Quell’urbanista del mio cane

Vivere  insieme ad un animale domestico può essere un mezzo per aumentare la consapevolezza di quanto conti la qualità dell’ambiente urbano. Immaginiamo che una persona desideri avere  un cane o un gatto come compagno di vita e che si chieda se il tipo di abitazione nella quale inserirlo sia adeguata alle specifiche esigenze dell’animale. Tra le preoccupazioni  ci saranno i possibili contrasti con i vicini (ed eventualmente della loro collaborazione per la cura) e soprattutto quella dotazione di spazi aperti senza i quali peggiora la qualità della vita dell’animale. Si tratta,  in sintesi, di riflessioni che riguardano la forma urbana.

Insomma la disponibilità di una certa quantità di spazio aperto diventa uno dei fattori decisivi nella scelta della tipologia edilizia tipica della dispersione insediativa: la casa a schiera o villetta con giardino e non importa se sia di dimensioni molto ridotte. Quelle poche decine di metri quadri di terra, denominato giardino, sono a prescindere l’immaginario contenitore dello spazio necessario dentro il quale gli animali soddisfare i loro bisogni.

Naturalmente tra l’immaginazione e la realtà c’è sempre una certa distanza. Così capita che a poche centinaia di metri dal giardinetto – dove il gatto di casa sta giusto il tempo di prendere un po’ di sole o fare pipì nell’angolino preferito – ci sia una strada trafficatissima e che il felino domestico ci lasci la pelle sul nastro di asfalto, messo proprio in mezzo alle sue perlustrazioni. E non va molto meglio per i cani lasciati tutto il giorno nello spazio recintato attorno all’abitazione, ad abbaiare annoiati mentre i padroni sono fuori a lavorare. In fondo nella scelta di quel tipo di casa i padroni hanno messo nel conto proprio quello spazio aperto, che evita le passeggiate per i bisogni fisiologici  lungo le aiuole spartitraffico del viale urbano dove abitavano prima.

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Foto: M. Barzi

Il punto è proprio questo: il verde urbano, la sua qualità e disponibilità. Quando non c’è si cercano soluzioni alternative e quella più a portata di mano è un pezzetto di verde privato. E’ una scoperta che si fa dopo, magari quando si constata che lo spazio a cielo aperto corrispondente alla dimensione di una stanza è diventato il gabinetto del cane, che un giardino è un’altra cosa e che difficilmente si coltiveranno piante, lì dentro, diverse dalla siepe dal fitto fogliame che separa le porzioni di verde privato della lottizzazione. E allora se la soluzione bisogna inventarsela si ha pur sempre un valido mezzo per trovarla: la propria auto sulla quale caricare il cane con il resto della famiglia per una bella passeggiata all’aria aperta, magari in un bel parco pubblico.

La privatizzazione del verde come funzione urbana non è solo la risposta individuale alla mancanza di spazi pubblici: da molto tempo la strategia delle amministrazioni comunali di monetizzare gli oneri di urbanizzazione per costruire magari proprio quella strada sulla quale il gatto va a fare una brutta fine si basa sulla promozione di tipologie edilizie dotate del verde privato,  il quale di fatto rende superfluo quello pubblico.

Perché realizzare parchi pubblici, o semplicemente il giardino spelacchiato dotato di giochi per bambini, se le persone hanno il loro giardino? Perché spendere soldi in manutenzione del verde quando gli stessi servono per i sempre più urgenti lavori pubblici, soprattutto se si è sotto elezioni? Poco importa poi che sia del tutto evidente l’assoluta inadeguatezza di quello spazio verde privato, non solo per un animale ma anche per un bambino, il quale per giocare all’aria aperta ha bisogno di altri spazi. Sono considerazioni che molto difficilmente passano nella testa di chi  decide come spendere il danaro pubblico.

Eppure basta vivere con un cane per rendersi conto di quanto sia importante avere del verde pubblico fruibile e di qualità vicino a casa. La passeggiata nel parco se è quotidiana può compensare tutte le ristrettezze tipiche delle tipologie edilizie urbane, come l’appartamento al quinto piano che, quando va bene, ha giusto un balconcino.

