Tanti campanili e nessuna città

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Foto: M. Barzi

Sono oltre ‘6000 campanili’, come li ha definiti il Decreto Lupi per il finanziamento di opere a favore dei piccoli comuni, i centri con meno di cinquemila abitanti, diffusi in tutto il territorio nazionale. Si tratta di piccoli o piccolissimi comuni che, tuttavia, comprendono una popolazione complessiva di oltre dieci milioni di italiani e in cui risultano attive oltre un milione di imprese. I centri minori, inoltre, costituiscono nel loro insieme, anche la parte più consistente del sistema insediativo, nazionale e delle singole regioni, sia per quanto riguarda l’estensione territoriale che per il valore del patrimonio edilizio e storico. Al loro interno, infatti, essi comprendono consistenti patrimoni insediativi, in parte organizzati a nuclei, correlati a risorse diffuse, ambientali e paesaggistiche.

A tali dati, però, fanno da contrappunto le dinamiche attuali, che confermano il consolidarsi di fenomeni di abbandono dei piccoli centri, in particolare dei nuclei antichi, con conseguente impoverimento del tessuto insediativo, crescente disagio abitativo e degrado del patrimonio edilizio e storico. Le ragioni le conosciamo: l’accelerazione dei processi di urbanizzazione e l’abbandono delle attività agricole, con i relativi cambiamenti indotti negli stili di vita, che hanno determinato lo svuotamento dei piccoli centri rurali, con il trasferimento delle popolazioni soprattutto verso le città e, della restante parte, verso le più comode zone di versante e vallive, in prossimità di infrastrutture viarie e produttive.

Frammentazione

Malgrado le conseguenti problematiche di dispersione edilizia e disordine insediativo, con la relativa misura dei maggiori impatti e dei rischi ambientali, ai centri storici si continua a riconoscere un valore, sia culturale che economico, sebbene la ricerca e le iniziative che, negli anni, li hanno riguardati, si sono basate per lo più su esperienze isolate e a carattere congiunturale. Le politiche messe in atto in Italia per il recupero e la valorizzazione dei piccoli centri, infatti, sono frammentate e difficilmente riconducibili ad un disegno unitario, nel quadro di riferimento degli strumenti attualmente disponibili: il disegno di legge “Disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici e dei borghi antichi d’Italia” che incentiva l’integrazione tra pubblico e privato, ma non risolve la questione degli strumenti regolamentativi di accompagnamento; la riduzione dei finanziamenti per i beni culturali che ha caratterizzato la stagione della programmazione europea 2007-2013 e ancor più connoterà la prossima, come si evince dai documenti strategici e di programmazione sia nazionale che regionali, che puntano sui sistemi metropolitani e le città intermedie; infine i piani per lo sviluppo rurale, che non risolvono il problema delle reti di interconnessione e integrazione con i centri urbani grandi e medi. A livello delle singole regioni, la normativa di riferimento e le sperimentazioni in atto appaiono numerose, in alcuni casi interessanti e sensibilmente più articolate. Gli enti locali risultano protagonisti delle buone pratiche europee, da Urban a Interreg. Altre iniziative appaiono più settoriali, come i borghi più belli o i distretti culturali e altre ancora, che restringono gli ambiti senza lasciare spazio a visioni più ampie e integrate. Altre, infine, puntano a operazioni di secco incremento della rendita urbana e immobiliare.

Sperimentazione

Ulteriori esperienze sono da ascrivere a contesti con caratteristiche specifiche. Si consideri, ad esempio, a sud della provincia di Salerno, il caso del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, riserva di Biosfera MAB e patrimonio Unesco: un’area vasta che si attesta all’interno di 80 piccoli comuni, più 16 delle aree contigue, tutti contraddistinti dalle problematiche di spopolamento e di depauperamento del tessuto insediativo precedentemente citate. Alcune esperienze hanno operato il tentativo di affrontare tali problematiche, attraverso il metodo del laboratorio, cioè nella consapevolezza che nessuna soluzione era data. Cosicché con la denominazione di “Città del Parco” si è adottato un indirizzo di tipo sperimentale e conoscitivo: nessuna previsione di lungo periodo e solo programmi a tempo con la realizzazione di progetti intermedi, cioè flessibili e non definitivi, che hanno associato al recupero edilizio, anche attività capaci di interpretare un potenziale locale a cui dare spazio. Nel Vallo di Diano, per citare uno dei tanti casi, il centro storico di Caggiano è diventato laboratorio atelier per la nuova creatività.

