Teoria e prassi dell’urbanistica. L’A.S. Roma e il suo stadio privato

I rapporti tra teoria e prassi, “l’alto” e il “basso” di ogni concezione razionale del mondo si presentano in svariate forme nella storia delle idee. E tuttavia, scriveva Gramsci, “il problema dell’identità di teoria e pratica si pone specialmente in certi momenti storici così detti di transizione, cioè di più rapido mutamento trasformativo quando realmente, le forze pratiche scatenate domandano di essere giustificate per essere più efficienti ed espansive o si moltiplicano i programmi teorici che domandano anch’essi di essere giustificati realisticamente in quanto dimostrano di essere assimilabili dai movimenti pratici che così diventano più pratici e reali”(1).

Questa premessa teorica fa da cornice al quadro che s’intende rappresentare. Sullo sfondo una città, Roma, tra le più sgangherate capitali del mondo occidentale; al centro il grande progetto per il nuovo stadio privato dell’A.S. Roma, la squadra della capitale “core de sta città”. Tra le possibili definizioni di città, quella di R. Camagni sembra quella più funzionale allo scopo di spiegare una delle più importanti trasformazioni  in atto nell’Urbe. L’esistenza della città, scrive Camagni, implica “una organizzazione fondata sulla interazione sociale uomo-uomo, l’abbandono di funzioni produzione basate sui fattori terra e lavoro per funzioni di produzione basate sul capitale fisso sociale, l’informazione e l’energia” (2). Queste tre entità: capitale fisso sociale, informazione ed energia sono adesso, nella città di Roma, tutte ai minimi livelli storici. Si riscontra giornalmente usando i trasporti pubblici; seguendo l’insulso dibattito sui destini delle società municipali dei trasporti (una delle più importanti d’Europa con i suoi 12.000 dipendenti) o dello smaltimento rifiuti. Tutte, “fatalità”, destinate forse alla catartica  privatizzazione, previa fagocitazione del loro patrimonio tangibile e intangibile per opera dell’intero ceto politico-amministrativo locale, notoriamente composto di “formidabili forchette”. Persino l’anno giubilare, in una  città fiaccata dal degrado, prostrata dal traffico e incapace di adeguate sinergie organizzative, pare ai cittadini più un fastidio che un’opportunità di crescita e sviluppo.

Posto che questo è lo stato dell’arte in cui versa la metropoli, agli addetti ai lavori non resta che prenderne atto e formulare una teoria che giustifichi ad esempio la pubblica utilità (votata dall’attuale assemblea capitolina) di progetti come quello per lo stadio dell’A.S. Roma, il cui scopo è “quotare” sui mercati internazionali, gli unici a domanda solvibile, il capitale fisso sociale incorporato nelle opere pubbliche necessarie e funzionali allo stesso. Scrive il prof. F. Karrer, già Presidente del Consiglio Nazionale dei LL.PP. ed eminente studioso della materia, sul Think Tank Apertacontrada: “ La domanda di territorio e di città è oggi solo in minima parte espressa dal mercato locale, gli operatori di domanda sono sempre più spesso molto distanti dal locale e non sono certo motivati dall’obiettivo di rispondere ad esigenze locali” (3).

Pare lo slogan spregiudicato di un finanziere immobiliare ed è invece altissima teoria, anche se Gramsci ce ne ha già rivelate le  modeste origini. La prassi conforme ci dice invece che lo Stadio costituisce l’occasione per riversare sull’area di Tor di Valle, dal delicato assetto idrogeologico e con già denunciate criticità nella rete dei trasporti, l’ennesima colata di cemento. Circa 1 mln di metri cubi di cui solo un’esigua porzione pianificata per lo stadio, essendo la parte prevalente occupata dal Business Park ovvero costruzioni per la ricettività alberghiera unitamente a torri per uffici disegnate dalla immancabile archi star Libenskind, in questo caso in tandem con l’irrinunciabile paesaggista Kiper, indispensabile per indorare con il miraggio del parco fluviale il “pillolone” costituito dalla presenza di uno fra i più estesi parcheggi a raso d’Europa. Del megaprogetto se ne occupa anche la Magistratura che ha posto sotto indagine la delibera consiliare di “pubblica utilità” approvata da Palazzo Senatorio (4). In questo come in numerosi altri casi nella nostra penisola la “domanda” non risponde a esigenze “locali” bensì “molto distanti”. Il proponente è infatti James Pallotta, tycoon di Boston Massachusetts e Presidente della società giallorossa, che per l’operazione si avvale di veicoli societari con sede in un paradiso fiscale U.S.A., lo stato del Delaware (5).

Certamente la filosofia della prassi di Gramsci non necessitava di questo caso esemplare per palesare la sua potenza introspettiva. Spiace scoprire che la tassazione dei contribuenti nazionali abbia consentito anche la remunerazione pubblica di soggetti a cui “le esigenze locali” pare interessino “minimamente”. Quel tanto che coincide esattamente con quel poco. “Ahi serva Italia” scriveva accorato Paolo Sylos Labini.

(1)            A. Gramsci,  Il materialismo storico, Editori Riuniti.

(2)            R. Camagni, Economia e pianificazione della città sostenibile, Il Mulino.

(3)           Una riforma senza dibattito pubblico? Il difficile, se non impossibile tragitto della riforma urbanistica

(4)          Stadio della Roma, nodo cubature

(5)          Trigoria, Delaware: la Roma-Usa nasce a fisco agevolato