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Foto: M. Barzi

Chiunque frequenti assiduamente il verde pubblico sa d’altra parte valutarne la qualità e la fruibilità e sa che questi due aspetti sono fortemente correlati ad un terzo: la densità. Se da un lato è evidente che esiste un limite oltre il quale diventa difficile godere dello spazio aperto, dall’altro la scarsa densità di possibili fruitori ne disincentiva la creazione stessa. Nessuna amministrazione si accollerà i costi di acquisizione del terreno e di manutenzione di un parco destinato ad essere poco frequentato, anche se probabilmente il principale motivo per cui non lo sarà non risiede nella bassa densità di popolazione dei quartieri di villette con giardino, ma nella cattiva accessibilità. E’ la tipica situazione del verde pubblico piazzato tra le strade che distribuiscono le lottizzazioni, pensate solo per il transito delle automobili e non certo dei pedoni.

L’ubicazione di un parco urbano è il primo tassello della sua fruibilità e qualità. Se il fatto di esistere soddisfa solo il calcolo aritmetico della dotazione di verde pubblico per abitante, ma non ha nulla a che vedere con la forma del pezzo di città in cui è inserito, non ha nessuna relazione con  percorsi e  funzioni integrate, non c’è da meravigliarsi che esso diventi presto un luogo degradato, magari utilizzato per scopi che nulla hanno a che fare con lo svago ed il movimento all’aria aperta. Da questo punto di vista anche la dimensione conta molto:  il genere di conti sul verde pubblico che serve a farne tornare altri, considerati molto più importanti per la pianificazione urbanistica, ha prodotto un’estrema frammentazione delle superfici che rendono quei guardini luoghi tutt’altro che desiderabili.

Quando si propone di densificare la città per evitare la dispersione urbana bisognerebbe partire proprio dalla disponibilità di spazi aperti, non per la contabilità degli standard urbanistici, ma per valutare quanto il disegno delle trasformazioni urbane possa contare sulle infrastrutture verdi. Che siano parchi e giardini pubblici, aree abbandonate, fasce di naturalità legate alla presenza di un corso d’acqua, eccetera,  la possibilità di insediare funzioni e persone lungo questi ambiti non edificati – connettendoli tra loro con percorsi che si possano fare senza usare l’auto –  potrebbe costituire quell’alternativa al modello di espansione suburbana verso il quale in molti casi le persone sono state spinte.

 

 

Trasformazioni urbane e fallimenti urbanistici

2014-02-02 13.21.03Nelle città di antica industrializzazione, dove le attività produttive ormai da tre decenni hanno smesso di costituire il motore economico dello sviluppo,  la questione del riutilizzo delle aree dismesse è diventata centrale nelle strategie di trasformazione ed ha nel contempo introdotto molti interrogativi sull’utilità della pianificazione generale nel governare i complessi passaggi attraverso i quali individuare gli scenari del cambiamento e le loro ricadute nel tempo.

Ai cittadini sta particolarmente a cuore il destino di queste superfici spesso collocate in ambiti centrali e comunque decisivi negli scenari che costituiscono l’oggetto d’attenzione della pianificazione urbanistica. La preoccupazione è che la riqualificazione di queste parti di città sia indirizzata innanzitutto alla più alta remunerazione possibile del capitale investito, e non tenga invece conto degli interessi complessivi della cittadinanza, che magari su quelle aree avrebbe visto bene un parco pubblico o una attrezzatura collettiva, cioè quegli spazi dei quali spesso di cui spesso c’è carenza nelle città che contengono le aree da riqualificare,  sulle quale invece si vedono spuntare vistosi complessi edilizi. Capita così che spesso i cittadini, magari utilizzando i nuovi strumenti di comunicazione come i social network, si chiedano cosa uscirà dal cantiere che in una certa area ha preso il posto della vecchia fabbrica dismessa perché loro delle scelte per trasformarla in qualcosa d’altro proprio non sanno nulla e l’unica cosa che è data loro di capire  sono  i grossi volumi edilizi che vi appaiono.

