L’urbanistica delle buone intenzioni

Nel luglio 1960, in un articolo apparso sulla rivista Esquire, lo scrittore afro-americano James Balwin descriveva l’impatto su Harlem della sostituzione di quei tessuti edilizi degradati, che le autorità newyorchesi avevano identificato come slum, con i progetti di edilizia residenziale pubblica. Al posto del portone d’ingresso della casa dove Baldwin era cresciuto si trovava uno di quegli striminziti alberi urbani e, alla fine del lungo isolato occupato dal nuovo complesso residenziale, la Fifth Avenue, rinomata ed elegante e tuttavia così ampia, sconcia, ostile, sulla quale esso incombeva come un monumento alla follia e alla codardia delle buone intenzioni. All’interno dei confini, segnati da tre strade e dall’Harlem River, entro i quali Baldwin aveva trascorso la sua infanzia sorgeva ciò che nel gergo odierno delle gang si chiamerebbe “il territorio” [the turf], termine che rappresenta anche i tappeti erbosi sui quali si innestano le caserme multipiano dell’edilizia popolare [1]».

Questa sostituzione della strada con lo spazio verde recintato è uno dei principi dell’urbanistica moderna maggiormente criticati da Jane Jacobs in Vita e morte delle grandi città [2]. I progetti di ristrutturazione delle aree degradate per ambiti territorialmente separati gli uni dagli altri (i turf) finivano per favorire da una parte la possibilità che le bande criminali si identificassero su base territorialmente delimitata e dall’altra che i complessi residenziali avessero bisogno di accrescere la propria sicurezza con barriere sempre più invalicabili. «Non c’è molta scelta: ovunque una parte di città venga «ristrutturata», nascerà ben presto la barbarie dei turfs. Sopprimendo una funzione essenziale della strada urbana, la città ristrutturata perde anche, necessariamente, la propria libertà [3]»». Si tratta della stessa barbarie sottolineata da Baldwin descrivendo l’odio degli abitanti di Harlem per i complessi residenziali realizzati con i programmi di rinnovamento urbano: odiosi, incoraggianti come può esserlo una prigione, un insulto alla più gretta intelligenza [4].

La critica di Jacobs ai principi dell’architettura moderna era iniziata proprio grazie alle visite ai complessi residenziali dell’East Harlem stimolate da William Kirk, direttore dell’assistenza sociale dell’Union Settlement, al quale Jacobs riconosceva di dovere l’idea di «cercare di capire il complesso ordine sociale ed economico che esiste sotto l’apparente disordine della città [5]». E’ in questo quartiere di Manhattan che Jacobs incontra l’avversione degli abitanti per i complessi residenziali basati sui turf, i quali, prima di diventare i territori delle gang giovanili, sono vaste aree a verde dove, secondo secondo i principi della lecorbuseriana Ville Radieuse, venivano innestate le torri per le abitazioni popolari. «Quando hanno costruito questo posto» – scriveva Jacobs a proposito della lamentela di una inquilina di un complesso residenziale dell’East Harlem raccolta da un’assistente sociale – «nessuno si è curato di conoscere i nostri bisogni. Hanno buttato giù le nostre case e ci hanno portati qui, e i nostri amici li hanno trasferiti chissà dove; tutt’intorno non c’è un posto dove andare a prendere un caffè o un giornale o dove trovare chi ti presti cinquanta cents. Nessuno si è preoccupato delle nostre necessità: ma i pezzi grossi che vengono qui guardano il prato e dicono: “Magnifico! ora anche ai poveri non manca nulla!” [6]». La vita di strada del vecchio East Harlem, dove – ricordava Jacobs – «nelle belle serate estive (…) i televisori vengono usati pubblicamente all’aperto [e] anche gli estranei al quartiere, se hanno voglia, si fermano a guardare[7]», veniva cancellata dal ben intenzionato verde di quartiere. Tutto ciò rendeva i complessi residenziali del rinnovamento urbano odiati almeno quanto lo sono i poliziotti, e questo la dice lunga, scriveva James Baldwin,  per il quale il rinnovamento urbano sostanzialmente significava  lo smembramento delle comunità nere e povere in nome di un’idea di progresso sociale decisa dai bianchi[8].

