Tribù in movimento

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Foto: M. Barzi

La mobilità sostenibile richiede un certo dispendio di energie rinnovabili: impegno muscolare, spesso maggior tempo di percorrenza, possibile minore agibilità delle strade, migliore gestione del mezzo di spostamento. Tutti aspetti che conoscono benissimo i ciclisti e il mercato delle biciclette, da qualche tempo ricco di prodotti il cui obiettivo sarebbe di render loro la vita più facile. Nel caso della principale alternativa all’auto, ciò si traduce in modelli a pedalata assistita o pieghevoli, che consentono nel primo caso di superare con meno fatica i dislivelli, nel secondo di caricare la bicicletta sul trasporto pubblico, quando si tratta di percorrere tratti piuttosto lunghi, o ad esempio in caso di pioggia o altre avversità atmosferiche. Naturalmente non esistono soluzioni magiche, perché ci si confronta inevitabilmente con i limiti che affliggono gli spostamenti su due ruote in generale. Scoprire ad esempio quanto scarse siano le rastrelliere, e quanto le poche esistenti lascino piuttosto a desiderare, in quanto a possibilità di ritrovare il mezzo più o meno intatto. Cosa piuttosto seccante, soprattutto se quello da parcheggiare è un mezzo che costa sul mercato almeno come 4-5 biciclette normali (con relativa quotazione nel mercato nero del rubato, si immagina). Già: come in tutte le faccende governate dal principio domanda-offerta, anche la scelta del tipo di veicolo a due ruote è determinata dalle disponibilità economiche di chi decide di usarlo, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

Dedizione, rischio e fatica

Al di là delle facilitazioni proposte dal mercato, l’uso della bicicletta prevede dedizione, accettazione di qualche rischio, disposizione alla fatica se deve essere alternativa all’auto. Sennò resta un modo per fare esercizio fisico, uno sport, ma non un vero mezzo di trasporto. Coloro che non vogliono affrontare tutto ciò hanno nel trasporto pubblico la soluzione di gran lunga più efficace, se scelgono di spostarsi in modo sostenibile, anche perché, in associazione con le proprie gambe, possono fare inoltre un po’ di movimento. Esiste certo il limite della rigidità dei percorsi, rispetto ai quali la bicicletta consente la stessa libertà dell’auto, ma si tratta di una limitazione accettabile, soprattutto nei giorni di pioggia, vento forte, neve o calura. Sui percorsi lunghi, diciamo oltre i cinque chilometri, ed extra urbani, e se la ragione dello spostamento è quotidiana, il mezzo pubblico è la soluzione più confortevole per chi deve recarsi a scuola o al lavoro, al di là del non doversi preoccupare della variabilità metereologica.

Autosegregazione

Gli studenti sono, insieme agli anziani, i maggiori utilizzatori del trasporto pubblico e nel loro tragitto è presente anche una componente più o meno lunga di spostamento a piedi. Non sorprende quindi che qualcuno tra loro decida di renderlo più veloce usando lo skateboard, anche se non è considerato un veicolo ed è vietato dal codice della strada. Fare acrobazie sulla tavoletta munita di rotelle è considerato uno sport ed i ragazzi che si esercitano sono alla perenne ricerca di spazi urbani adatti. Di solito si tratta di luoghi preclusi alle auto e poco utilizzati dai pedoni, specie se dotati di dislivelli come rampe, scalinate, eccetera, ma ci sono anche veri e propri parchi dedicati, spesso adiacenti a parcheggi o inseriti in giardini pubblici, oppure ricavati da spazi di risulta, come quello che sta sotto un cavalcavia che il Comune di Milano trasformerà in skatepark. Sono luoghi per lo più ubicati nei quartieri periferici dove abbondano gli spazi residuali  utilizzati dai ragazzi in modo auto-organizzato, i quali, in qualche caso, non hanno altra alternativa che l’esercizio su strada. Alla lunga deve essere capitato che qualcuno si sia accorto delle potenzialità della tavoletta come mezzo di trasporto e così succede ogni tanto di vederne  salire o scendere dai mezzi pubblici utilizzando prima e dopo il veicolo portatile. I problemi di convivenza con questo aggeggio, che si può poi facilmente sistemare nello zaino o in una borsa,  sono spesso generati dalle istituzioni: le scuole, ad esempio, ne scoraggiano o vietano l’ingresso all’interno dei propri spazi. A fronte di questo quadro di divieti ed esclusioni non è difficile allora capire perché gli skater siano assimilabili ad una “tribù” urbana tendente all’autosegregazione. E’ l’organizzazione degli spazi e la regolazione dei flussi della città ad imporgliela, al di là di una evidente propensione a diversificarsi che ha come corollario l’abbigliamento e il gergo.