Introdotta dagli strumenti di pianificazione cosiddetta negoziata, quelli che consentono ai privati interessati a investire di proporre l’intervento  modificando le destinazioni funzionali del piano urbanistico, la possibilità di riqualificare le aree dismesse senza aspettare che la pianificazione generale le ricomprenda in un disegno unitario è diventata la regola. La trasformazione di numerosi ambiti urbani viene decisa attraverso accordi tra i proponenti e le amministrazioni comunali, che contrattano in cambio dei volumi da collocarvi servizi e infrastrutture per la città nel suo complesso. Capita allora che l’edificio residenziale con annessa struttura di media-grande distribuzione che sorge al posto della fabbrica (di solito, con poca fantasia, il modello si riassume più o meno così) nel quartiere X  generi come contropartita pubblica il campo sportivo nel quartiere Y. Il tutto avviene in qualche luogo di trattativa riservato, senza il minimo coinvolgimento dei cittadini, ed è orientato a soddisfare innanzitutto l’enorme bisogno di produrre entrate da parte dalle amministrazioni pubbliche attraverso gli oneri di urbanizzazione. Solo poi, in ultima istanza, genera anche uno scambio a favore della collettività, il cui impatto sulla dotazione complessiva di servizi e infrastrutture pubbliche non viene complessivamente valutato.

Che questi strumenti siano assolutamente criticabili perché opachi, visti gli interessi che mettono in gioco e i metodi usati, è indiscutibile. Ma è assai dubbio che da questa opacità si possa uscire invocando le regole dell’urbanistica classica perfezionata nella prima metà del ‘900, quella impostata sulle destinazioni funzionali che quegli strumenti mettono in discussione. Le grandi concentrazioni edilizie prodotte dalle riqualificazioni urbane fuori dal controllo di una pianificazione generale tradizionale, non possono essere giudicate come il male assoluto ad esempio solo perché gli indici di edificabilità utilizzati divergono parecchio da quello medio con il quale è stata costruita la città consolidata. C’è una sola ragione, per cui dovrebbe essere intrinsecamente “antidemocratico” concentrare in quegli ambiti buona parte della nuova dotazione residenziale, se essa venisse valutata, cosa che purtroppo non avviene,  attraverso l’analisi del fabbisogno complessivo espresso dalle dinamiche demografiche a livello di area urbana (andando quindi oltre il confine comunale, limite che non ha senso quando si debbono valutare i fabbisogni di una popolazione che non sta immobile quando si tratta di trovare casa, lavoro, ecc.)?

Se si vogliono criticare questi peraltro discutibilissimi strumenti di pianificazione negoziata, con l’argomento del rapporto tra superfici messe in gioco e volumi realizzati, è facile che qualcuno sollevi a titolo di replica la seguente domanda: chi l’ha mai detto, che quel determinato indice di edificabilità sia più corretto di altri, per le trasformazioni di cui la città ha bisogno, e in particolare in quel determinato ambito? Criticare procedure di riqualificazione condotte in modo del tutto antidemocratico, con la implicita pretesa che un certo rapporto aritmetico medio tra volumi edificati e superficie territoriale sia la quintessenza della democrazia, perché  passato in qualche modo dal vaglio del consiglio comunale, fa sorgere tra l’altro anche un’ulteriore domanda: chi l’ha stabilito quel rapporto? L’organo democratico sovrano  o la figura tecnica, l’urbanista, il professionista che suggerisce alla amministrazione pubblica come ottenere la conformazione urbana di cui intende dotarsi? Sarebbe, questo sapere tecnico, l’incarnazione delle conoscenze che stanno alla base del processo decisionale condiviso  e, in quanto tale, democraticamente ineccepibile?

Questa rivendicazione della visione dell’urbanistica come strumento di progresso sociale, perché in grado di vedere nel contenimento della rendita fondiaria non solo la possibilità di destinare nuove risorse a usi più produttivi e socialmente più utili, ma anche di rivendicare una democrazia nelle decisioni su quel bene primariamente pubblico e collettivo che è l’uso della città, del territorio, dell’ambiente, riemerge in un articolo dedicato alle trasformazioni di Milano pubblicato nella versione on line de il manifesto.  Lo sviluppo verticale, fatto per grandi concentrazione di volumetrie grazie al quale sta cambiando lo skyline della metropoli lombarda viene visto come effetto delle spinte speculative alle quali anche l’attuale amministrazione comunale non riesce ad opporsi o addirittura facilita. Tuttavia alla critica delle trasformazioni avallate solo con qualche ridimensionamento non segue nessuna idea su come si sarebbe potuto intervenire su quelle aree e complessivamente su di una città che è il centro di una delle maggiori regioni metropolitane d’Europa.  Quale sarebbe il pro­getto urba­ni­stico di città civil­mente pensata che si contrappone  alla ren­dita fon­dia­ria attesa dalla pro­prietà dell’area?