«Le strade e i marciapiedi costituiscono i più importanti luoghi pubblici di una città e i suoi organi più vitali.(…) i marciapiedi, gli usi lungo di essi e i loro utenti sono personaggi attivi del dramma tra civiltà e barbarie che si svolge nelle città», puntualizzava Jacobs, che alla funzione dei marciapiedi ha dedicato tre capitoli del suo libro. La strada rappresenta la civitas, la vera essenza della città, mentre i complessi residenziali chiusi nei turf, con il loro rifarsi al modello insediativo suburbano, sono essenzialmente anti-urbani[9]. Se le città che li hanno conosciuti si sono ribellate a queste presenze così estranee alla loro natura, spesso consegnandole alla desolazione e al degrado, una ragione ci dovrà pur essere e non vederla, a distanza di molti decenni, è questione con la quale l’urbanistica sta ancora facendo i conti.

 

Note

[1] James Baldwin, Fifth Avenue, Uptown, in Esquire, luglio 1960, disponibile all’indirizzo web: www.esquire.com/news-politics/a3638/fifth-avenue-uptown/. I brani qui riportati in corsivo sono stati tradotti da Michela Barzi

[2] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Torino, Einaudi, 1969-2009.

[3], Ivi. p.46.

[4] James Baldwin, Op. cit..

[5] Jane Jacobs,  Op. cit., p.14

[6] Ivi. pp. 13-14

[7] Ivi. p. 87.

[8] James Baldwin, Op. cit..

[9] Jane Jacobs, Op. cit., p. 27.

 

Jane Jacobs. Il centro città è per la gente

Con la pubblicazione di Downtown Is for People, in Fortune nell’aprile1958 e nello stesso anno nel libro The Exploding Metropolis edito dai redattori della rivista, la giornalista (*) Jane Jacobs inizia la sua opera di critica delle idee che hanno dominato l’urbanistica della prima metà del Novecento, poi portata a termine con la pubblicazione nel 1961 di Vita e morte delle grandi città. Il saggio, che costituisce una sorta di abbozzo del libro che ha reso famosa la sua autrice, è stato suddiviso in sette capitoli e tradotto da Michela Barzi.

Primo capitolo

Secondo capitolo

Terzo capitolo

Quarto capitolo

Quinto capitolo

Sesto capitolo

Settimo capitolo

 

Nota

(*) E’ difficile dare una collocazione professionale a Jane Jacobs, che prima di diventare autrice di diversi libri era stata impiegata come redattrice di riviste di vario tipo. La dizione giornalista, ancorché imperfetta, riassume quindi la sua attività lavorativa al momento della pubblicazione di Downtown Is for People.

Jane Jacobs. Il centro città è per la gente. Capitolo VII

In cerca di spunti precisi

Quando si tratta collocare attività culturali gli urbanisti avrebbero una lezione da imparare dalla biblioteca pubblica di New York; essa sceglie come collocarsi similmente al più attento dei commercianti. Non è un caso se il suo edificio principale stia in uno dei migliori angoli di New York, quello tra la Forty-second e Fifth Avenue, un nobile punto focale. Nel lontano 1895, l’appena nominata commissione della biblioteca dibatteva su quale tipo di carattere la struttura avrebbe dovuto dotarsi. Decidendo di servire quanta più gente possibile, essa scelse quello che sembrava il punto centrale di una città che si stava sviluppando verso nord, lo chiese e lo ottenne.

Oggi la biblioteca colloca i propri distaccamenti cercando di scegliere un posto dove c’è molto traffico pedonale. Lo sperimenta piazzandoci una biblioteca mobile, e se i risultati sono conformi alle aspettative può affittare un negozio per una biblioteca temporanea. Solo dopo aver ottenuto la certezza che si tratta del posto migliore per raggiungere il maggior numero di utenti avviene la costruzione.

Recentemente, la biblioteca si è dotata di una nuova sede del settore distribuzione appena più il là l’incrocio tra la Fifth Avenue e la Fifty-third Street, nel cuore della più attivo settore di edifici direzionali, e ha incrementato la propria distribuzione quotidiana di 5.000 unità in un colpo solo.

