

Salon è un sito che critica il turismo di massa e denuncia come nella città di Venezia e nella città di Barcellona, il turismo sia diventato un fenomeno di de-naturalizzazione e provochi perdita di identità e valori.

Vacanza in baracca all inclusive

141244336-e87dd22b-e2fd-4354-8944-41d7c22aeeb8Annoiati dai resort a cinque stelle in mezzo alle isole tropicali con formule all inclusive? Stanchi dei grattacieli rivestiti di marmo di Carrara degli Emirati Arabi? Tranquilli, per chi è in cerca di emozioni forti, è in arrivo l’ultima e imperdibile tendenza in tema di vacanze: un soggiorno in baracca (di lusso, ovviamente).
In Sudafrica il resort a cinque stelle “Emoya” offre una nuova opportunità ai suoi migliori clienti: una vacanza in una baracca di lamiera. Al costo di 82 dollari a notte è compresa, a differenza della versione originale della “baracca”, anche l’acqua corrente, l’elettricità, la tv e il Wi-fi.

Questo, che a prima vista può essere giudicato come uno stravagante ed eccentrico sfizio degli abbienti del nuovo millennio, se letto in parallelo a che cos’è davvero vivere in una baraccopoli, dimostra tutta la follia di questa promozione turistica.
Le baraccopoli sono chiamate in vari modi: “bidonville”, “favelas”, “slum”. Sono i quartieri più poveri e degradati delle grandi città, insediamenti improvvisati e precari, privi di acqua corrente, fognature, sistemi di trasporto e servizi sanitari. Sono fatti di alloggi in lamiera che ospitano gran parte delle persone le quali, in fuga dalla guerra o dalla povertà delle aree rurali, si riversano nelle principali città in cerca di un’occupazione e, soprattutto, di un po’ di dignità.
A Nairobi, la capitale del Kenya, ad esempio, quasi la metà della popolazione vive nelle baraccopoli (quelle vere) e rischia di essere sgomberata ogni giorno perché “abusiva”. Da tempo le associazioni che operano nel campo dei diritti umanitari denunciano come questo fenomeno sia sempre più diffuso a causa dell’inarrestabile processo di urbanizzazione che sta investendo tutto il continente africano.

Abitare in una baraccopoli vuol dire abitare in un alloggio inadeguato, privo dei principali servizi quotidiani (altro che wi-fi libero) e convivere con il terrore di essere cacciati quotidianamente.
Infatti molto spesso le baraccopoli keniane sono interessate da azioni di sgombero forzato, che, per lo più, avvengono con il consenso tacito delle autorità, e hanno l’obiettivo di soddisfare gli appetiti degli speculatori edilizi locali che intendono realizzare nuove abitazioni e centri commerciali per la nuova middle class urbana sulla pelle dei più poveri.
Nell’ottobre 2012 la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha adottato, una risoluzione che condanna gli sgomberi forzati e sollecita tutti gli stati membri della Carta africana ad “adottare le opportune misure per garantire il rispetto, la tutela e la realizzazione del diritto a un alloggio adeguato”.
Purtroppo questi appelli cadono spesso nel vuoto di fronte a governi locali che devono fronteggiare povertà estreme, epidemie e che spesso subiscono pressioni (e corruzioni) delle forze economiche interessate principalmente ai loro profitti.

Le baraccopoli rappresentano, in modo drammatico, la traduzione delle ingiustizie sociali ed economiche in forma spaziale. Sono i luoghi dell’emarginazione e dell’esclusione estrema. Spesso della violenza, della criminalità e della miseria. Tra le strade di fango va in scena, quotidianamente, la sconfitta della dignità umana.
Ed ecco quello che è la proposta del resort “Emoya”, una trovata di marketing per i ricchi del primo mondo in cerca di finte emozioni forti, un’altra sconfitta per la dignità di tutto il genere umano.

 

Riferimenti

Sudafrica, “Shanty Town”, la baraccopoli per ricchi, la Repubblica online Viaggi, 26 novembre 2013

F. Bottini, La Pantera di Mumbai, 23 novembre 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Fame di terra, 19 novembre 2013, Millennio Urbano

F. Bottini, Lo spettacolo della povertà urbana, 2 novembre, 2013, Millennio Urbano

M. Barzi, Le città invisibili degli slum, 24 ottobre 2013, Millennio Urbano