L’articolo propone un pervicace rifiuto di guardare al fallimento dell’urbanistica progressista che ha finito per tradurre in formule numeriche la nozione di  conformazione urbana e degli usi socialmente utili dei suoi spazi. Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica ha messo in luce molto bene quanta opacità ci fosse nella definizione degli indici edificatori che hanno dato forma alla città e quanto la dotazione di servizi e attrezzature collettive fosse determinata da scelte localizzative che con l’utilità sociale avevano poco che fare. Riproporre quella stagione culturale in nome dei nobili principi alla quale era ispirata senza nessuna valutazione degli effetti che ha prodotto non fa altro che rafforzare il partito già molto forte di coloro che pensano che l’urbanistica non serva a nulla se non sa rispondere con strumenti efficaci alle necessità di cambiamento che le dinamiche socioeconomiche esprimono in ambito urbano.

Fa bene a questo riguardo Maria Cristina Gibelli  su Eddyburg a contrapporre all’assenza di principi del mix funzionale libero  nei processi di trasformazione,  introdotto nel Piano delle Regole del PGT di Milano come antidoto all’inefficacia dei piani urbanistici, alcune raccomandazioni in forma di citazione circa il miglioramento della vivibilità complessiva degli ambiti urbani da trasformare.  Tuttavia i criteri da tenere in considerazione quando s’interviene sulla città esistente, cioè la possibilità di modificare in senso sostenibile il sistema della mobilità e di favorire la presenza  di diverse attività alla scala di quartiere senza che esse generino situazioni conflittuali, non interessa solo gli “urbanisti con l’anima” , ai quali si appella Gibelli, ma in generale i cittadini.

Forse più che sperare nell’anima degli urbanisti bisognerebbe chiedersi se i cittadini siano consapevoli che l’urbanistica ne abbia una, cioè considerino  la disciplina delle destinazioni funzionali qualcosa di utile alla convivenza civile perché favorisce la composizione degli interessi particolari con quelli della collettività.  Impresa difficile se il ruolo dell’urbanistica rimane quello di stabilire formule con le quali regolare i rapporti con i portatori d’interessi in nome della capacità della disciplina di rappresentare il bene comune. Non si capisce perché la cittadinanza dovrebbe vedere i propri interessi rappresentati dal rapporto tra i metri quadri costruiti sui metri quadri di suolo occupato dalle costruzioni, cioè quella formula con la quale in urbanistica si designa l’indice di edificabilità  e dietro la quale si celano complicati ragionamenti tra la disponibilità di suolo da edificare e la possibilità che in esso si insedino abitazioni, uffici, attività produttive, servizi e spazi ad uso pubblico. A meno che non si pensi che in fondo l’unica interlocuzione che conta sia quella con i rappresentanti della cittadinanza, cioè con la politica che ha spesso usato l’urbanistica come tecnica di esercizio del potere piuttosto che come strumento di governo democraticamente legittimato.

 

Riferimenti

S. Brenna, Milano, cantiere verticale, 5 febbraio 2014, Il Manifesto

M.C. Gibelli, Cercate il colpevole, 3 febbraio 2014, Eddyburg

La favola della città sostenibile

Schermata-zoom-buon-governoC’era una volta l’antico regime con le sue città cinte da mura ed attorniate da ubertose campagne, come quelle raffigurate nel famoso affresco senese  di Ambrogio Lorenzetti. Erano fortemente limitate nell’espansione perché appunto avevano le mura, e dinamiche demografiche piuttosto condizionate dalle epidemie e dalle carestie. Per non parlare delle guerre e dei relativi assedi, a proposito dei quali si veda sempre alla voce mura, le quali con il passare dei secoli e con il progredire delle tecniche militari crebbero parecchio, in spessore e dimensione.