Le case donate dai privati all’amministrazione (una di queste è della famiglia Bonito Oliva), vengono offerte gratuitamente a creativi, artisti, designer e architetti come studi a tempo per sperimentare in loco nuove forme dell’abitare e dei rapporti di produzione. Negli Alburni, il borgo rurale abbandonato di Roscigno Vecchia è diventato luogo di sperimentazione e formazione sulle tecniche d’intervento per la messa in sicurezza e il recupero leggero, edilizio, urbano e ambientale. Si sono realizzati molti interventi con l’alternarsi di scuole diverse, di fatto e di pensiero: da quella del paesaggio dell’Università La Villette di Parigi, alla scuola di restauro dello IUAV e delle Università di Napoli e Salerno, fino alla collaborazione con l’ANCE dei costruttori salernitani, che ha sostenuto in loco i suoi cantieri scuola.

Coesione

Così come per l’intero territorio nazionale, in altri termini, anche nelle regioni in ritardo, le politiche europee e regionali di coesione e sostegno della crescita e dell’occupazione, di fatto hanno consentito di realizzare esperienze interessanti, oltre ad avere avviato localmente azioni significative per evitare il progressivo isolamento delle aree rurali, favorendo specifici interventi volti allo sviluppo delle attività agricole, dell’eco-turismo, al recupero dei centri storici per l’accoglienza, alla valorizzazione di emergenze culturali, allo sviluppo di prodotti, servizi, infrastrutture.

Il persistente fenomeno di abbandono dei centri storici rimane, tuttavia, un sintomo ancora rilevante che, nonostante le numerose esperienze positive, conferma l’approccio frammentato, la mancanza di fattori connettivi, di spinte locali all’attività e al rinnovamento, di visioni d’area vasta e di sistema. A ciò si aggiunge l’incapacità di uscire da una cultura tecnica e amministrativa, troppo basata sul recupero in senso stretto e fine a se stesso che, soprattutto oggi, mostra tutti i suoi limiti rispetto all’esigua disponibilità finanziaria e alle pressanti esigenze di gestione dei processi locali.

Fragilità

Il problema evidente è l’incapacità di capitalizzare esperienze e risorse, e la causa fondamentale di tutto ciò è la fragilità della struttura sociale, delle sue relazioni e organizzazioni, che si riflette nei deficit politico-culturali e nell’inefficacia delle politiche adottate. Non è più un problema solo meridionale, ma per quanto riguarda l’esperienza del salernitano, ad esempio, gli stessi comuni che hanno cooperato tra loro per l’attuazione di progetti integrati, cioè in riferimento a fondi disponibili di cui beneficiare, non hanno collaborato per niente sugli aspetti della pianificazione e regolamentazione, non hanno trovato cioè forme opportune di co-pianificazione, per sviluppare una governance collaborativa sui temi del recupero edilizio abitativo, come di quelli riguardanti la produzione e i servizi, sia primari (istruzione, sanità, mobilità, ecc.) che di rango superiore. Tutti, o quasi, continuano a pensare al proprio campanile come unico, dimenticandosi degli altri 6, 60 o 6000. Tutti, o quasi, non considerano la massa critica necessaria per rendere efficaci ed efficienti i dimensionamenti e le scelte localizzative dei piani urbanistici comunali, se e quando esistono, e le stesse opzioni di sviluppo perseguite.

E’ mancato, e manca tuttora, un approccio capace di produrre quell’effetto-città, che genera maggiore disponibilità di uomini, idee, mezzi e risorse, opportunità di aggregazione più ampia per valorizzare paesaggi, forme insediative e beni relazionali. Approccio divenuto imprescindibile per superare la frammentazione territoriale e sociale e, dunque, la fragilità, la marginalità e l’isolamento che, ancora oggi, appaiono come rischi reali con i quali confrontarsi.

Il restringimento del canale europeo e le difficoltà finanziarie in cui versano le amministrazioni locali, obbliga ancor più all’auto-organizzazione e alla cooperazione di aree vaste; ribadisce la necessità di mettere a frutto esperienze e buone pratiche; impone di confrontarsi rispetto a politiche attive in cui siano coinvolti anche i soggetti privati, imprese e cittadini. Problema che coinvolge direttamente le persone e che impone di rafforzare e rendere consapevole l’humus locale. Il che significa costruire e scoprire le risorse endogene, economiche, fisiche e soprattutto umane su cui puntare per fare azione di valorizzazione contestualmente a quella di presidio dei territori.

 

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