Le città del mondo tra slum e sprawl

Nei cento anni tra 1950  e 2050 il rapporto tra la popolazione mondiale che vive nelle zone rurali e quella che abita nelle città sarà completamente ribaltato. E’ quanto si legge, in estrema sintesi,  nell’ultimo documento delle Nazioni Unite World Urbanization Prospects Revision 2014. Rispetto a metà Novecento, quando  solo un terzo degli abitanti della Terra viveva in città, il 2050 segnerà il raddoppio di questo dato.  A crescere enormemente sarà la popolazioni delle grandi città asiatiche, che già ora dominano la classifica delle 10 più popolose al mondo, con 6 città equamente divise tra Cina, Giappone e India: nel 2030 saranno 7. Complessivamente,  delle 71 città che al 2014 hanno almeno 5 milioni di abitanti, 43 si trovano in Asia, 17 in America, 6 in Europa (contando anche Istanbul) e 5 in Africa. Anche le 28 Megacity, con una popolazione superiore ai 10 milioni, sono per più della metà asiatiche (15), la stessa proporzione lievemente in crescita (24) che si riscontrerà nel 2030 quando diventeranno 41.

Asia e Africa

L’Asia si sta urbanizzando a ritmi estremamente sostenuti anche perché è, assieme all’Africa, un continente in maggioranza rurale. Mentre la popolazione di America, Europa ed Oceania è urbanizzata in percentuali sempre superiori alla media mondiale, attualmente al 54 percento, mediamente in Asia e Africa vive in città circa il 40% della popolazione . Qui si concentra il 90 percento di coloro che a livello globale vivono nelle campagne e ogni anno si urbanizza  tra l’1.1 e l’1.5 percento della popolazione . Lo straordinario sviluppo urbano dell’Asia è testimoniato dal fatto che già ora oltre la metà dei 3.9 miliardi di persone che globalmente vivono in città sono asiatiche. Tuttavia sarà l’Africa, tra il 2030 e il 2050 a registrare il maggiore incremento di popolazione urbana. Già per la prima soglia temporale ci saranno 5 Megacity africane, rispetto alle attuali 2, ma la cosa più sorprendente, in questo caso, è la crescita prevista: Il Cairo aumenterà di un terzo la propria popolazione, passando da 18 a 24 milioni, Lagos raddoppierà i suoi 12 milioni di abitanti, e quasi lo stesso farà Kinshasa (da 11 a 20). Anche nel caso di 2 delle 3 future Megacity africane si tratta di un raddoppio ed oltre:  Dar el Salam raggiungerà i 10 milioni di abitanti nel 2030 partendo dagli attuali 2.7, così come per Luanda rispetto ai suoi 5, mentre Johannesburg si limiterà ad aumentare di un quarto della propria popolazione (da 9 a 11 milioni).

America e Europa

Fra poco più di tre lustri  ci saranno 13 ulteriori città nel mondo che raggiungeranno la soglia dei 10 milioni di abitanti. Uno scenario che, come abbiamo visto, riguarda 3 città africane, 2 città americane (Bogotà e Lima) e 8 città asiatiche. Delle attuali 4 Megacity europee solo la mezza asiatica Istanbul potrebbe avere un incremento considerevole: dagli attuali scarsi 14 milioni  ai 16.7 del 2030. Per Mosca, Parigi e Londra gli incrementi di popolazione sarebbero meno consistenti e le porterebbero ad assestarsi attorno ai 12 milioni di abitanti. La stessa dimensione che grosso modo potrebbero avere Lima e Bogotà, le quali però attualmente, a differenza delle 3 città europee, si attestano sotto i 10 milioni di abitanti.  Insomma la diffusione delle Megacity e delle città tra i 5 e i 10 milioni di abitanti, che passeranno dalle attuali 43 alle 63 del 2030, sarà un fenomeno prevalentemente extraeuropeo. Nel vecchio continente ci saranno solo due città in questa soglia dimensionale e sono entrambe spagnole: Madrid e Barcellona. In America invece le città di questa dimensione saranno 11 delle quali 6 negli Stati Uniti . La popolazione urbana europea vive per i due terzi in agglomerati urbani che hanno meno di mezzo milione di abitanti, mentre nel Nord America questa quota si dimezza. Se, da una parte in Europa la grande diffusione degli agglomerati urbani minori dipende da processi territoriali che si sono evoluti nell’arco di una paio di millenni, dall’altra è innegabile che la dispersione urbana giochi un ruolo considervole, in questo senso analogo a quanto è avvenuto nel nord America anche se lì il fenomeno si concentra attorno ad aree urbane di maggiori dimensioni.