Poi venne la rivoluzione industriale e la modernità, con le macchine, il vapore e la velocità dei treni, come nel famoso quadro di Turner.turner

Anche la città si modernizzò: per cominciare via le mura e al loro posto dei bei viali larghi sui quali potevano finalmente transitare con agio le merci,  soprattutto quelle prodotte nelle industrie che presero il posto delle ubertose campagne. Le stazioni, gli scali ferroviari  i binari, altri viali di completamento della moderna rete stradale, e nuove infrastrutture, come acquedotti, fognature ed illuminazione,  fecero il resto. La vecchia città non esisteva più e se ne accorse presto anche un poeta come Baudelaire, guardando l’opera del Barone Haussmann.

Nasceva l’urbanistica moderna, cioè quell’insieme di tecniche un po’ mediche un po’ ingegneristiche, con le quali s’intendeva curare i mali di ciò che restava delle città del passato,  nel frattempo affollate di gente che aveva abbandonato la campagna in cerca di nuove occasioni di lavoro e di vita. La nuova disciplina, che ad un certo punto si arricchì del contributo artistico degli architetti, doveva star dietro ad una crescita spaziale e demografica imponente. Per la prima volta dal crollo della Roma imperiale le città superavano il milione di abitanti e, poi quel numero fu duplicato, quadruplicato, decuplicato, fino al punto da rendere inefficace per spiegare il fenomeno anche l’utilizzo del concetto di metropoli, naturalmente cambiando parecchio il concetto originario religioso di città-madre. Insomma la storia è nota e ben rappresentata, dalla parabola che coniò Lewis Mumford mezzo secolo fa: ieri la città era un mondo, oggi il mondo è diventato una città.

Da qualche anno, da un paio di decenni in verità, ci raccontano la storia della città sostenibile. Il racconto trae le mosse dal punto in cui siamo oggi: lo straordinario sviluppo urbano, parallelo alle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo tout court, ha sacrificato grandi quantità di risorse del pianeta sull’altare dell’idea che sia la crescita sempre positiva. Anche se sappiamo benissimo che gli organismi viventi possono svilupparsi senza crescere in modo indefinito, la città ha continuato ad espandersi a spese degli altri ecosistemi. Questo almeno ci dicono gli studiosi di ecologia, lanciando un certo allarme tra coloro che si preoccupano dei destini del pianeta. Dicono che le città, da un punto di vista ecosistemico, sono totalmente insostenibili perché utilizzano risorse che non producono, e che vanno a prelevare da territori sempre più lontani in relazione agli aumentati bisogni della loro crescente popolazione.

Se tutto ciò è vero, e se lo è non da oggi, ma da quando le città sono apparse come prodotto della civiltà umana, l’ecosistema urbano è da sempre in disequilibrio, riguardo all’uso delle risorse. Anche senza infilarsi in complicati ragionamenti geostorici sulle cause del crollo dell’impero romano, non è difficile pensare quanto insostenibile fosse Roma che, con il suo milione abbondante di abitanti dentro le Mura Aureliane, utilizzava risorse provenienti da ogni angolo dello sterminato territorio  che governava.

Ma allora, di cosa parla chi propaganda l’idea di città  sostenibile? Di minore impatto sugli ecosistemi, in termini di più bassi prelievi di risorse non rinnovabili,  sarà la risposta, non certo delle ineliminabili esternalità negative sull’ambiente. Perché, questo è bene saperlo, le città non saranno mai sostenibili dal punto di vista dei bilanci ambientali. Eppure l’umanità non ne può fare a meno e, quando l’ha fatto, come in Europa dopo la fine dell’impero romano, il periodo che ne seguì fu molto buio, l’agricoltura quasi sparì ed il sapere fu coltivato da piccole comunità monastiche.

Allora, se non c’è alternativa alla città, a meno di rinunciare alle conquiste civili che ad essa sono associate, il primo punto da mettere nell’agenda della sostenibilità urbana è l’equa distribuzione delle risorse che essa inevitabilmente  consuma.Traducendolo in uno slogan, il concetto potrebbe essere consumare meno, consumare tutti. Visto che oltre la metà della popolazione mondiale vive in ambiente urbano, si tratta di ripensare globalmente alle modalità di accesso a suolo, acqua, cibo, energia e servizi pubblici. E’ prima di tutto nelle grandi città, dove più profonde sono le disuguaglianze nella distribuzione delle risorse,  l’ambito nel quale dovrebbe diffondersi l’idea che sia possibile rendere l’ambiente urbano più sostenibile.