La questione, è bene ripeterlo, è di lavorare con la città. Per quanto infangati e maltrattati, i nostri centri delle città funzionano. Essi hanno bisogno di essere aiutati, ma non certo di essere rasi al suolo. Boston è un esempio di centro città con eccellenti caratteristiche di compattezza, varietà, contrasto, sorpresa, carattere, buoni spazi aperti, e una mescolanza di attività di base. Quando i governanti di Boston decideranno di avviare il rinnovamento urbano, Filadelfia e Pittsburgh possono dimostrare come organizzarsi, Fort Worth può suggerire come gestire il traffico, e Boston avrà uno dei più bei centro della città esistenti.

Il cittadino

La notevole complessità e la vivacità del centro non possono mai essere creati dalla logica astratta di pochi uomini. Esso è in grado di fornire a tutti qualcosa solo perché è stato creato da tutti. Così dovrebbe essere anche in futuro; urbanisti e architetti possono portare il loro essenziale contributo, ma il cittadino è portatore di un contributo ancora più essenziale. E’ la sua città, dopo tutto; il suo lavoro non è quello di farsi convincere da progetti fatti da altri, ma di inserirsi nel bel mezzo dell’attività di pianificazione.

Non c’è bisogno che sia un urbanista o un architetto, o di arrogarsi le loro funzioni, perché ponga le domande giuste:

  • Come possono i nuovi edifici o i progetti di riqualificazione sfruttare al meglio le qualità specifiche della città? La città ha un affaccio sull’acqua che possa essere sfruttato? Una topografia insolita?
  • Come può la città legare i suoi vecchi edifici a quelli nuovi, così che ogni elemento diventi complementare all’altro e rinforzi qualitativamente la coerenza che la città dovrebbe avere?
  • I nuovi progetti possono collegarsi alle strade del centro della città?
  • I siti più disponibili possono essere trovati fuori dal centro della città, ma quanto distante? La scelta di un sito è anticipatrice di una normale crescita o essendo talmente lontano non riceve alcun supporto dal centro della città e non può nemmeno fornirglielo?
  • La nuova edilizia sfrutta le forti qualità della strada -, o praticamente la annulla?
  • Il nuovo progetto mescola ogni tipo di attività , o erroneamente le separa?

In breve, la città sarà divertente? Il cittadino può essere il massimo esperto in questo campo; ciò di cui c’è bisogno è un occhio che osservi, l’essere curiosi a proposito della gente, la volontà di camminare. Egli dovrebbe percorrere non solo le strade della propria città, ma anche quelle di ogni città che visita. Appena ne ha la possibilità deve esigere di fare una passeggiata di un’ora nel più delizioso parco urbano, nella più bella piazza della città, e dove c’è una panchina a portata di mano dove sedersi e guardare per un po’la gente. Capirà al meglio la sua città – e forse si impadronirà di qualche idea.

Lasciamo che siano i cittadini a decidere quali risultati finali vogliono, e sapranno adattare a loro il meccanismo delle riqualificazioni. Se nuove leggi sono necessarie, essi possono manifestare per ottenerle. Ad esempio i cittadini di Fort Worth lo stanno facendo ora; veramente i cittadini di tutte le grandi città in cui si prevedono considerevoli ricostruzioni hanno dovuto esercitare pressioni per una legislazione speciale.

Che fantastica sfida abbiamo davanti a noi! Raramente il cittadino ha avuto una tale occasione di rimodellare la città, per farne qualcosa che gradisce e che anche altri gradiranno. Se ciò significa lasciar spazio all’incoerente, al cattivo gusto o alla stravaganza, ciò fa parte della sfida, non del problema.

Progettare una città ideale è facile; ricostruirne una che sia in grado di vivere richiede immaginazione.

(Fine)

Qui il primo capitolo

Qui il secondo capitolo

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Qui il quarto capitolo

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Qui il sesto capitolo

Riferimenti

Jane Jacobs, Downtown is for People, Fortune,1958.