Come crescono la città

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Foto: M. Barzi

Le diverse dinamiche dell’urbanizzazione nei differenti continenti suggeriscono quindi l’esistenza di due distinti fenomeni: da una parte è la popolazione rurale che si trasferisce in città, la cui crescita avviene tramite la diffusione di insediamenti informali – in altri termini, grazie agli slum o baraccopoli – dall’altra è la città che si espande includendo, tramite trasformazione fisica, un numero crescente di aree ex agricole in ambiti morfologicamente urbani.  E’ il fenomeno che nel mondo economicamente sviluppato si chiama sprawl e che ha generato gli enormi suburbi delle aree urbane statunitensi ma che sta anche facendo diventare urbani molto territori europei rurali fino a qualche decennio fa. Il problema è quindi capire se sono le persone che dalla campagna vanno a vivere in città, magari accampandosi in baracche ai propri margini, o se è la città che raggiunge le persone attraverso la sua dispersione. A questo riguardo resta ancora molto da capire sugli sviluppi delle due dinamiche. Non esiste infatti, dichiara il rapporto delle Nazioni Unite, una definizione comune, a livello globale, di cosa costituisca un insediamento urbano ed i criteri impiegati a livello statistico dai differenti paesi variano tra loro in modo considerevole.  Tra gli slum delle città terzomondiali, protagoniste della crescita galoppante dell’urbanizzazione presente e futura, e lo sprawl delle aree urbane europee, nordamericane o australiane, al di là delle divergenze statistiche, ci sono enormi differenze. Mentre nel Terzo Mondo la crescita urbana ha una relazione diretta con quella demografica, la proliferazione dell’ambiente urbano è una delle facce del consumo senza limiti di risorse non rinnovabili che sta alla base dei paradigmi economici del mondo sviluppato. Che il nodo stia proprio nell’accesso alle risorse e nella gestione spaziale della crescita demografica, con al centro un equilibrato rapporto tra città e campagna, emerge piuttosto chiaramente dalle indicazioni  contenute in chiusura dal rapporto ONU. E tuttavia i differenti aspetti del processo di urbanizzazione a livello planetario ci fanno intuire che, proprio a causa della implicazioni di natura politica,  un’agenda mondiale per il governo delle città sia ancora di là da venire.

Riferimenti

United Nations, World Urbanization Prospects Revision 2014, luglio 2014

 

La trappola della baraccopoli, tra economia e urbanistica

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Foto: La Repubblica

Lo scriveva già qualche anno fa Mike Davis, nel suo fortunato libro, che gli slum delle grandi città del Sud del mondo stanno diventando bombe ecologiche in senso lato, e che sono un problema globale. Malgrado ciò, forse perchè le baraccopoli evocano scenari molto lontani da quelli delle nostre città,  risulta difficile capire quanto il problema riguardi anche noi. Eppure la foto qui affianco non è stata scattata in una città del cosiddetto Terzo Mondo, ma a Milano, e raffigura l’ennesimo incendio scoppiato in un piccolo insediamento abusivo di una popolazione assolutamente europea come i rom. E’ assai probabile, inoltre, che dopo due secoli dalla loro apparizione ci siamo dimenticati che gli slum (il termine si traduce con tugurio, ma significativamente deriva anche da slump, smottamento) sono stati un fenomeno europeo e dei cosiddetti paesi sviluppati, prima che di quelli in via di sviluppo.

Storicamente gli slum si sono presentati come una delle conseguenze dello sviluppo economico innescato dalla Rivoluzione Industriale.  A partire dalla migrazione delle campagne da parte della mano d’opera a basso costo che già alla fine del XVIII secolo cercava miglior fortuna in città come Londra, gli insediamenti di baracche  si sono diffusi nelle metropoli europee e nordamericane prima  che il fenomeno si presentasse  in dimensioni assai più vaste in quelle asiatiche, africane e sudamericane. E’ lì che ora si concentrano i più grandi slum del pianeta, in alcuni casi abitati da milioni di persone che cercano nella vicinanza alle metropoli le opportunità che non possono trovare nei territori rurali. Sembra incredibile, ma in questi enormi agglomerati umani senza acqua, fogne, strade, e servizi a rete, milioni di persone cercano di migliorare la loro situazione precedente. Eppure il prezzo che esse pagano per vivere in quelle condizioni deve pur essere commisurato ai vantaggi della vita urbana, calcolabili soprattutto in occasioni di lavoro.

Gli slum pongono quindi una questione di carattere economico, se vengono considerati come concentrazioni di disoccupati dediti agli impieghi dell’economia informale, ed un grande problema urbanistico in quanto  incontrollato sviluppo dell’estensione e della popolazione delle città.