Da questo punto di vista ciò che serve è una regia pubblica e condivisa delle azioni da intraprendere, senza la quale i comportamenti individuali sono del tutto ininfluenti. E qui ritorna in campo l’urbanistica come strumento del cambiamento. Sì, perché un piano può essere discusso e deciso democraticamente ed i suoi effetti si esercitano erga omnes, mentre sui comportamenti individuali influiscono numerosi aspetti, tra i quali hanno grande importanza quelli economici.

D’altra parte diminuire i consumi pro capite senza cambiare i meccanismi che spingono a consumare  è un po’ come abbassare di qualche grado la febbre di un malato.  Le città non diventeranno più sostenibili se da una parte gli abitanti consumeranno meno energia e materiali, ma dall’altra esse continueranno ad espandersi riproducendo all’infinito l’insostenibile modello d’uso delle risorse. A meno di considerare chi propaganda la sostenibilità come il prodotto degli stili di vita, un po’ come il produttore dell’antipiretico, al quale in fondo interessa che venga acquistato il  farmaco,  non certo che sia curata la malattia.

Le città sostenibili di Andrea Poggio, responsabile delle campagne sugli stili di vita di Legambiente, propone esattamente questo tipo di approccio alla sostenibilità urbana: ci penserà il mercato a dare le giuste risposte alla consapevolezza individuale della necessità di mutare consumi e comportamenti. Volete vivere in modo sostenibile in città meno inquinate? Cominciate con l’acquistare una casa a basso consumo energetico, poi andate in bicicletta, usate il car sharing e fate lobbying sulla vostra amministrazione comunale per avere sistemi di mobilità sostenibile. Naturalmente se potete permettervelo, cioè se avete le risorse economiche per un’abitazione più efficiente ed un lavoro ubicato a portata di percorso ciclistico.

Non vogliamo certo qui proporre una recensione lampo: il riferimento al libro di Poggio serve solo a mettere in guardia dalla facilità, a volte faciloneria per quanto ben confezionata, con la quale certe soluzioni vengono proposte. L’associazione di cui l’autore è dirigente ha sottoscritto nel 2010 un protocollo d’intesa con l’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) intitolato “Costruire città sostenibili”, alla base del quale c’è l’assunto chiaro e molte volte dichiarato dagli interessati: ricostruire  il patrimonio edilizio delle città secondo tecniche sostenibili consente di non consumare nuovo suolo e valorizza aree urbane spesso degradate.  L’idea  non tiene conto del fatto che il maggior valore dei suoli urbani, in relazione alla presenza dei pregiati servizi ed opportunità che solo le città possono offrire, ha bisogno di essere remunerato da prezzi non accessibili a tutti. La sostenibilità di mercato ingloba la valorizzazione della rendita come obolo da pagare per l’accresciuta sensibilità ambientale.  Vivere in città inquinando di meno è possibile, basta pagare il giusto prezzo, altrimenti si può sempre optare per una casa extra urbana rimanendo dipendenti dall’auto. Tutto molto meno sostenibile ma più economico.

Però se invece di proporre soluzioni che si limitano a replicare la logica di mercato domanda/offerta, si partisse dal presupposto che la città è di tutti, anche di chi si può permettere solo un alloggio popolare in un edificio energeticamente inefficiente ed un auto euro 0 estremamente inquinate, riconvertire il patrimonio edilizio pubblico, potenziarlo, investire sul trasporto pubblico e sulle regole insediative, così da aumentare l’offerta di alloggi migliorandone le prestazioni, diventerebbe una strategia seria e praticabile per la sostenibilità. Con buona pace dei cantori delle naturali virtù regolative del mercato, sono azioni da intraprendere che troviamo nel programma di governo con il quale Bill de Blasio è  recentemente stato eletto sindaco di New York,  e dove sostanzialmente si afferma che la sostenibilità di una città profondamente diseguale come la metropoli atlantica, o è innanzitutto sociale, oppure non è.

 

Riferimenti

A. Poggio, Le città sostenibili, Bruno Mondanori, 2013

Sul tema della sostenibilità sociale delle politiche urbane si veda M. Barzi, Urbanistica e povertà, 3 novembre 2013,  Millennio Urbano