Diversificazione

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Foto: M. Barzi

Anche in questo caso il mercato ha risposto alla domanda di oggetti ed accessori corrispondenti alla vocazione identitaria degli skater ed ora si stanno profilando nuovi modelli di skateboard pensati per diverse tipologie di utilizzatori. Si tratta di tavolette a propulsione elettrica, in grado di andare in salita ma anche di rallentare in discesa, che si stanno diffondendo presso un’altra tribù urbana: gli yuppie della Silicon Valley. Il vantaggio che fa scegliere ad un ingegnere di Google lo skateboard a propulsione e non la bicicletta è la possibilità di lasciare a casa l’auto e di raggiungere comodamente con quel mezzo l’autobus aziendale che da San Francisco lo porterà alla sede della compagnia, a parecchi chilometri di distanza. Rimanendo nell’ambito dei tradizionali utilizzatori, la cui età difficilmente raggiunge il quarto di secolo,  le tavolette in versione longboard, corredate da luci LED per migliorarne la visibilità, si stanno diffondendo tra gli universitari americani ed i relativi spazi dove collocarli dopo l’uso sono già stati installati in alcuni campus. Insomma sia il modello a propulsione muscolare, pur migliorato per l’uso su strada, sia quello spinto da un motore elettrico – che costa quasi come 10 tavolette tradizionali,  stanno tramutando, dall’altra parte dell’oceano, lo skateboard in  veicolo. Peraltro non si sa in che modo verrà superato il divieto che in stati come la California, dove si trova la Silicon Valley, ancora esiste sui modelli a motore  ma, al di là dei pochi e abbastanza facoltosi che possono permettersi il modello elettrico, ciò che emerge dal processo di trasformazione delle tavolette a rotelle è il diverso approccio al tema della mobilità sostenibile e quanto esso dipenda da ciò che le persone sono disposte a fare, o a pagare. Sembra profilarsi una diversificazione della tipologia e del numero di persone che decidono di liberarsi dalla dipendenza dall’auto direttamente proporzionale alle diverse modalità di spostamento con le quali s’intende superare le quattro ruote. Con buona pace di coloro che pensano alla questione in termini di sostituzione di un mezzo con un altro,  e che invocano le piste ciclabili come qualche decennio fa avrebbero fatto con le strade dedicate all’auto, non esiste una sola via alla mobilità sostenibile e le soluzioni individuali cambiano secondo l’età e la condizione socio-economica. Molto al di là degli stili di vita e la scelta della tribù a cui appartenere, non sono le infrastrutture a fare la differenza ma l’organizzazione dello spazio e le norme che consento o precludono questo o quel modo di spostarsi.

Riferimenti

A. Cassara, Skateboarding Is Transportation, Too, Citylab, 30 maggio 2014

C. Dougherty, No Longer for Punks, Skateboards Cater to Yuppie Commuters, The Wall Street Journal, 3 giugno 2014

Redazione Milano, Uno skate park coperto sotto il cavalcavia del Ghisallo, Corriere della Sera, 8 giugno 2014

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