Ma se la soluzione urbanistica del problema degli insediamenti di baracche è stata storicamente la loro eliminazione a seguito dell’intervento edilizio pubblico, quella economica, di stampo prettamente liberista, ha prodotto una buona dose di tolleranza nei  confronti di queste grandi riserve di manodopera disponibile ad essere sottopagata pur di lavorare. E’ ciò che si riscontra nel pensiero dell’economista dell’Università di Harvard Edward Glaeser, convinto che il fermento della baraccopoli favorisca le capacità imprenditoriali e spinga le persone e lavorare duramente per uscire dalla povertà.  Ed è anche per confutare tesi come queste che un recente studio di alcuni economisti del MIT di Boston ha cercato di capire se gli slum sono un volano economico per poveri o una trappola dalla quale difficilmente escono più ricchi.

Lo studio evidenzia quanto il pensiero economico sia stato troppo ottimista sulla ruolo degli slum come spazio di transizione tra la povertà rurale e il benessere urbano e quanto, al contrario, essi siano dei generatori di povertà urbana dalla quale è impossibile uscire. Non avere accesso all’acqua pulita, ai sevizi igienici, a cibo adeguato e ad uno spazio abitativo sufficiente penalizza enormemente ciò che per gli economisti è la più grande ricchezza dello slum: il capitale umano. Le precarie condizioni di salute che mancanza d’igiene  e malnutrizione determinano tra coloro che abitano in baracche di fortuna generano minore capacità lavorativa e una spesa sanitaria che si somma a quella per l’abitazione. Uno degli aspetti che rendono  difficile uscire dalla vita nello slum è infatti legato all’alta percentuale di reddito che se ne va per pagare l’affitto ai proprietari dei terreno sui quali sono costruite le baracche.

Lasciare campo libero a queste forme di rendita su suoli il cui valore sta nella vicinanza alla città rappresenta uno di quegli aspetti dell’economia dello slum che piacciono agli economisti di stampo liberista, i quali immaginano che chi è in grado di farsi pagare un affitto per un pezzo di terra ed una baracca potrà anche sostenere il costo di una casa vera e propria, che lo farà uscire dallo status di povero per far posto a qualcun’altro.

La realtà è che negli slum di metropoli come Nairobi, Mumbai o Lima le persone ci vivono per decenni perché ci sono precisi interessi economici per mantenere lo status quo, conclude lo studio del MIT. Quali sono le soluzioni quindi?  Il punto di partenza è una maggiore conoscenza del fenomeno, quindi più capacità da parte dei governi di censire gli slum ed i suoi abitanti. Inoltre, partendo dalla stima di UN-Habitat di  di 450 milioni di nuove unità abitative nei prossimi 20 anni per far fronte alle situazioni emergenziali poste dagli 860 milioni di abitanti degli slum sparsi per il mondo, gli autori tratteggiano uno scenario in cui l’intervento pubblico diventa cruciale, anche se è proprio la scarsa capacità di chi governa i paesi a economia debole una delle chiavi per spiegare la coincidenza tra diffusione degli slum e permanenza della popolazione in condizione di povertà. Nulla di nuovo quindi: housing sociale sostenuto dall’investimento pubblico e da precise politiche che affrontino il problema  invece di lasciarlo gestire a chi ha convenienza che nulla cambi. Politiche che i paesi ad economia sviluppata conoscono benissimo per averne sostenuto la crescita.

Vi è un altro aspetto non direttamente preso in considerazione dallo studio ma appena accennato nelle sue conclusioni: l’interesse politico ad avere milioni di poveri manipolabili perché perennemente bisognosi di tutto. In fondo questo punto del problema, se visto dal suo lato opposto, spiegherebbe anche perché da noi, nella ricca Europa ed in particolare in Italia, il problema delle baraccopoli di rom e sinti resti sempre sullo sfondo, buono per essere rispolverato magari in chiave elettorale contro chi oserà proporre un programma di housing pubblico per risolvere il problema.

Riferimenti

Qui lo studio del MIT The Economics of Slums in the Developing World , del quale è disponibile una sintesi giornalistica pubblicata da The Economist

 

Le città invisibili degli slum

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Foto M. Barzi

In tempi di crescente urbanizzazione del pianeta, con più di metà della popolazione umana che abita in una delle tante forme dell’ambiente urbano, succede che le città diventino invisibili, almeno per le istituzioni nazionali che dovrebbero censirne gli abitanti.

Ovunque diventi chiara la trasformazione fisica di ciò che prima, in considerazione di una serie di fattori ambientali, economici e sociali, si considerava ambiente rurale,  si presenta una certa difficoltà nello stabilire che l’evoluzione intercorsa abbia trasformato in città ciò che prima era considerato campagna. Quando le dimensioni del fenomeno diventano importanti, come nel caso del secondo paese più popolato al mondo, dove vive un quinto degli abitanti del pianeta, la perdita di informazioni che questa incertezza genera determina una zona d’ombra dove può sparire un numero di abitanti superiore a quello della Spagna.

E’ il caso dell’India dove, secondo un articolo del The Times of India (1), ci sono 50 milioni di abitanti di quelle forme d’insediamento precario ed abusivo costituito da baracche e da costruzioni di fortuna, internazionalmente conosciuto come slum, che non sono stati registrati dal censimento del 2011.

La popolazione urbana dell’India ammonta a 377 milioni di abitanti distribuiti nelle 7935 città censite, delle quali tuttavia solo 4041 sono dotate di un organo amministrativo. Le restanti 3894 sono considerate città solo ai fini del censimento della loro popolazione,  visto che le caratteristiche di questi insediamenti privi di una municipalità sono ritenute di tipo urbano solo dai criteri censuari.  Si tratta di villaggi governati da quella specie di unità amministrativa chiamata panchayat, una forma di governo locale del territorio rurale sussidiata dal governo centrale. I singoli stati dei quali è composta la struttura federale dell’India sono piuttosto riluttanti ad accordare alle città censuarie lo status di municipalità e chissà che non ci sia una ragione legata alla perdita dei sussidi da parte del ministero dello sviluppo rurale.

Il conteggio della popolazione che vive negli slum ha riguardato quindi solo le città che hanno un proprio statuto municipale, mentre sono state escluse le città emergenti, quelle derivate dalle trasformazioni dei villaggi, aspetto che mette in luce quanto sia complicato, e non solo in India, cogliere appieno la transizione dell’ambiente rurale in quello urbano.

Il problema riguarda anche le aree di espansione delle grandi città indiane, protagoniste in questi anni del boom immobiliare che ha coinvolto la classe media del paese,  fenomeno che rappresenta uno dei fattori d’incremento della popolazione urbana. Nella periferia di Delhi, i 190.000 abitanti della città censuaria di Khora vivono in gran parte in insediamenti chiamati jhuggi-jhopris, di fatto un sinonimo di slum, ed anche nella località residenziale di Noida, a sud della capitale, considerata di fascia alta per il mercato immobiliare, vi sono piccoli gruppi di insediamenti illegali di baracche.

Ma vi è un’altra ragione dell’incompleto censimento della popolazione degli slum, ufficialmente calcolata in 65 milioni di persone, ed è che sotto i 60-70 nuclei famigliari un insediamento non viene considerato tale dai criteri censuari. Mentre nel passato il fenomeno della diffusione degli slum era caratterizzato da grandi insediamenti dove poteva vivere anche più di un milione di persone, come ci ha raccontato Mike Davis nel suo famoso libro (2), ora è proprio il boom edilizio a limitare la disponibilità di aree sulle quale la popolazione più povera erige le proprie precarie abitazioni. Il fenomeno degli jhuggi-jhopris di piccole dimensioni era già stato  sottolineato un anno prima del censimento dal comitato istituito dal ministero delle politiche residenziali, che ha tra i suoi compiti anche la riduzione della povertà urbana. Purtroppo la raccomandazione di censire un insediamento abusivo a partire da un numero minimo di 20 nuclei famigliari, criterio che determinava una proiezione di 90 milioni di abitanti degli slum, non è stato adottato e ciò ha prodotto una sottostima di oltre il 40% della popolazione urbana povera.

Nelle città  dove gli slum  non sono stati censiti, di fatto tra il 10 e il 20 percento della popolazione vive in baracche circondate da fogne a cielo aperto e senza condutture dell’acqua, cifre che per il momento restano delle proiezioni ma che necessitano di essere accertate per poter gestire la situazione esplosiva rappresentata da condizioni abitative del tutto insalubri. Se i 50 milioni di abitanti non censiti degli slum dovessero essere confermati dalle rilevazioni statistiche, l’ammontare della popolazione urbana che vive in condizioni di estrema povertà rappresenterebbe quasi un decimo di quella complessivamente residente nello stato federale, aspetto che costituisce un enorme problema di governance per le sovrappopolate città indiane.

 

Note

(1) S. Varma, Census 2011 missed 5 crore slum dwellers, The Times of India, Oct. 12, 2013.

(2) M. Davis, Il pianeta degli slum, Milano, Feltrinelli, 2006